Un altro post su Drive (e un mixtape)

Diciamocelo chiaramente, tra le regole auree di un blog c’è di non parlare dello stesso argomento più volte, di non essere retorici, di scrivere post non lunghi e di non spoilerare film.
La risposta è che questo posto è mio e faccio un po’ come mi pare e che Drive è un film che fa un po’ fottere di regole scritte da nessuno.
Quindi se andate avanti sappiate che questo post: parla di Drive di nuovo, sarà lunghetto e spoilererà qualcosa. A vostro rischio insomma.
Che questo posto è mio lo sapevate già

(ah prima del post e collegandomi al lato prettamente musicale di Drive, totalmente fuori tempo, pop e oscuro ho immaginato per un attimo una playlist fittizia ispirata all’esperienza del film stesso, qui il file rar da scaricare sempre vogliate, dove i titoli sono scritti all’apertura del file, magari la suonate mentre leggete, magari no)

Io sono uno di quelli che ai film dà un peso enorme. Che L’infernale Quinlan sia il film più bello della storia lo capisci dai primi 3 minuti, che The Social Network sarà studiato per anni dai primi 5, che Watchmen è un film sottovalutatissimo dai primi 3, che Il nastro bianco è un film che ti spaccherà in due dai primi tre e via dicendo.
Nei primi 5 minuti di film Drive è un film che fa la spiega, “ti fa vedere come si fa e come se ne esce”. Una cosa che per la maggior parte dei registi ci speculerebbe per 45 minuti abbondanti magari con uno come Robert Duvall a spiegare chi è il driver, qualche giogioneria tipo sul non fare domande, seguito poi da mezzora di botti macchine che fanno stridere le gomme, chioschetti di hot dog investiti sorrisetti del driver. Insomma Fuori in 60 secondi l’avete visto tutti no?
Qui la storia è diversa, il principio è quello della razionalità, della diversità GTA che diventa realtà, perchè a GTA se sei furbo vai dentro al garage con la macchina e chiudi lì, sennò puoi scegliere di guidare fino in Canada o cose simili alla Blues Brothers. Ecco, il primo riferimento plausibile oltre a Michael Mann è il gioco GTA. E già scriverli vicino fa uscire il sangue dal naso figuriamoci al cinema.

L’onestà, e la grandezza (perchè tutti i film grandi sono onesti) di un film come Drive è nelle radici. Le radici di un western (non un noir, non un road movie) dei più classici, il quasi cattivo incontra la bella, si innamora di lei, aiuta il marito e poi lo vendica e se ne va al tramonto. Questo è un western figlioli, Gary Cooper c’ha fatto una carriera sopra, abbiatene un minimo di rispetto. Il western dicevo, e la rarefazione dei noir Lynchiani, le stranezze e il nichilismo (che poi nichilismo non è) dei personaggi, i personalissimi tic e deformità sociali e il senso di inadeguatezza. Tutto è strutturato non sulle parole ma sugli sguardi che raramente tradiscono emozioni e raramente sono rilevatori di per sè. Inseriti nel contesto prendono invece un’altra piega. Come per la rivelazione della cotta prima e della vera natura del driver, una scena che messa allo stesso modo, in due punti diversi ha un significato opposto.

è un western dicevo. Ma voi non volete credermi.

Altro punto, e finalmente ci siamo arrivati, sono i personaggi, taciturno, scarsamente rivelatore, con doppia identità (o con un’identità che esce fuori per motivi lavorativi e morali) ed estremamente viscerale e profondo (attenzione non in maniera cinematograficamente logorroica, il Driver. Donnina del west senza difese lei.
I gesti, in questo sono a dir poco sensazionali. Il dito puntato ricorda da vicinissimo le due dita di Dennis Hopper di Velluto Blu, incastrato nel personaggio più da vicino le due dita sotto il collo del Mortensen di Eastern Promises. Io a quel punto preciso lì ho pensato “il potere di un dito”, del silenzio, delle pause e della paura. Michael Bay non hai capito veramente un cazzo.

