We made a promise we swore we’d always remember.

C’è Bruce Springsteen in giro per l’Italia, in questi giorni. Giovedì ha suonato a Milano. Oggi suona Firenze. Domani, lunedì, a Trieste. Poi ci saluta e vallo a sapere quando cazzo tornerà – presto Bruce, torna presto, che qui stiamo male, fisicamente. La nostra Irene l’ho vista dopo il concerto di San Siro, entrambi spezzati in due dall’emozione, e ci siamo dati uno di quegli abbracci lì che si danno solo quando si è felici, ma felici per davvero. Io e Irene fino a lunedì avevamo la depre più profonda e praticamente avevamo mezzo deciso che niente, quest’anno salta, la luna è storta, io non trovo il biglietto, lei non trova la schiena e l’amica con cui andare; poi niente quella della luna storta è una stronzata inventata da un ubriaco e il biglietto s’è trovato così come l’amica. E pensa se non fossimo andati. PENSA.
Leggenda vuole che i concerti di Springsteen siano indescrivibili, che se ci sei ci sei e lo sai che vuol dire e se non ci sei puoi dire il cazzo che ti pare che tanto non ci sei e non sai. È la verità, i concerti di Springsteen non si raccontano, si vivono, ed è tanto presuntuoso quanto semplice.
Leggenda vuole però che il concerto di Springsteen a San Siro di giovedì non sia stato solo indescrivibile ma anche inimmaginabile, inimmaginabile persino da chi di concerti ne ha visti decine e decine. Un concerto lunghissimo, 3 ore e 40 minuti, una scaletta solida e senza sbavature, una The Promise solo piano così emotivamente devastante che poteva essere peggio solo se dopo avesse suonato The River. Ed infatti ha suonato The River. Sarà che poi Bruce di suonare in quello stadio era contento per davvero, si vedeva, non è un commento di circostanza, un’impressione che chiunque altro in qualunque altro stadio avrebbe; Springsteen a San Siro è tipo la Madonna a Lourdes, con la differenza che lui ci è apparso davvero, quattro volte, e a ‘sto giro era più felice del solito. Era felice per davvero e felici per davvero lo eravamo noi, tutti, e noi, io e Irene, e anche se il concerto non l’abbiamo visto insieme tanto mi bastava sapere che lei fosse lì dentro.
Quando si è seduto al piano ed ha iniziato a suonare The Promise non ci ha creduto nessuno, poi si sono messi tutti a piangere. Tutti. Io ho pianto. Irene ha pianto. 70mila persone quasi completamente in silenzio hanno probabilmente pianto, e zittiscilo tu uno stadio intero in preda all’adrenalina. Provaci.
Leggenda vuole che ai concerti di Springsteen piangano tutti, anche i maschi più maschi che non piangono mai, ed è la verità. Poi si scambiano sudore e sorrisi, perché non c’è un secondo di tristezza ai concerti di Springsteen, neanche durante certe canzoni, dedicate a che non ce la fa più. Lì è la speranza a farci sorridere.

Un’amica a fine concerto mi ha detto che ha visto suo padre piangere, un paio di volte, poi ho abbracciato forte Irene. Come se i concerti di Springsteen fossero solo dei concerti.

3 pensieri su “We made a promise we swore we’d always remember.

  1. Non so più cosa dire. A Firenze stavamo annegando dall’acqua che scendeva ma abbiamo imparato a nuotare. Con Bruce è così, è un salvagente enorme, una scialuppa su cui c’è posto per tutti, ma specie per quelli che queste cose che scrivi le capiscono e le sanno. Non potrei essere stata più felice di avere pianto con te, a sessantaepassamila persone di distanza. Le distanze non contano, quando sei lì sei lì. (Poi tu pensa – PENSA – che all’inizio del concerto ho detto: è già un miracolo che io sia qui, ma poi sono tranquilla, non ho richieste – la mia richiesta è già stata esaudita – con Bruce ci ho parlato, le foto le ho fatte, il concerto in prima fila pure, è come se avessi raggiunto il Nirvana. Se dovessi proprio sparare un ultimo desiderio sarebbe The Promise. Ma posso mettermi l’anima in pace ché tanto non succederà mai. PENSA.)

  2. Pingback: We carry the fire « JunkiePop

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