Come fare a non tornare

FBYC_Come fare a non tornare_COVER

Ho aspettato tanto (forse troppo) per parlare di Come Fare a Non Tornare, ma ho preferito fare così, senza partecipare alla gara per arrivare al podio del primo commento – e non mi dispiace affatto essere fuori tempo massimo – e scriverne solo esclusivamente dopo tanti ascolti. Nel frattempo, però, ho fatto l’errore di leggerne in giro su internet, su webzine con nomi acuti o ironici (Munnezza a confronto sembra una filiale del Lion’s Club, Emotional Breakdown il nome del fascicolo di cardiologia di qualche enciclopedia) di cui chiaramente non conoscevo l’esistenza, oppure su forum (o su quello che molti vedono come IL forum di musica italiano. Vabbè), giungendo così ad una rapida conclusione, ovvia più che mai: il 90% delle persone non ha mai ascoltato i FBYC prima della svolta del cantato in lingua madre (e non è una critica, uno è liberissimo di far quello che gli pare, ci mancherebbe) e molto probabilmente non lo avrebbero nemmeno mai fatto, perché  il loro ascolto non va oltre alla voce, ai testi e all’intensità con cui Jacopo li canta (vale la parentesi precedente), per una questione di cameratismo di una certa musica cantata in italiano o per una genuina questione di gusti.

Già al primo ascolto il paragone immediato è stato con Fine Before You Came, il selftitled in inglese uscito con un dvd (e se qualcuno ne avesse casualmente una copia in più a me mancherebbe solo quello), la premessa ad una seconda vita in italiano fatta di concerti all’aperto e una fama costruita sull’esperienza maturata da anni e anni passati a suonare assieme. Con il passare degli ascolti il metro di paragone è rimasto costante, livellando sempre di più gli obbligati accostamenti con i due dischi in italiano fino a raggiungere lo stadio ‘ok, mi è venuta una gran voglia di ascoltare gli altri, ma questo disco è tanto diverso quanto una figata’. Come Fare A Non Tornare è appunto un disco differente da quello che ci è stato donato negli ultimi anni da loro cinque, un disco che vuole trasmettere qualcosa di diverso, e la gente lo ha preso un po’ come ha voluto, più che giustamente, con il comune denominatore dell’effetto sorpresa. La cosa, comunque, non dovrebbe meravigliare: Sfortuna è un urlo che sembrava volesse dire cose tenute troppo dentro a 5 mt dal microfono facendo le capriole sul palco, mentre Ormai aveva il microfono direttamente girato dalla parte del pubblico con stage diving annesso, costruendo le canzoni per quell’esigenza lì, quindi non ci si poteva aspettare nulla di preciso, anche perché – bla bla, lo sappiamo tutti – il disco è uscito senza che nessuno ne sapesse nulla. A me non è arrivata la cartella stampa, però a quanto pare c’è stata una decisione di gruppo e periodi di registrazione nei successivi tre mesi, per cui c’era una necessità di entrare a fondo con il proprio vissuto e far due conti, andare oltre alle riflessioni sparate in faccia di certe canzoni di Ormai, c’era quella necessità che si sente nei suoni, nel modo in cui è suonato e cantato tutto Come Fare A Non Tornare, che ricorda un periodo di vita musicale precedente ai due precursori in lingua madre ma che rimane legato ancora per un piede da quel filo rosso di recente costruzione. Parlando di necessità e scelta di voler fare qualcosa si parla di una persona sola, una congrua somma di idee in democrazia, costruita su un rapporto di amicizia che sarebbe solo da invidiare, che ha di riflesso riportato loro stessi in note e parole. Il disco ha ritmi più lenti, il basso in qualche canzone sembra essere il cuore pulsante del tutto, le parti strumentali sfiorano senza vergogna il post rock ed i testi, se si gratta via quell’impersonalità acquisita con Sfortuna ed affinata con Ormai, racchiudono un grosso boccone amaro da digerire, che proprio non ha voglia di essere proferito con la gola rossa, ma preferisce andare piuttosto ad interloquire con la punta delle scarpe – e quella superficialità mi è sembrata davvero in bilico in Il Pranzo Che Verrà. Quello che è uscito è un disco davvero maturo, che corregge il tiro, si ripensa, si reinventa senza perdersi per strada. Come Fare A Non Tornare sembra il disco dei famosi pugni chiusi in tasca sui binari vuoti di Sasso.

Altre pippe lette su internet è il domandarsi come potranno stare bene queste canzoni in scaletta con le altre, come suoneranno e come le prenderà il pubblico. Domande lecite, eccome, i loro concerti sono una bomba, però non vedo tutta questo dilemma, soprattutto per un gruppo che si è imposto un numero limitato di concerti ma che ha dato la disponibilità al numero più alto possibile di persone di poter ascoltare queste ultime cinque canzoni senza sborsare un centesimo.

A me è piaciuto davvero tanto. Il disco si scarica da qui.

Un pensiero su “Come fare a non tornare

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