Primavera Sound will never die but you will

E anche quest’anno per la quarta volta atterro in terra catalana per il Primavera Sound.

Le novità dell’edizione 2011 sono il ritorno dello scenario al Poble Espanyol che ospiterà la prima e l’ultima giornata di concerti, la malefica tessera ricaricabile (rivelatasi un fail) e l’ampliamento dei palchi al forum con l’aggiunta della venue Llevant, la più distante ma cruciale per l’esito della trasferta (ospiterà oltre a favolosi concerti anche il trionfo del Barca contro gli inglesi).

25 maggio @ Poble Espanyol

si entra nell’area del Poble con inaspettata facilità in leggero ritardo rispetto al primo evento, le tre giapponesi Nisennenmondai, che si riveleranno una gradevolissima sorpresa. Set ipnotico noise caciarone con brani lunghissimi, spaccano e salutano educatamente come tre giapponesi appunto. Poi è la volta delle Las Robertas, veramente insopportabili col loro fintogarage alla Vivian Girls e i loro coretti sempre uguali. Ci fanno un figurone i successivi Comet Gain ma solo perchè non ne potevo più delle costaricane.
Echo & The Bunnymen con alti e bassi. La riproposizione di Crocodiles e Heaven Up Here era una delle cose per cui avevo preso l’aereo. Non mi pare ci fosse altrettanto entusiasmo fra il resto degli avventori ma anche Ian non ci ha messo del suo per fargli cambiare idea. Sembrava alquanto infastidito comunque hanno suonato benissimo soprattutto Heaven Up Here. Sono riusciti ad infilare nel set 10 secondi di Roadhouse Blues e vabbene, poi però invece di chiuderla lì sono riusciti per dei bis in puro Billy Idol style.
A chiudere la giornata la favolosa esibizione di Caribou, suonata da Dio, l’unico modo per far digerire al sottoscritto certi suoni, impatto possente, luci adattissime, gente che balla, effetto Holy Fuck insomma.

26 maggio @ Parc del Forum

Si parte malissimo per ragioni organizzative. La tesserina bevereccia non funge o meglio non funge il sistema ad essa collegata nei relativi punti, attimi di panico, file infinite, smarrimento. Calarsi nello spirito del festival diventa difficoltoso. Si parte per quanto mi riguarda con Moon Duo alle 19 al RayBan. Lo sottolineo perchè in passato allo stesso orario dello stesso giorno dello stesso palco ero rimasto deluso da MGMT e Notwist e non c’è 2 senza 3. Mi assale una gran noia e me ne vado via verso la metà per raggiungere Mike Sniper AKA Blank Dogs. La scelta si rivela azzeccata ma sento che non tira ancora una buona aria nell’area del Forum.
Dopo un veloce rifocillamento torno al Pitchfork per The Fresh & Onlys e le cose vanno un pochino meglio.
Ma il primo vero gran concerto della giornata saranno i Public Image Ltd al Llevant. Paura ce n’era tantissima ed invece Johnny e la sua sgangherata truppa (Panariello al basso, Rag. Filini alla batteria e soprattutto il mitico Zio Tibia alla chitarra) regalano un set vivace ed elettrico, ipnotico e danzereccio prendendo a piene mani dal loro repertorio. Rise, This is not a love song, Albatross, Religion. Tutto clamorosamente bello. Zio Tibia regala anche un pezzo mandolino post-punk.
Ormai è notte e decido di fare la prima grossa rinuncia. Snobbo Nick Cave e i Grinderman e mi apposto all’ATP  per il signor Glenn Branca che si posiziona spalle al pubblico per dirigere la sua orchestra o meglio Ensemble di 6 elementi (4 chitarre un basso una batteria quote rosa rispettate per il 50%). Noise noise noise benedetto noise. Esaltante.
Chi invece è stata una grossa delusione, oppure chiamiamolo mal di testa e fastidio, sono stati i Suicide di Alan Vega (qualcuno mi ha fatto notare la somiglianza con Califano) e Martin Rev (con indosso gli occhiali truzzi da litorale basso laziale). Ho resistito fino al quinto brano, poi ho gettato la spugna e ho preferito posizionarmi in maniera decente per il big event della giornata.
I Flaming Lips. Posizionarsi ha il suo perchè. Vivere questo show a ridosso del palco lo ritengo determinante perchè non tutto è stato perfetto. Ci ho ripensato tanto a questo concerto una volta a casa. I Flaming Lips da anni fanno uno show molto incentrato sull’impatto emotivo e su quello che succede sopra e sotto il palco (coriandoli, palla gigante con Coyne dentro, luci ad effetto, comparse vestite a tema – il mago di oz stavolta – , mani giganti che veicolano raggi laser etc. etc.) e meno sulla performance musicale. Cioè non dico che hanno suonato male dico che per gli standard normali verrebbe da dire che fanno sempre troppe poche cose vecchie e che suonano troppi pochi pezzi (una decina in un’ora e mezza sono pochi). Però è sempre un’ora mezza esaltante se vissuta in un certo modo. Io sono rimasto un pò contraddetto dal fatto che non abbiamo suonato Soft Bulletin però ho goduto tantissimo su What is the light, Race for the prize e She don’t use jelly perchè con buona pace di tutti gli avventori dell’ultima ora The Yeah Yeah Yeah song e Yoshimi non saranno mai a quel livello. E un collaboratore di junkiepop ha avuto l’onore di “fare” il concerto direttamente sul palco. Lunga vita a tutti.

