We carry the fire

Arrivo a Milano in aereo il martedì sera per il giovedì, ché c’è Bruce Springsteen a San Siro. Incontro un gruppo di texani venuti apposta perché hanno sentito dire che “un concerto di Bruce in Italia è come andare alla messa del papa in Vaticano.” (Giuro, hanno detto così. Lo so che te l’ha messa così anche Mattia, ma lo vedi che non è una cosa che ci inventiamo noi questa della Chiesa di Springsteen?) Uno di loro ha settant’anni, è anche il suo compleanno. Quando parte The Promise lui sorride, ma le lacrime gli scorrono a fiotti sui baffoni bianchi, piange come un bambino. Ci sono anche un sacco di bambini che sanno le parole delle canzoni. C’è anche la mia amica V, che ha un sacco bisogno di segni grossi. V mi regge gli occhiali mentre anche io piango, piango, piango. E poi mi abbraccia e balliamo come due tarantolate con un gruppo di ragazzi sconosciuti, fino all’esaurimento totale delle energie fisiche. Usciamo dallo stadio e trovo Mattia, e Mattia è la persona che voglio più abbracciare al mondo in quel momento, perché Mattia sa esattamente come mi sento. La notte non si dorme tanta è l’adrenalina in circolo. Le mie prime parole quando mi alzo sono “ma lo sai che quello di ieri è stato il secondo concerto più lungo che Bruce abbia mai fatto?” V va a lavorare, e scopre che mentre eravamo al concerto le hanno scritto per offrirle il lavoro della vita, una cosa seria e grossa e bellissima.

Il venerdì mattina prendo un treno per Bologna che è pieno di tedeschi e austriaci che litigano con lo scarsissimo spazio per i bagagli, anche perché gli altri passeggeri hanno messo le loro borse alla cazzo di cane. Stanno intralciando il passaggio, e il cumenda che uè, io c’ho un bisness tripp, comincia a insultarli. Intervengo e spostiamo insieme un paio di cose per fare spazio. Ci sistemiamo nei posti assegnati, e tutti contemporaneamente tiriamo fuori iPhone iPad MacBook e cose varie, e tutti guardiamo le stesse foto. Le foto del concerto la sera prima. Ci avrei giurato che fossero Springsteeniani, avevano quella cosa negli occhi che riconosci subito, e che ti fa aiutare a vicenda. Mi chiedono di tradurre la recensione del concerto su repubblica.it, poi commentiamo che oddio ha fatto The Promise, oddio, si vede proprio che San Siro è qualcos’altro. Ma vediamo Firenze, vediamo Firenze.

A Firenze ci arrivo con mio fratello. Io con mio fratello parlo una lingua che in gran parte è basata su quello che non si dice. Io e mio fratello partiamo da Bologna alle 11 di sera del sabato per appoggiarci dalla mia amica D. Sull’A1 non c’è nessuno ed è bellissimo guidare a palla nel buio ascoltando Thunder Road Tenth Avenue Freeze-out Night Backstreets Born to Run She’s The One Meeting Across the River e Jungleland coi finestrini abbassati e un volume da denuncia. Non parliamo quasi per niente. Alle 2 andiamo a letto. Alle 4.30 suona la sveglia di mio fratello con Bobby Jean. Si sentono dei grugniti ma nessuno si sveglia. 5 minuti più tardi scatta la mia sveglia, che fa il suono di un telefono. Io urlo: “è per te. È Bruce.” Si svegliano tutti di soprassalto.

Arriviamo allo stadio alle 5.30, prendiamo i numeri, ci mettiamo in fila, prendiamo i braccialetti per il pit, torniamo a casa, facciamo colazione, prepariamo panini e pizze e bevande, torniamo allo stadio, entriamo allo stadio, comincia il concerto, è tutto liscio come l’olio. Poi il diluvio universale. Te l’ha già detto Giorgio com’è stata quella cosa; io non ho mai visto tanta gente così felice di stare sotto una doccia gelida. Bruce ci si butta sotto insieme a noi, perché la cosa più importante che ha da dire Bruce, sempre, è che we’re all in this shit together.

