Animati: Frozen, la nuova creatura Disney

Qualche settimana fa Disney ha cominciato a pubblicare immagini e clip di Frozen, nuova opera animata in uscita a fine anno. La trama è basata (molto liberamente) sulla fiaba di Hans Christian Andersen La Regina Delle Nevi: la protagonista Anna decide di scalare una montagna ghiacciata per ritrovare sua sorella, che lì si è esiliata dopo aver intrappolato il regno in un inverno perenne. Fino a qui tutto bene: i personaggi cantano, ballano e sono adorabili.

Il materiale di questo nuovo film non è stato accolto in maniera completamente positiva. L’internet, già irritato con Disney per via del revamp sexy della principessa Merida, non ha preso bene l’arrivo dell’ennesima principessa caucasica, peraltro quasi identica a Rapunzel. Le principesse Disney non caucasiche sono solo quattro: Mulan, Pocahontas, Jasmine e Tiana. Per quanto la Disney sia ancorata a certi meccanismi, questa era una buona occasione per prendere una storia classica e darle nuova vita.

Sì, è in giapponese. No, non c’è di meglio.

Il fatto che questa sia una fiaba scandinava e che la storia originale avesse una protagonista bionda non sono scuse che sussistono. Innanzitutto, basta leggere la trama della fiaba per capire che è stata già rimaneggiata di brutto. Disney ha costruito tutta la sua storia sull’ispirarsi a storie già scritte e stravolgerle, quindi perché non fare quel passo in più e ambientare la storia in un altro posto qualsiasi con delle montagne innevate?

Il Tumblr This Could Have Been Frozen raccoglie moltissime opere postate online che, per l’appunto, mostrano quello che Frozen sarebbe potuto essere – una principessa dalla Mongolia, dalle Ande, ma soprattutto Sami. Esistono, non sono caucasici e sono tanto geograficamente corretti quanto una Anna bionda e pallida. Alla Disney lo sanno, visto che hanno vestito il coprotagonista Kristoff con vestiti in stile sami.

Non ho mai avuto grossi problemi con Disney dal punto di vista dell’anatomia dei personaggi: il mio unico cruccio era che l’unica principessa con i capelli castani (come me) era Belle, che aveva un vestito giallo, colore che odio. La rappresentazione limitata di persone “come me” in mezzo ad un oceano di biondume era ed è un problema minore rispetto alla rappresentazione vile e inutile delle donne in tanti cartoni animati.

Trovavo già stancante da prima avere una sfilza di personaggi quasi identici tra loro, ma solo da La Principessa e il Ranocchio (2009) ho cominciato a sviluppare una percezione di questo problema: i film Disney con personaggi che non siano bianchi o animali sono davvero pochi, e la maggior parte rappresentano figure esotiche (i.e. Pocahontas, Jasmine e Aladdin) con cui è difficile relazionarsi. Non che il vestito a torta di Cenerentola sia una cosa da tutti i giorni, ma il vestito con cui spazza il pavimento sì.

Piazziamo la questione nella vita reale. Una varietà limitata di modelli a cui ispirarsi vuol dire che la figlia del mio capo, anni sei, madre caucasica e padre dai Caraibi, si considera orrenda perché non ha gli occhi azzurri e i suoi capelli sono scuri e crespi. Frozen le fornirà un personaggio con le trecce proprio come le sue ma, ancora una volta, di capelli lisci e biondi che non hanno niente a che fare coi suoi. A parlarne sembra una cosa stupida, ma Disney deve rivedere il suo personaggio standard per un mondo di bambini diversi, che hanno bisogno di personaggi diversi in cui rivedersi.

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Animati: Ernest et Cèlestine (Stéphane Aubier, Vincent Patar & Benjamin Renner, 2012)

ernestecelestineCerte volte c’è proprio bisogno di un po’ — o di una vagonata — di tenerezza. La prima volta che vi serve di un film che vi strapazzi di coccole, andate a cercare Ernest et Célestine.