Il tocco e la concessione al pop è il giacchetto, un simbolo del protagonista (tolta una scena usato solamente nei momenti della sua attività lavorativa) e di cui viene spogliato nel momento dell’intimità del ritorno alla vita reale, della necessità e della percezione di essere una persona normale, con una vita normale. La chimera rivoltata al contrario.
Che il riferimento sia Carpenter e il giacchetto di Snake Plissken anche qui credo sia pacifico (anche se a dirla tutta è la bruttezza vera dell’oggetto a contestualizzarlo nel pop decadente e plasticoso figlio degli anni 80).

Il film fatto presto a definire il senso della storia, il succo e dove si vuole andare a parare miracoleggia a destra e manca fino all’ora e quaranta (i titoli di coda) con concessioni al senso della posizione dell’occhio che scruta la storia, alla vista dello spettatore più che all’ascolto. Senza linee di sceneggiatura memorabili, o esplosioni di regia (escluso l’enorme tributo a William Friedkin nei vari inseguimenti) e si decontestualizza, mettete che storie del genere alla fine se siete nella sala vicino sentite i rombi del THX o del surround. La quiete invece è la base di Drive, il nocciolo. La pietra inscalfibile che regge tutto. Nessuno urla, non ci sono concessioni agli strepiti, le rivelazioni sono fatte in silenzio, con un gesto (la pallottola consegnata dal bambino), come la vendetta e l’accettazione di una vita che non sarà per ora come si desiderava fosse.
Refn leva la parola “destino” che nel noir è probabilmente la pietra fondante e la riduce a sacrificio (a sua volta pietra fondante del western) e riscatto.
Anche se con la seconda (in questo caso) col senno di poi uno ci si soffia il naso.
Drive è un film enorme perchè riesce ad andare senza mezzi (sceneggiatura, dicevamo su) dove vuole lui, la magia del cinema vera e propria è questa, una storia chiusa con degli occhi chiusi e poi aperti, una macchina che viene messa in moto e se ne va e una donna che bussa alla porta. Sembrano scene sconnesse ma sono cose così che fanno il cinema e la storia.
Alla stessa stregua del bacio più bello mai visto della storia del cinema (la sto sparando probabilmente me anche no) nato tra due amanti in un ascensore in presenza di un killer. Un braccio che si allunga e ripara, un balletto di danza classica senza le isterie di Aronofski, un ralenty che diventa una sceneggiatura e poi la bocca dell’inferno.
Se vogliamo chiamare così una storia d’amore e riscatto che non vedrà mai soddisfatto il suo senso.

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7 pensieri su “Un altro post su Drive (e un mixtape)

  1. la scena di quel frame lì con lui di schiena che ansima e sembra che sia lo scorpione a respirare.

    tu mi vuoi far morire…

    gran pacche sulle spalle, dude

  2. Non ho ancora visto il film, ma uno scorpione sulla schiena mi fa subito venire in mente la rana e lo scorpione.

  3. Non ho ancora visto il film, non t’ho mai letto (che qui mi ci ha portata un link insospettabile), ma la playlist fittizia mi ha gasata!
    Grazie eh!

  4. Pingback: disconnesso » College Feat. Electric Youth – A Real Hero - disconnesso

  5. Bel post per un gran bel film. Condivido in pieno, sopratutto sull’inizio del film, sintesi pura. Mi e’ piaciuta molto anche la scena del night club. Il momento in cui lui entra nei camerini con le ballerine con lo sguardo fisso…e poi la violenza. Gran bel film non c’e’ che dire.

  6. Pingback: Top Film 2011 – ale-bu « JunkiePop

  7. Noooo, il link al rar non funziona più! Lo puoi rimettere? Sarei davvero curioso di ascoltare la tua playlist

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