Quando il Raudo ti becca

e ti scoppia vicino non senti da un orecchio per almeno un minuto.
Ricordate la sensazione? io sì e non era piacevole.
Ecco il motivo per cui ho associato (come un cane con la luce verde per mangiare e rossa per i bisogni) il titolo dell’ultimo disco dei Gazebo Penguins a qualcosa di spiacevole.
Il resto ce l’ha un po’ messo l’internet tutta perché sì, ok, bravi guaglioni, simpatici gente che si è fatta il culo nei van e nei localini e che mettono in fridaunlò (scriviamolo l’ultima volta così e poi basta per favore) il disco, ma l’attesa quasi selvaggia e soprattutto l’hype (bada bene senza avere ascoltato una nota del lavoro) era quello che c’era per Who’s next dei The Who.
Quindi quello che ho sempre pensato è, in questi casi lasciamo decantare il disco, vediamo come è e vediamo se regge l’urto dei fatidici dieci ascolti, perché dei The Who ovviamente non stiamo parlando e perché a volte sfioriamo un po’ tutti la bimbominkiaggine che tanto prendiamo per il culo.
Raudo (lo scrivo come cazzo pare a me, tutto minuscolo) è un bel disco, per me anche meglio del precedente Legna, forse più tondo nei suoni (anzi sicuramente) ma la portata rimane del precedente lavoro. Il nodo delle canzoni dei Gazebo Penguins sono quelle melodie da scuola elementare che sembrano facili (e che da genuine sono copiate pateticamente da molti altri) che la raccontano anche senza raccontarla.
Il nichilismo e i racconti mozzati della provincia e della vita degli ex adolescenti nei 90 o ce le hai dentro o suoni falso. Ecco questo riconosco ai GP, suonare tremendamente veri e che sia una questione di suono è del tutto secondario. E’ più di come si fanno le cose, di come si affrontano.
E i Gazebo Penguins le dimostrerebbero anche senza tutto questo hype (in gran parte meritato in altra parte figlio dello “ne scrivo prima ed entro nel giro giusto e così io c’ero prima di tutti”) lo farebbero senza problemi. Lasciamoli suonare, lasciamoli crescere. Non li bruciamo così.

scarica il disco

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