I due protagonisti sono rispettivamente un orso adulto e una topolina bambina che, in un mondo dove c’è grande odio tra plantigradi e pantegane, si incontrano per cause fortuite e diventano amici nonostante le difficoltà del caso. Célestine vive in un orfanotrofio ed è un po’ troppo curiosa; di notte, con gli altri topolini, va a rubare i denti da latte dei bambini orsi e lasciare loro una monetina in cambio. Ernest è disoccupato, vive in una casetta nel bosco, e si arrangia come può rubacchiando e chiedendo l’elemosina.

La trama è piena di lezioni sociali e morali — sull’altruismo, sul rispetto e la curiosità per chi è diverso, sull’amicizia — ma mantiene uno spirito leggero, scherzoso. La sceneggiatura di Daniel Pennac (mica uno qualsiasi) riesce ad intrecciare contenuti per niente facili da affrontare in maniera fresca, senza che il film diventi pesante e paternalistico, ma soprattutto senza trattare lo spettatore come un rimbambito.

I disegni non sono stati copiati direttamente dai  (più di 20) libri originali dell’autrice belga Gabrielle Vincent ma, per scelta precisa dei registi, ne è stata ripresa la tecnica ad acquerello e la semplicità. Ernest, Célestine e tutti gli altri personaggi vengono delineati con il minimo del dettaglio, ma l’effetto è massimo: c’è molto più spazio per le emozioni e soprattutto per l’immaginazione.

Ernest et Célestine sa essere magico senza che succeda alcunché di magico, anche grazie alla colonna sonora  scritta dal jazzista francese Vincent Courtois, che vale la pena di ascoltare anche indipendentemente dal film.

In Italia è già uscito a dicembre, distribuito da Sacher e doppiato da Claudio Bisio e Barbara Rohrwacher.

Note a margine: Quando l’ho visto ad un “galà” per bambini alle tre di pomeriggio, Ernest et Célestine era in francese sottitolato. Inutile dire che i poveri bambini inglesi, specialmente quelli molto piccoli, non capivano niente. C’è stata un’esplosione di pianto generale per una scena che non sarebbe stata affatto paurosa, se i poveri spettatori avessero potuto vederla in traduzione. Forse i film indirizzati ad un’audience sotto i sei anni sono il punto di non ritorno in cui i sottotitoli sono necessari. Infatti il trailer è bellissimo anche in italiano.

Ragnatele: Su YoutTube potete trovare il meraviglioso Panique Au Village, del 2009, sempre dei registi Stéphane Aubier e Vincent Patar, avec sour-titres per chi come me non sa il francese proprio per niente.
Se avete bisogno di animaletti carini immediatamente, andate pure sul sicuro con The World Of Peter Rabbit.

Animati: i candidati a Best Animated Feature agli 85th Academy Awards

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La categoria del Best Animated Feature Film è stata introdotta agli Academy Awards soltanto nel 2002. Prima di allora un film animato poteva sperare di entrare nella rosa dei Best Feature Film, ma è successo solo poche volte, a esempio con La Bella e La Bestia nel 1992.

Le regole sono semplici. Innanzitutto, i film realizzati usando la performance capture (l’attore recita, poi gli viene costruito il personaggio addosso, tipo Avatar) non possono essere nominati. Valgono quindi animazione tradizionale, animazione computerizzata, stop motion, claymation.
Se ci sono meno di 16 possibili nominati, ne vengono scelti tre; se invece sono più di 16, ne vengono scelti cinque.

Le nomination comprendono spesso film stranieri — Chico & Rita l’anno scorso, The Illusionist di Sylvain Chomet l’anno prima — e ancora più spesso questi sono gli unici film di animazione tradizionale della categoria. Sin dalla sua prima edizione, infatti, il premio è stato quasi sempre consegnato alla Pixar: l’unico vincitore ‘disegnato’ è stato Spirited Away di Miyazaki nel 2003, e l’unico in stop motion è stato il meraviglioso Wallace & Gromit: The Curse of the Were-Rabbit nel 2006.

