There’s so much stacking up against us

Succede alle volte che ci si dimentichi di quanto possano essere belle le chitarre elettriche, con quella potenza che esce dagli amplificatori come nei video dei gruppi glam, e quando tutto questo ritorna alla mente ci si ritrova affamati di contrapposizioni. Rabbia e melodia che si uniscono in una dicotomia complicata da raggiungere, che può diventare un pozzo senza fondo se la si ricerca disperatamente, che poi succede che se ne tirano fuori solo dei surrogati che falliscono in fatto di vendite e di piacere all’ascolto ed è meglio tirarsi indietro, capire che è giunta l’ora di chiamare quel giorno (un esempio? I Poison The Well).
I La Dispute sono l’incarnazione fisica e artistica di quell’unione, un’iperbole costruita su una base solida di unioni realizzabili, tipo il film di Thor che è riuscito a stare sia a Jack Kirby che a Shakespeare. Incredibile da leggersi ma veritiero e qualcuno ne ha già parlato benone su questi lidi.

Somewhere At The Bottom Of The River Between Vega And Altair è un disco difficile da etichettare sul subito, troppo eterogeneo per essere hardcore e troppo hardcore per essere altre cose. Già il fatto che inizi con Such Small Hands e soprattutto prosegua con Said The King To The River rende tutto complicato: la prima non si decide a partire ma una volta finita c’è da gridare al capolavoro, la seconda idem, nessuno scatto in avanti ma un continuo saltellare graziosamente sul posto prima dello sparo. Anche in un fattore di tempistiche ogni canzone è spesso troppo lunga per esserlo. Una specie di Thursday minori, sicuramente meno devoti al postrock dei padrini e più indirizzati ad una componente arty.
I testi di Jordan Dreyer sembrano usciti da una serie di pagine strappate di libri più che da foglietti sparsi per la sala prove. Ogni parola urlata o recitata va a creare la descrizione di scenari chiari e tondi, facendo parlare terzi – le virgolette, senza chiamare in causa il debrayage. Me lo immagino alla fine dei 12 minuti di The Last Lost Continent affaticato che a fatica imbrocca l’inizio di Nobody, Not Even The Rain. Perfortuna settimana prossima posso togliermi questa soddisfazione e vederli assieme ai Touché Amoré e i Death Is Not Glamorous.

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