27 maggio @ Parc del Forum

Oggi si comincia prima. Niente panico, forma smagliante, soliti giri per negozi a caccia di cd e vinili e giù al Forum.
Al Forum non c’è nessuno. Il mondo si trova all’Auditori per DM Stith e Sufjan Stevens che io ignoro bellamente dalla nascita (la mia dico) e quindi il resto della compagnia mi abbandona e chiede “ma che ti vedi a quell’ora?” Apro il programma e leggo Vice ore 17 Berlinetta(!). Con quel nome e le credenziali del libro-guida (At the drive in/Fugazi) la scelta è obbligata. Beh quando attaccano a suonare siamo in 10 sotto il palco e 5 sono loro amici. Gli altri 4 gente di passaggio per una birra. Ora direi che il libro-guida esagerava ma fanno il loro dovere di emocorers sulla falsa riga di Garden Variety et similia.
Rimango in zona Vice e mi sparo il set di un’altra band spagnola i Kokoshca. Loro sono più indie, gradevoli, quasi una versione indigena dei nostri Cat Claws. Dopo il finale di Julian Lynch di cui decido di non parlare mi avvio al RayBan per The Monochrome Set, ma la cosa mi lascia alquanto indifferente e lo ricorderò solo per essere stato il concerto visto al fianco di Bradford Cox, sostituito, poco dopo il terzo fan / terza foto, da Mike Sniper che invece non si è cagato nessuno.
A quel punto, visto che nessuno chiede foto manco a me, me ne vado al Pitchfork a distruggere tutto con i Male Bonding che suonano un perfetto killerset punkgaze buonissimo per zompettare e scapocciare.
Dopo breve rifocillamento e una velocissima puntata (e ritirata) per James Blake, c’era troooooppa gente, mi posiziono quasi in transenna per il mio top5# concert, Pere Ubu performing “The Annotated Modern Dance”, annotated è d’uopo in quanto il buon David Thomas tra un pezzo e l’altro ci regala appunto annotazioni sulla genesi dei pezzi ma in verità sono piccoli sketch da cabarettista consumato. Io lo vedrei benissimo a fare spokenword con Rollins. Viene giù il teatro.
A si, poi hanno fatto un concerto mastodontico e si è pogato un casino.
Felice, soddisfatto e spossato mi dirigo sulle gradinate dell’ATP per i Low. Purtroppo, nonostante una bella esecuzione e ci mancherebbe altro da questi qui, i volumi sono semplicemente ridicoli e troppo spesso arrivano folate di Perrosky dal palco Adidas originals. Si finisce con un “family is important” e viva Stefania Sandrelli.
Il Llevant è a due passi per fortuna e poco dopo la mezzanotte va ad iniziare il mio top3# concert. Deerhunter. La band di Bradford Cox si conferma la miglior cosa dell’indie degli ultimi anni. Rimango schokato dalla padronanza dei quattro che decidono di fare un set possente e fuzz senza rinunciare a quelle code psichedeliche tanto usate in occasioni passate. Questi possono fare ciò che vogliono dei loro pezzi. Caratteristica dei Grandi. La versione doom di Helicopter ne è la prova.
Sono quasi le 2 e si avvicina il momento più atteso dalla maggior parte dei presenti. Sono tornati i Pulp di Jarvis. Arrivo che il San Miguel è stracolmo e seguo il concerto a distanza. Io non sono mai stato un loro seguace, conoscevo soprattutto i singoloni e pochissimo altro ma è innegabile l’impatto scenico e da performer consumato di Jarvis, un vero e proprio animale. Entusiasmo alle stelle e gran bel concerto. La versione live di un brano (scoperto poi che si trattava di Feeling called love) mi ha lasciato senza parole.
A finire la giornata arriva la delusione più cocente del festival. Al RayBan arrivano i nuovi Battles. Tyondai non c’è più, c’è un nuovo lavoro appena uscito e l’impressione è che non si siano lasciati proprio benissimo ecco. Diversi brani eseguiti appunto dal nuovo Glass Drop con visual dei featuring alla voce e man mano che passava il tempo la noia saliva. Anche i tre rimasti non mi sono sembrati in perfetta sintonia. Ogni tanto sparivano dal palco a turno e mi è sembrata proprio voluta, per far capire l’aria che tira internamente, la cosa di non suonare Atlas e neppure Tonto. ‘Fanculo fanculo fanculo.
Nanna.

