Carnage; o, Il polpettone

Giovedì scorso sono andata al cinema in Germania a vedere Carnage; in sala c’era un gruppetto di Fräulein che ogni volta che appariva in scena Christoph Waltz andavano in brodo di giuggiole (e io con loro), e quando si è tolto i pantaloni, non ti dico, nessuna di noi capiva più niente e i mariti volevano farci rinchiudere.

Quando andavo all’asilo il giovedì era il giorno del polpettone. Non nel senso del filmone epico melodrammatico che dura sei ore e un quarto, e la rivoluzione russa, e le cavallette, e tutti muoiono ma Tara rinascerà, e poi il tema di Lara – no, proprio il polpettone che si mangia. Il regno del polpettone era il refettorio, un mondo di tovaglie a quadrettini bianchi e blu, bacilli vaganti e bambini urlanti, puré lanciato contro le pareti, briciole di pane imbevute nell’acqua e bevute per sfida, e biscotti Oswego trangugiati insieme a ributtanti yogurt alla banana prima del riposino forzato.

Anche se te lo fai in casa con le migliori intenzioni, il polpettone è l’incarnazione del potenziale sprecato: prendi ottimi ingredienti, li metti nel BravoSimac, frulli per un quarto d’ora, esce una sbobba un po’ così a vedersi ma che comunque potrebbe avere un buon sapore. Poi avvolgi il tutto nella carta stagnola, metti il coso nella pentola a pressione, cuoci fino alla morte. La pentola fischia e fa un casino pazzesco, sembra essere sull’orlo dell’esplosione – che sarebbe una roba fighissima: immaginati la cucina Philippe Starck tutta imbrattata di pezzi di carne, fumo, vapore a 320°C, cose da Buster Keaton – e invece niente, arrivi al punto di cottura, spegni il fornello, la pentola fa meh, e ti rimane un cilindro di sbobba solidificata da fare a fette.

All’asilo il contorno del polpettone era sempre: patate (Christoph Waltz), piselli (Jodie Foster), fagiolini al burro (Kate Winslet) e carote bollite (John C. Reilly). Era la parte migliore del piatto, quella tollerabile; nel caso delle patate ci mettevi anche del gusto, e comunque  a me le carote, i piselli e i fagiolini sono sempre piaciuti. Se avessimo mangiato solo il contorno (specialmente le patate: tante patate, tanti amici) che bambini felici saremmo stati! E invece no: la bidella coi suoi modi grezzi e insicuri, e un grosso problema di falsa autorità percepita, diceva che se volevi altre patate dovevi finire il polpettone, e non si usciva di lì finché tutti non avevano spazzato il piatto. Però dopo i primi morsi il polpettone aveva sempre lo stesso sapore, e mangiarselo tutto era davvero una noia. Quindi si scatenava l’inferno: in qualche modo ti dovevi liberare del polpettone nel piatto. La bidella urlava che non si butta il polpettone per terra, e non si lancia contro al muro, e andava a finire che nessuno faceva il secondo giro di patate; la bidella era esausta e noi pure, e nessuno andava a casa contento.

Caro Polanski, quanto mi hai ricordato la bidella del refettorio con questo polpettone di un film! La bidella era un dubbio esistenziale fattosi persona, lo stesso dubbio che ti ha attanagliato durante la lavorazione di questo film: provo a imporre la mia (scarsa) autorità o lascio che il dio del caos prenda il sopravvento? Come la bidella dell’asilo non riesci a fare né l’una né l’altra cosa, e che peccato. Accidenti alle tue inquadrature un po’ sbavate, i movimenti di macchina incerti, il montaggio fatto con le forbicine di plastica e la Coccoina! Accidenti a te che eri assente durante la lezione sul rigore formale e strutturale nei chamber pieces! Accidenti a chi ti ha scritto un copione col climax nel mezzo invece che alla fine! Possibile che tu non abbia capito che per fare un film alla Buñuel, per fare a pezzi il fascino discreto della borghesia nell’epoca del politically correct, ci vuole non dico l’entrata in scena di un orso, ma almeno il gran finale col pranzo spalmato sulle pareti? Avresti dovuto vedere che perfetto Gesamtkunstwerk era il refettorio dell’asilo dopo il polpettone del giovedì, forse avresti imparato qualcosa.

7 pensieri su “Carnage; o, Il polpettone

  1. Philip Roth ha detto tutto già in Pastorale Americana (per quanto riguarda climax, struttura e costruzione di esplosioni), forse a Polanski andava regalato prima di girare il film

  2. Potrei fare pessime battute sul fatto che Jodie Foster sia i piselli, ma mi trattengo (anche perché amo l’una e gli altri). Ottima recensione, però ;-)

  3. Io condivido a metà considerato che anch’io non ne sono andato pazzo e che a casa mia il polpettone è roba buonissima (e non si fa in quel modo). :-) Polanski secondo me riesce comunque a far miracoli (parlo di pura messinscena) col materiale che ha a disposizione (il mediocre testo della Reza, abbastanza fuori tempo massimo). Poi, ecco, pensiamo a “La morte e la fanciulla” e ci prende un po’ lo sconforto. Se c’è un caso in cui l’altrove insopportabile definizione “esercizio di stile” ha un senso, forse è qui.

  4. Ci tengo a dire che se mi presentate un polpettone migliore di come l’ho lasciato all’asilo sono pronta a ricredermi sulla metafora. Si accettano inviti a cena.

    Certo è che davvero, son robe già dette che i bambini alla fine i fatti loro se li risolvono meglio da soli che con l’interferenza degli adulti, che le buone maniere nascondono l’inciviltà, che il mondo domestico è una copertura per la barbarie.

    Però Yasmina Reza a teatro funziona. E non solo con God of Carnage, ma anche con Lifex3, e in particolare con Art, un testo col quale – che ci piaccia o no – tutto il teatro pop deve fare i conti. Forse è proprio che non sa scrivere per il cinema. (E allora uno dice: sei Polanski, cribbio, prenditi uno sceneggiatore o passa ad altro, no?)

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