Top 20 Dischi 2010 – PistaKulfi

2010. Anno tondo si dice in diversi lidi. E il tondo ti porta a girare e girare all’infinito lasciandoti in nessun luogo e attraendo gli estremi.
Mai come quest’anno è stato complicatissimo attribuire le singole posizioni. Per quanto riguarda i primi 5 posti, considerate che potreste tranquillamente prenderli e mischiarli e ridistribuirli come meglio credete, è dipeso dal momento, la facevo domani ed era diversa.

1. Deftones – Diamond Eyes: e veniamo appunto al fatto che stilata oggi dopo QUEL concerto io faccio una scelta di campo ben precisa e dico CORE. Per tanti motivi, in primis perchè li amo e li supporto da sempre, in ogni stagione, con la pioggia e con il sole e dopo 15 anni non hanno un secondo uno di produzione che butterei e mi tirano fuori un album sofferto e tiratissimo e mi gira perchè il mondo è tornato ad accorgersi di loro. Monumentali. Brano scelto: Royal

2. Holy Fuck – Latin: l’album più divertente da cercare con google. Sporcaccioni. Ma anche qua una precisa scelta che va a dare credito al disco più danzereccio per uno come il sottoscritto. E per rendere giustizia al fatto che all’epoca dell’esordio mi accorsi di loro con colpevole ritardo. La loro formula con sezione ritmica live è favolosa. Brano scelto: il “gattoso” Red Lights

3. The Fall – Your Future Our Clutter: ogni anno i richiami al periodo postpunk newwave non sono mai mancati tra le influenze dei nuovi gruppi contemporanei. Ed ogni anno o quasi un mostro sacro tira fuori le unghie e torna a marcare il territorio. Loro non sono mai andati via, in verità, è solo che questo Y.F.O.C. ha una freschezza e una sfacciataggine tale che i ragazzini non possono che prenderne atto e mettersi in fila. Brano scelto: O.F.Y.C. Showcase

4. Deerhunter – Halcyon Digest: il vero disco dell’anno? Forse si se rapportato al momento storico. Fatto sta che dopo un buonissimo esordio e un folgorante secondo album Cox e soci si ripresentano con un lavoro in pieno stile Deerhunter ma con una forma-canzone più tonda e levigata. Ed ammaliano come nessun altro. La punta di tutto il movimento indie. Brano scelto: Earthquake (chi ha scritto questo brano va ringraziato in eterno)

5. Beach House – Teen Dream: il disco dreamy 2010 per eccellenza. Una sequenza impressionante di brani sinuosi e sognanti sulla scia di novelli Slowdive ricchi di intrecci sonori di chitarre e tastiere vintage solcati dalla bellissima voce di Victoria Legrand. Anche dal vivo si sono confermati in tutto il loro splendore. Come poggiarsi in un caldo nido ovattato. Brano scelto: 10 Mile Stereo

6. Daughters – Daughters: l’atto conclusivo dei Daughters è stato uno degli album che ho più ascoltato in questo 2010 di ritorno sul versante peso della musica. Coordinate che rimbalzano fra il noise, il post-hardcore e la matematica con l’ombra lunga dei Jesus Lizard alle spalle. Se fosse veramente il canto del cigno sarebbe un gran peccato. Brano scelto: The Hit

7. Trentemøller – Into The Great Wide Yonder: come è strana la musica. Qui si parla di elettronica, anzi si dovrebbe parlare di elettronica minimal techno, quella a cui appartiene il danese Trentemoller. A me della minimal techno non frega un cazzo proprio. E allora? Allora qua ci sono canzoni alla Nin, con il mood degli ultimi Portishead, con alcuni accenni a cose tipo Faith and the Muse e le chitarre! Brano scelto: The Mash And The Fury

8. Arcade Fire – The Suburbs: troppo è stato scritto, troppo è stato detto di quello che è stato l’evento discografico indipendente dell’anno, alla stregua di attese ed uscite che forse solo i Radiohead. Il risultato, mi sento di poterlo dire con molta convinzione, è nettamente positivo. Unico difetto il numero di brani forse non tutti all’altezza, ma ci sono dentro fior fior di canzoni che saranno dei classici. Brano scelto: We Used To Wait

9. Autolux – Transit Transit: degli Autolux si erano perse le tracce dopo l’esordio in pieno SonicYouth style. Tornano con un lavoro solido e ispirato che si pone alla destra di Halcyon Digest come suo complemento. La provocazione è d’obbligo. Come sarebbero stati considerati invertendo le sigle? Provare per credere e queste sono live in studio. Brani scelti: Supertoys e The Science Of Imaginary Solutions