Quando sono tornata ho scritto a mio marito che questa roba di Bruce è davvero così, che ci si crede profondamente proprio come a una religione. Forse perché lui dice anche che la fede sarà ripagata, che è una cosa che ti dà sicurezza in periodi come questo, quando il cielo ti cade sulla testa e la terra trema sotto i piedi. E in effetti devo dire che nella mia vita Bruce non mi ha delusa mai. Chiamami pure esagerata, ma quando io compro il biglietto per il concerto è come se stessi comprando il biglietto per il treno verso la terra dei sogni e delle speranze – la destinazione è lontana, ma è proprio il viaggio a valere il prezzo del biglietto. Alla fine non importa, è come quella roba del sangue di San Gennaro: se tu ci credi allora è vero.

Questo tour è pieno di cose importanti, ma importanti davvero. Bruce parla di politica e di storia, ma anche di amicizia e di amore. È amore puro quello che lo spinge a riempire il vuoto pazzesco che la perdita di Clarence Clemons deve avere causato per lui (è una voragine enorme per tutti noi, immaginati per lui) con l’energia e le urla di tutti, il coro di Big Man Big Man Big Man che si alza ogni volta a metà di Tenth Avenue Freeze-Out quando Clarence entra nel gruppo. È amore puro saper condividere questa cosa con milioni di estranei, capire che cosa significava Big Man anche per noi, permetterci di partecipare a questa commemorazione. È amore puro saper mettere in piedi una messa solenne per i tuoi migliori amici – Terry, Danny, Clarence –  un amore che fa resuscitare la gente anche solo per un momento, e così in qualche modo la fa vivere per sempre. La pioggia ti lava via tanta roba; quando le emozioni sono così intense davvero non sai distinguere le tue lacrime dall’acqua che scende dal cielo. È una catarsi fortissima, più forte di un nubifragio, più forte di un terremoto.

Poi se ti ricordi a Milano ha fatto un pezzo dell’album nuovo che si chiama We Are Alive, e il ritornello fa “we are alive/our souls will rise to carry the fire/and light the spark”. Come tutti gli artisti coerenti Bruce dice sempre la stessa cosa: non puoi accendere un fuoco senza una scintilla, e la scintilla ai concerti la porta lui. Poi sta tutto a te. A volte lo dice con altre parole, tipo “stay hard, stay hungry stay alive”, oppure “prove it all night”, e anche “I’ll love you with all the madness in my soul” – a volte persino nelle cover ti ritrovi Burning Love, a volte “dream baby dream/you keep the fire burning”. (Per non parlare di I’m on Fire, Fire, Into the Fire, Streets of Fire. È fissato col fuoco, quell’uomo.)

Ogni volta che sento quel ritornello penso a The Road di Cormac McCarthy. Nel libro il mondo sta morendo, è finito tutto, si giocano i supplementari dell’apocalisse e in campo sono rimasti solo quel padre e quel figlio, e il padre dice al figlio “we’re the good guys. We carry the fire” e il figlio ci si aggrappa e si ripete questa frase sempre, come se il ritornello fosse l’ultima cosa rimasta. Ti ricordi? Ecco, la promessa che fai a te stesso quando diventi Springsteeniano, quando Bruce ti attacca i cavi della batteria al cuore e all’anima e poi mette in moto, è questa: è la promessa di restare vivi, di portare il fuoco, di alimentarlo. Il fuoco che ti si accende dentro quando arrivi a capire Bruce è un fuoco che scalda, un fuoco che mette in moto dei macchinari giganteschi, un fuoco che anche quando distrugge lo fa per rinnovare, come le piante del bush australiano che vanno in autocombustione prima di rinascere.

Torno da Firenze con un paio di scarpe nuove e il cuore pieno, la voce e un po’ di vestiti li ho lasciati lì. Accompagno mio fratello a farsi il secondo tatuaggio con parole di Bruce. Compro il biglietto per il concerto di Londra, che sarà il mio concerto di Springsteen numero dieci, perché un fuoco così non lo spegne certo un diluvio, fosse anche la fine del mondo.

3 pensieri su “We carry the fire

  1. Pingback: Bruce Springsteen in Italia: ecco alcuni racconti dei tre concerti di Milano, Firenze e Trieste. « guidobenedetti.it: il blog

  2. Pingback: Recensioni di chi c’era | Springsteen a Firenze

  3. Irene non so chi sei quanti anni hai dove abiti se hai figli ma so che condivido con te sentimenti gioie lacrime passione amore . Scorre nelle tue vene la stessa musica la stessa voce gli stessi respiri le stesse speranze lo stesso pensiero la stessa voglia di urlare guardando verso il cielo “grazie Dio perche’ esisto, grazie Dio perche’ esiste…il Nostro”.

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