Quasi un urlo indiano

waxahatchee

Waxahatchee è un nome difficile da scrivere per dove è la acca, per quante e ci sono e a pronunciarlo sembra che stai per alzare un’ascia e ammazzare (o a tentare di) Tex.
Io con Tex ci ho provato da ragazzino ma dopo un po’ mi faceva due maroni, sono passato a Dylan Dog e Nathan Never, quest’ultimo abbandonato quasi subito. Mah.
scritta una premessa abbastanza idiota c’è da considerare il nuovo disco di Waxahatchee, all’anagrafe Katie Crutchfield, titolo Cerulean Salt.
E’ uno di quei lavori in cui non intravvedi un potenziale da spaccaclassifica o da popola stadi, o il classico concetto del “se le capita la canzone giusta”, no. Waxahatchee probabilmente rimarrà una questione privata, per pochi (oh io le auguro il contrario sia chiaro), di quel tipo che racconti con un cuore particolare quando parli di canzoni sgranate, provenienti da vent’anni fa come una capsula del tempo, un po’ come se Juliana Hatfield avesse continuato a scrivere dischi bellissimi e Liz Phair non fosse stata la più grossa stronza venduta e crumira nei confronti dell’indie rock.
Perché lo sei stata, Liz. Prima scrivi “voglio scoparti fino a farti diventare il cazzo blu” e poi hai scritto roba che Taylor Swift al confronto è i Dirty Projectors.
Waxahatchee è un disco per chi si sente a suo modo orfano di quel suonato non dico male ma non pulito delle Sleater Kinney (tornate vi prego, un giorno tornate eh che siamo tutti qui) e che ha il senso di pensare che certe cose possano dirsi solo in una maniera che non è pulita e non è da classifica. E’ LA maniera. Quella degli anni novanta. Quella con cui e per cui continueremo a scassarvi la minchia finchè avremo 90 anni.
Perché? Perché a noi hanno scassato la minchia coi Beatles e i Rolling Stones e gli Who e avevano ragione. Gli anni 90 sono stati l’ultimo avanposto di un futuro chiaro, pulito, sostenibile. E non si sono cancellati per un colpo di fucile in bocca, col cazzo.
Cerulean Salt è un film dei Coen a suo modo, di quelli che fanno anche ridere ma che hanno dei momenti intimi, anche se infinitesimali. Un po’ Come Fargo, dove non sono tutti belli, vestiti bene e parlano sporco. Però alla fine ti lasciano dentro quel senso di casa che pochi dischi (e film, e libri) ti lasciano dentro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...