28 maggio @ Parc del Forum

Arrivo trafelato al Llevant in leggerissimo ritardo sulle 17:30 per The Soft Moon. Li avevo visti da poco a Roma in un club piccolissimo e credevo, sbagliando, che quella fosse l’unica loro location consona. La loro cold wave temevo risultasse indigesta ad un festival simile su un palco molto grande ad un’ora poco adatta. Invece fanno un set molto “grasso” e per fortuna con volumi accettabili e gli avventori ballano pure. Good job.
Poco dopo è la volta della new-sensation indierock. Yuck. Un frullato di Sonic Youth, Dinosaur jr Pixies e tutta quella roba lì. Derivatissimi. Però hanno fatto un bellissimo set e hanno confermato la bontà della loro scrittura. Ogni brano un potenziale singolo fino alla chiusura slabbrata di Rubber.
Torno al Llevant per Warpaint, quattro ragazze losangeline e il libro guida mi cita postpunk-CocteauTwins-Siouxsie. Me cojoni. Ma insomma mai fidarsi del libro guida. Io direi più Foals o Yeasayer. Però son da tenere d’occhio, creavano paessaggi sonori molto interessanti e vari.
Sul palco principale San Miguel inizia il live dei Fleet Foxes. Il loro primo album fu per me una sbandata molto consistente ma sul secondo ho grosse riserve e difatti la resa live me lo ha confermato. Secondo me non c’è paragone fra i brani. Loro sono bravissimi da vergognarsi proprio e fanno un concerto pazzesco supportati da un sesto elemento che suona qualsiasi cosa inanimata che passa sul palco.
Iniziare un concerto seduto sulle gradinate e finirlo a headbangare sotto il palco. Quello che mi è successo col mio top#4 concert, Einsturzende Neubauten, avanguardia rumoristindustriale di livello esagerato. Sentire il caro Hans Christian Emmerich arringare la folla in tedesco è da erezione immediata. Romani, spero non ve li siate persi all’Auditorium.
A questo punto, cedo ai richiami più insani e guardando l’orologio mi rendo conto che Barcellona e Manchester sono agli sgoccioli di partita. Mi ritaglio un quarto d’ora e raggiungo il Llevant dove hanno dato una pausa al programma e hanno allestito 3 schermi per il match. Arrivo al novantesimo spaccato e mi godo la festa blaugrana.
Ma bando agli entusiasmi calcistici, siamo pur sempre ad un signor festival e poco dopo le 23 mi apposto all’ATP per un signor concerto, quello di Dean Wareham accompagnato da moglie e band per suonare i Galaxie 500. E’ stato senza ombra di dubbio il set dal cuore più grande. Decido di viverlo appostato sulla collinetta alla sinistra del palco e l’emozione si taglia a fette.