Quest’anno la varietà delle nomination è crollata: abbiamo due film in animazione computerizzata e tre stop motion, di cui solo uno è stato prodotto fuori dagli Stati Uniti. Il filo conduttore di tutte le nomination è “gli incompresi”, visto che I Miserabili sono già in tutte le altre categorie: tutti i protagonisti sono outsider, o perlomeno si oppongono all’ordine delle cose. Chi riuscirà a spuntarla?

Iniziamo da Brave, ultimo prodotto di Pixar, che racconta la storia della giovane principessa scozzese Merida e della sua lotta con le convenzioni sociali del regno. Brave è il primo film della Pixar con protagonista una ragazza. Ha dalla sua una storia commovente ed un’esecuzione tecnica magistrale; non a caso, ha già vinto  il Golden Globe come Best Animated Film poche settimane fa.

Frankenweenie e ParaNorman hanno molto in comune: entrambi sono realizzati in stop-motion, entrambi parlano di bambini emarginati con aspirazioni scientifiche e un po’ troppo a che fare col paranormale. Entrambi si allontanano dalla vittoria per via di temi e dell’aspetto visivo “oscuro”, che li rendono meno appetibili rispetto agli altri nominati. Entrambi sono stati realizzati da un team snobbato dagli Oscar in passato: Tim Burton (Frankenweenie) non è stato mai premiato, e la casa di produzione Laika (ParaNorman) è la stessa di Coraline (che perse contro Up nel 2010).

L’inglese Aardman Animations ha invece vinto in passato, con il già citato Wallace & Gromit: The Curse of the Were-Rabbit. La nomination di quest’anno è The Pirates! In an Adventure with Scientists! che, oltre al titolo composito, condivide con il predecessore anche l’humour inglesissimo. Ma mentre Wallace & Gromit se la giocava con altri titoli non troppo popolari (Corpse Bride e Howl’s Moving Castle), i poveri pirati se la devono vedere con i colossi Disney che non hanno intenzione di mollare l’osso.

A far lasciare ogni speranza agli altri nominati c’è infatti Wreck-it Ralph. Oh, Wreck-it Ralph. Il grande eroe incompreso che si ritrova nel bel mezzo di un’avventura bizzarra e ipercolorata. Wreck-it Ralph può contare su molti fattori positivi: la storia commovente, l’aspetto visuale eccezionale, l’idea innovativa di creare un film animato a tema videogiochi, che mescola stili diversi e epoche diverse con un risultato riuscitissimo. Wreck-it Ralph è tenerissimo e meraviglioso, si merita di vincere e vincerà.

Ma nessuno dei candidati — e sicuramente non Ralph — ha però la complessità di ParaNorman: la bizzarra leggenda della strega di Blithe Hollow, la caccia alle streghe, il rimorso e la penitenza, l’essere un outcast, i genitori che non capiscono niente, il fratello di Neil che invece ha capito tutto (spoileeers!). ParaNorman è realizzato deliziosamente (in maniera molto meno pulita e precisina di Frankenweenie) e ha un po’ dell’umorismo nero dei Pirates. Ha il meglio di ognuno degli altri nominati, ma le ragioni che ai miei occhi lo rendono il migliore sono quelle che lo rendono il candidato meno appetibile: troppo oscuro, troppo ambiguo, troppo pieno di temi che vanno un po’ troppo oltre. Si merita di vincere, ma non vincerà: troppo strambo, così come il suo protagonista.

Ma non è finita qui: oltre ai film animati, ci sono anche i corti. Anche se l’Academy ha ordinato ai produttori di rimuovere gli shorts da internet, se vi sbrigate potete vederli tutti qui prima della cerimona di domenica. Preparate i fazzoletti prima di vedere (o ri-ri-ri-ri-rivedere) Paperman.

Nota a margine. Questo è il primo post di una rubrica; nelle prossime settimane parleremo dei film animati esclusi dalle nomination degli Oscar, ma anche di qualsiasi film animato pregevole mi capiti per le mani.

be kind (don’t) rewind: W.E.

[ATTENZIONE: se per qualche ragione a me oscura aveste intenzione di vedere il film senza spoiler, non andate avanti a leggere. E non dite che non ve l’avevo detto.]