10. The Brian Jonestown Massacre – Who Killed Sgt. Pepper?: e veniamo alla follia e alle droghe. Anton Newcombe e i suoi adepti decidono per l’occasione di far collidere la psichedelia con le schegge impazzite del post punk e soprattutto dell’industrial alla Throbbing Gristle/Foetus. Viaggi sonori ipercinetici. Dite che mi hanno fregato omaggiando il giro di She’s Lost Control dei Joy Division? Può darsi. Brano scelto: One

11. Broken Social Scene – Forgiveness Rock Music: quando tutto sembrava perduto per la grande famiglia canadese, dispersa in una miriade di progetti paralleli e dischi solisti, ci giunge fra le mani questo piccolo capolavoro di esperienza e classe frutto di una band che vista dal vivo continua ad aggiungere piccoli mattoni per la causa su chi verrà ricordato di questi anni come fulcro della scena indiefolk. Brano scelto: Meet Me In The Basement

12. Liars – Sisterworld: ho come l’impressione che abbiano pagato il processo di “normalizzazione” che si è portato dietro un lavoro come questo. Come se dovessero sempre fare i pazzi e gli straniti a tutti i costi. A me invece questo Sisterworld è piaciuto fin da subito e non scende per niente. Che poi di cose alla Liars è pieno tipo… Brano scelto: Scarecrow On A Killer Slant

13. Spectres – Last Days: è più forte di me. Non ricordo bene come mi sono imbattuto in questo disco di un gruppo semisconosciuto come gli Spectres di cui si fatica pure a capire da dove provengono. Di sicuro provengono dagli early eighties di Killing Joke, Christian Death, Wipers, Sound e compagnia cantante. Un disco del 1982 pubblicato oggi. Solo per maniaci del periodo. Brano scelto: Time Is Out

14. Women – Public Strain: e questo chiude il triangolo con Deerhunter e Autolux. Public Strain a differenza degli altri due sfrutta un approccio più lo-fi e sperimentalistico indovinando anche qualche brano memorabile. Sono post-unsaccodicose. E mi hanno ricordato i Polvo e gli Slint, scusate se è poco. Peccato che sia saltato il tour europeo. Brano scelto: Locust Valley

15. Les Savy Fav – Root For Ruin: ormai vanno col pilota automatico. Quasi in silenzio esce il nuovo Les Savy Fav che ricalca in tutto e per tutto il suono dei Les Savy Fav. Nessuna sorpresa e solo tantissime conferme in una formula che partendo dalla furia chitarristica del postpunk si trasforma nelle loro mani in anthem danzerecci e mai banali. Brano scelto: High And Unhinged (solo perchè non ho trovato la “sonica” Poltergeist che è la meno LSF)

16. Spoon – Transference: e come si fa a non mettere in classifica un album degli Spoon dopo averlo ascoltato? Certo ormai anche loro vanno col pilota automatico ma veramente in pochi hanno la scrittura cristallina di questi ragazzi cresciuti a pane e Beatles. Credo che sia proprio la loro eccessiva pulizia a conquistarmi. Brano scelto: Written In Reverse

17. Disappears – Lux: Esordio fulminante. Disco che sprigiona grosse dosi di rock psych, distorto e anche un poco kraut. Si infilano a metà strada fra cose tipo Black Angels o Warlocks e strutture ritmiche più marziali e dritte. Se ve lo siete dimenticato e le coordinate descritte vi interessano, non aggiungo altro. Solo un paio di brani scelti: Magics e Not Nothing

18. Owen Pallett – Heartland: si, ok, a me piace il violino e quindi parte avvantaggiato ma il ragazzo ha una marcia in più. Non nascondo che il doppio live annuale ha giocato a suo grandissimo favore ma quando si autocampiona quelle dieci undici volte diventa devastante quello che arriva alle orecchie. Aphex Twin col violino. Brano scelto: E Is For Estranged

19. The Black Angels – Phosphene Dream: e via di nuovo con gli acidi. Qualcosa meno dell’ultima volta, diciamo una scrittura più orientata verso la forma canzone pop a cavallo tra i sixties e i primi seventies, meno circolari e più diretti e a fuoco. Hard-rock psichedelico con l’oscurità Velvettiana a fare da sfondo e Nico musa ispiratrice. Brano scelto: Entrance Song

20. Trans Am – Thing: gruppo sempre poco osannato che ormai va avanti da buoni 15 anni. Tornano con un solidissimo hard-rock pieno di synth e pulsazioni elettroniche. Fa da spartiacque secondo me il sopportare o meno l’uso del vocoder. Io lo sopporto, anzi non ci trovo niente di male. Solito disco-modernariato. Brano scelto: Black Matter

Annata direi molto più che positiva se penso che non ho menzionato, e lo faccio ora, diversi dischi che potevano far parte della top, penso a National, These New Puritans, Pontiak, No Age, Quasi, Blank Dogs, Soft Pack e sicuro ne sto dimenticando qualcuno. Delusione dell’anno i Blonde Redhead (sarebbe stato troppo facile dire Interpol…).

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