And I call forks… food rakes. #bucatini

Bucatini freddi pomeridiani.

Io ho una nonna.

Lo so, ce l’hanno tutti, anzi, in realtà di solito ne abbiamo due a testa, ma io ne ho solo una. Una “vera”. L’altra è lontana, geograficamente e psicologicamente. E poi è secca come una cucchiaiata di caffé macinato in bocca. Si è mai vista una nonna secca? Sicuramente sì, ma la “nonna vera”, il mio prototipo di nonna, ha una stazza che s’impone.

La mia vera nonna è così. Dondola quando cammina, spostando il peso della sua dolce massa da un piede all’altro, e quando l’abbracci è come sprofondare in una calda cesta di bucato appena fatto. La mia corpulenta nonna è stata la solida base su cui ho appoggiato l’infanzia ed ho iniziato a costruire la mia vita. I primi tre anni su questa terra li ho trascorsi nell’appartamento, suo e del nonno, di via Val Lagarina a Milano. Non è mai stata una zona idilliaca in cui abitare, coi giardinetti cosparsi di siringhe e i balconi diroccati con i panni stesi ad asciugare al calore dell’inquinamento. Al numero 14 di quella via grigia e verde io giocavo nella cucina della nonna, disdegnando bambole e pennarelli per impastare pietanze impossibili con l’acqua e la farina, mentre lei instancabilmente cucinava.

Il nonno era un cultore della pasta. Se c’è un’immagine che più me lo ricorda è quella delle sue labbra che pazientemente risucchiano ogni spaghetto, ogni bucatino, ogni linguina. Pasta e birra, due grandi passioni proiettate nell’immortalità da una foto in seppia direttamente dalle fabbriche in Belgio, nella quale brandisce entrambe con un gran sorriso. “Sto bene, visto?” è la didascalia immaginaria che mi attraversa la mente quando guardo quella foto.

E poi, subito dopo, mi chiedo se l’avesse finito quel piatto di pasta o se, come al solito, ne avesse lasciata la metà per la cena.

Sì, mio nonno, nonostante si nutrisse soltanto di pasta, non finiva mai il piatto che la nonna gli riempiva con cura fino all’orlo. Ogni volta, a pranzo, con la sua forchetta dalle punte allargate (per prendere meglio la pasta, diceva) lavorava su quella montagna di carboidrati finché non era ridotta ad una collinetta. Un piatto a coprire e poi nel forno spento, in attesa della cena.

La pasta che resisteva meglio a quello strano rituale erano sicuramente i bucatini all’amatriciana. Vedo ancora mia nonna, in piedi presso i fornelli sempre coperti da una coltre untuosa e tenace, mentre butta una quantità casuale (ma sempre abbondante) di bucatini nell’acqua che borbotta sommessamente. Prende una padella, segnata dal tempo e dalle fritture, e la annega dell’olio fatto dalle sue sorelle, che è buono e quindi è giusto abbondare. Prende una cipolla per dare sapore alla sua amatriciana apocrifa, ne taglia uno spicchio e lo getta nella padella, denudato appena dalla buccia e senza troppe cerimonie, perché tanto dopo verrà scartato dall’attenta forchetta del nonno. Anche ora che l’amatriciana non attende più fredda nel piatto, lei taglia ancora la cipolla in quel modo rude e sbrigativo. Se capito a pranzo, me la ritrovo nel piatto come un regalo gentile, perché la nonna corpulenta sa cosa ti piace e la mia non ha mai fatto eccezione.

La “passata rustica” Cirio precipita nella padella sfrigolando impazzita e copre le asperità della cipolla. Una dadolata pronta di pancetta affumicata la segue poco dopo, annegata nel mar rosso del pomodoro. Quando, in perfetta sincronia, i bucatini sgusciano pronti nel colapasta come serpentelli esuberanti è ora di riempire il grande piatto fondo, con l’ausilio di una mestolata generosa di sugo e una nevicata di pecorino romano.

Una volta, finito l’abbondante pasto, tutti si recavano nella propria stanza, a trovare il conforto del letto per il proprio stomaco affaccendato. Io, che i riposini pomeridiani li ho sempre visti come ore propizie sprecate, girovagavo per casa in cerca di avventure su misura con cui divertirmi in silenzio.

Dopo un’oretta, stanca e affamata come si può essere soltanto quando la dieta è una cosa buffa che fa la mamma dopo il Natale, mi ritiravo in cucina, chiudevo con cautela la porta e scoperchiavo il mio tesoro nel forno. Con cura sollevavo quei tubicini rossi e collosi, portandoli alla bocca uno alla volta per far durare di più quel pasto solitario e segreto. Ricordo il sapore pungente del pecorino che infastidiva le mie papille inesperte, confortate soltanto dal familiare gusto del sugo “rosso” della nonna. Vedo ancora le mie mani, sporche e unte; sento ancora il sommesso russare dei nonni e degli zii nelle camere accanto alla cucina, opposto al rumore squillante dei due piatti che cozzano quando li ripongo nel forno.

Non ho mai più mangiato bucatini freddi e l’appartamento di via Val Lagarina 14 ora è di qualcun’altro. Ma se penso ai miei nonni, alla mia infanzia, agli anni senza preoccupazioni, quel sapore, freddo e penetrante, è di nuovo sulla mia lingua, a ricordarmi di quei pomeriggi solitari e spensierati con la bocca sporca di sugo.

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