Cara Madonna,
nel profondo del mio cuore, sono sempre stata convinta che il tuo primo film fosse orrendo perché tuo marito Guy Ritchie, bastardo geloso del tuo talento, avesse volontariamente boicottato il progetto.
Adesso avete divorziato e W.E. non ha niente a che fare con lui: non hai più scuse, Madge. Scusa la brutalità, ma sei una regista/scrittrice di merda.

facciamo dei bambini, dài!

Metà del film è ambientata ai giorni nostri: Abbie Cornish veste i panni di Wally, una donna con un matrimonio infelice e una ossessione al limite del patologico per Wallis Simpson. Il limite del patologico viene superato quando inizia ad immaginarsi Wallis e conversa amabilmente con lei sulla panchina del parco.
Tale creatura psicolabile passa tutti i giorni, ma dico tutti, alla mostra di oggetti appartenuti a Wallis da Sotheby’s. Ci sta talmente tanto tempo che la guardia di sicurezza si invaghisce di lei.
Quando il marito (giustamente stremato) la molla, lei si mette senza alcuna titubanza con la guardia – embè, il suo nome inizia con la E, poi possono fare W.E. pure loro! – e dopo averci scopato tipo due volte, rimane anche incinta. Immagina che contento lui.

L’altra metà, mescolata senza praticamente nessun legame alla storia della pazza Wally, è la Vita Di Santa Wallis. Una donna senza macchia, con una vita terribile, che poi finisce a sposare un principe che sembra Ken e soffrire ancora, ancora e ancora.
Madonna, io so che tu senti di avere il potere di fare quello che vuoi, dallo sgambettare con addosso un body al correggere i grandi errori della storia: nazisti Wallis e Edward VIII? Ma quando mai! Loro Hitler l’avevano incontrato solo per caso.

w.e. recensione

Ken ne dimostra almeno dieci di meno.

La loro è la più grande storia d’amore di tutti i tempi, la più grande storia d’amore di tutti i tempi, la più grande storia d’amore di tutti i tempi. Quante volte l’hai ripetuto, in quella sceneggiatura, che la loro è la più grande storia d’amore di tutti i tempi?

Lo so, non ho colto il senso superiore della tua opera magna. Forse sono io ad essere troppo inetta per capire la tua arte.
In compenso, sono sicura che il tuo letto sia stato vuoto, mentre giravi W.E. : per me è sempre una gioia vedere Abbie Cornish smutandata, ma le scene al limite del softcore non mentono e ti fanno sembrare una cinquantenne pruriginosa, Madge.
Erano fuori tema, così come quando facevi il giro attorno alle vetrine dei gioielli dodici volte, effetto televendita del canale regionale: se hai una narrazione già frammentata in due storie ed in più non sai dove stai andando a parare con la tua regia, non inserire altri elementi di confusione, che poi lo spettatore si annoia.

Il tuo film faceva venire le convulsioni, Madonna: la signora ultraottantenne seduta di fronte a me era così oltraggiata che si è alzata ed è andata via, invece di assopirsi sulla poltroncina.

Un ultimo appunto: “directed by Kermit The Frog” suonerebbe più autorevole di “directed by Madonna”. Visto che hai un nome intero, la prossima volta – perché sappiamo entrambe che ce ne sarà una – usalo. E non mettere una tua canzone nei titoli di coda.

Baci, abbracci, un set di guanti appartenuti a Wallis Simpson.

P.S: hai consigliato tu ad Andrea Riseborough di farsi bionda? Spero di no, perché potrei venire sotto casa tua con un mazzo di ortensie avvelenato.

we were hipsters when hipsters didn't even exist yet

 

Emme, alias Marta, nata nella nebbia veneta e attualmente persa nella nebbia britannica. Sta per laurearsi in giornalismo e nel frattempo si occupa di Soft Revolution e Ingresso Ridotto. Millanta competenza cinematografica ma non guarda i film di paura, si dedica al culto della barba, ogni tanto mostra sprazzi di serietà e/o intelligenza. Twittatrice bilingue.