La mezzanotte è ormai passata quando arriva il momento più infame di tutte le edizioni di Primavera Sound a cui ho assistito. In contemporanea suonano Mogwai, Swans e appena poco dopo Jon Spencer. Scarto il buon Jon perchè già visto e decido per gli scozzesi visto che quasi tutti vanno da Michael Gira. A sentire chi è stato là gli Swans hanno fatto calare un martello dal cielo per percuotere la terra catalana ma il cielo glielo hanno squarciato i Mogwai, letteralmente.
Oltre ai brani dell’ultimo, grande come al solito, album e ad una dedica per la recentissima scomparsa di Gil Scott-Heron e una per il Barcellona FC (batterista con tanto di maglia), un suono possente ed una esecuzione IMPECCABILE di cose passate. Su tutto questa. Top#1 concert.
Giornata memorabile fino ad ora. Nulla da dire. Mancava un pizzico di rock ‘n roll selvaggio e niente di meglio che i Pissed Jeans. Concerto noise/punk/hc sfascione di tutto il festival. Pogo delirante sotto il palco dal quale mi sono sottratto a fatica.
A dire il vero manca un’ultima cosa alla giornata. Una bella dancehall all’aria aperta. Si corre di nuovo al Llevant dove Dj Shadow è atterrato con la sua Shadowsphere in anticipo sul programma fregandoci un pò a tutti. Ma il set è una ficata, qualche estratto da Endtroducing e un sacco di breakbeat jungle/d’n’b. Festa.
Saluto il Forum mettendomi alle spalle la giornata con la qualità media più alta di sempre.

29 maggio @ Poble Espanyol

La domenica la spendiamo girando per il centro della città facendo visita agli Indignados in Placa Catalunya e cercando inutilmente di intercettare il pulmann del Barcellona nel tragitto fino al Camp Nou.
Poi nel tardo pomeriggio ci ripresentiamo al Poble snobbando quasi l’intero programma per vederci soltanto l’esibizione dei Mercury Rev che ripropongono per intero l’acclamato Deserter’s Songs. Mi rendo conto solo in quel momento che è tipo la quarta volta che li vedo è sarà a conti fatti la peggiore. Loro bravissimi e Donahue solito cerimoniere sempre un pò sopra le righe ma forse per la troppa vicinanza al palco sento solo dei gran bassi e chitarre assenti.
Poco prima dei bis ci allontiamo velocemente per l’ultimissimo appuntamento della trasferta.
All’Apolo Club festa di chiusura con i Black Angels. L’Apolo Club avevo avuto il piacere di testare in passato e si conferma una venue coi controfiocchi, poi metteteci una esibizione hard-rock psichedelico-circolare dei nostri eroi e una bella seconda fila e avrete il mio top#2 concert. Non poteva esserci conclusione più degna di questa.

Come ogni anno dico che questo sarà il mio ultimo Primavera Sound. E quindi “questo sarà il mio ultimo Primavera Sound”. Tanto ci provo gusto a sparare iperboli.

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