Murakami mi stai sul cazzo

Alcune cose si attaccano a momenti della vita. Che siano dischi, fumetti, film, libri certe cose vuoi o no ti si appiccicano addosso in quel momento che può essere giusto o sbagliato ma su cui non puoi farci niente; come quando cammini per strada non ti accorgi mentre cammini di stare per sbattere addosso a qualcuno e lo prendi. 
Non sempre è una cosa piacevole questa, sia chiaro, perché ad oggi ci sono libri, o film, o canzoni che appena me li ritrovo davanti mi sento inghiottire lo stomaco o venire la pelle d’oca ed inizio a fare quelle cose tipo Rain Man ovvero strizzare gli occhi, battermi le mani sulle orecchie, dire lalalalalalalalalala e finire con “chi gioca in prima base”, come una verità inaccettabile.
Murakami da questo punto di vista (e posso dirlo con certezza) è uno che mi ha scassato un po’ i coglioni. A 4 libri suoi collego un amicizia finita male, una vacanza di merda, l’incontro con una persona importante ed un momento un po’ così. Non complicato ma quantomeno tortuoso.I libri non ve li dico, sia chiaro, vi basti sapere che come tutti (o quasi) ho conosciuto Murakami con Norwegian Wood (quello dell’amicizia finita male), il classico libro giusto che ti capita in mano nel momento sbagliato e che ti sbraga un po’ tutto. Da lì ho avuto sempre un po’ timore più che delle trame di Murakami di quella sua capacità di arrivare dentro senza fare tanti tornanti, andare a dirti quelle due o tre cose (due o tre per modo di dire, sono di più) tipo

a volte mi sembra di essere diventato guardiano di un museo vuoto a cui faccio la guardia, solo a me

(su per giù, vado a ricordi di quindici anni fa)
e soprattutto quel suo trattare con estrema delicatezza e pudore la morte come un avvenimento naturale inserito all’interno della vita. Io giuro, ve lo dico che sto cercando di far diventare questo post meno tardo adolescenziale e peso possibile.
Murakami e la sua storia di traduttore di Carver, scrittore legato alla cultura pop e a suo modo alla cultura occidentale che non nasconde nè di cui si vergogna, era la cosa nuova e affascinante, la scoperta (e in quegli anni andava per me di pari passo con l’opera omnia di Bret Easton Ellis) che proiettava le viscere in una gamma di colori varianti dalla disperazione alla malinconia, quando ti andava bene. Io ho sempre detto che sui libri, alcuni libri, invece della fascetta promozionale tipo “consigliato da Walter Veltroni prima di ritirarsi a vita privata” ci dovrebbe essere scritto “attento, questo libro potrebbe romperti seriamente il culo”. Se su Murakami ci fosse stato scritto, almeno la prima volta io non avrei preso una di quelle tranvate che solo al ricordo della versione della Feltrinelli del libro (rossa con ideogrammi disegnati) vado mi riduco ad uno stato vegetale tipo Lenny Nero su Strange Days quando si filocollega e vede l’assassinio di Jeriko One, roba che non respiro per due minuti. Anni dopo, tanti anni dopo non so perché, non so chi cazzo me l’abbia fatto fare, ho iniziato e finito in 4 giorni L’ incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, che è un titolo un po’ del cazzo, un po’ una di quelle cose alla Coehlo che per me diventano sempre “vai dove è andato quello antipatico prima di te e fatti dire la strada che lui la conosce bene”, quindi già poco attrattivo di suo, con una copertina per lo più orrenda (che a me la storia dei colori riporta sempre ai balli di carnevale da ragazzino e sono stati tutti un trauma), ma non so perché mi ci sono fiondato dentro. Cioè spè, non mi ci sono fiondato dentro ma come in alcuni suoi libri Murakami ti prende proprio per il polso e ti dice “no te stai qui ti fai sto bel circuito in pole position verso lo smarrimento e l’angoscia e poi te ne vai affanculo”. Io alla fine del libro volevo sfasciare l’ereader comprato un paio di settimane fa, non perché il libro mi abbia deluso, perché il libro è bellissimo, uno dei suoi migliori incontestabilmente, ma perché se incontri un libro che parla di te (come solo L’arte di vivere in difesa prima di lui, o La fortezza della solitudine – tanto che l’amica Stella consigliandomelo mi disse Dylan Ebdus sei te) e del tuo vissuto ad un primo istante dopo lo stranimento subentra la sfida del “vediamo se hai capito tutto fino in fondo”. Ed è lì che Murakami ti frega raccontando la storia di un quasi quarantenne solitario al limite dell’apatia che sfiora la misantropia segnato dal ricordo di essere stato abbandonato dai suoi migliori amici, senza un perché. Il culo del protagonista è che lui, il perché, poi lo viene a sapere, ma tutta l’elaborazione fino a quel punto, tutto lo stato d’animo che Murakami ti riversa addosso con una lucidità quasi clinica, eppure di qualcosa che sembra tremendamente di vissuto in prima persona ti coinvolge, ti spezza, ti fa male e piangere.
Una gragnuola di sganassoni che sono talmente forti, talmente inaspettati che mezzo libro me lo sono fatto n apnea, da una parte a dire “finisci” dall’altra a dire “continua”.L’incolore Tazaki è un libro intimo, doloroso, che lascia al lettore il senso che vuole chiudendo l’ultima pagina. Perché il senso vero non è perché sei rimasto solo, è quello che fai. E’ cosa pensi di essere. E cosa pensi di fare, ora che sai perché lo sei. 

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2 pensieri su “Murakami mi stai sul cazzo

  1. Il coraggio di dirlo, finalmente. Certo se tra norwegian wood e questo avesse infilato meno robe metafisiche e trasognanti completamente scollegate dalla realtà e soprattutto NON avesse scritto 1Q84 o Kafka sulla spiaggia…lo avrei apprezzato ancora di più

  2. Pingback: perché gli uomini stanno con le midori ma

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