Top Albums 2011 – Lenny Nero

Gli ultimi giorni dell’anno sono giorni di classifiche. Questi sono gli album che ho ascoltato di più, sono parecchi perché quando ci son da fare delle scelte non riesco mai a decidermi. Non c’è un ordine, ho aperto la cartella della musica scaricata quest’anno e ho copiato e incollato i nomi dei dischi che son stati la colonna sonora del mio 2011, tutto qui. Come al solito puntando la copertina vengono fuori nome del gruppo, titolo dell’album e cliccandoci sopra si arriva a qualcosa da ascoltare. Divertitevi.

                           

Tema: “La mia collezione di dischi”. Svolgimento:

Dopo aver letto il pezzo di Kekko su Bastonate, ho subito gridato ANCHE IO! Ed ecco quindi la storia d’amore tra me e i dischini.

Ciao a tutti, mi chiamo Lenny e ho un problema. Sono un collezionista e sono ossessivo compulsivo in maniera, a volte, preoccupante. Ho cominciato da bambino aspettando che tutti i mercoledì mia madre mi portasse la dose settimanale di Topolino, per poi passare, alle medie, a Dylan Dog, a Videogirl Ai e all’ondata manga della seconda ora fino alle calzamaglie di Marvel e Image, al fumetto d’autore e un sacco d’altra roba che ancora mi porto dietro. Questa cosa dell’accumulare credo di averla nel dna, mia madre è una donna vecchio stampo, di quelle che non buttano mai via niente e mia nonna era come lei. Negli Stati Uniti ci chiamerebbero Hoarders. Con i dischi ho cominciato facendomi regalare Big Ones degli Aerosmith in cd, per inaugurare lo stereo nuovo. Credo di averlo ancora da qualche parte, il disco non lo stereo, quello non ha resistito ai traslochi e alla vita da fuorisede. Invece i primi album che ricordo d’aver comprato di tasca mia, ad una svendita in un negozio che noleggiava dischi, quando ancora non era illegale farlo, sono stati Troublegum dei Therapy?, The Bends dei Radiohead e Disintegration dei Cure. Nemmeno io so perchè li presi, probabilmente erano cose che ascoltavano i miei cugini e io non volevo essere da meno. Fatto sta che tutto è cominciato lì (e ancora li ascolto). Poi è arrivato Dookie e la risacca dell’ondata punk di metà ’90. Offspring, NOFX, Pennywise, Vandals e tutta quella roba, i capelli decolorati, le creste, le sbronze, le braghe larghe, i primi veri concerti. I pellegrinaggi alla bancarella del Cattaruzza alla fiera di Senigallia e da Zabrieskie Point, il sabato, dai quali non si tornava mai a casa senza almeno un disco nuovo da ascoltare, passare su cassettina e far girare come una canna tra gli amici fino a consumarlo. La scoperta che i vinili non erano solo quelli di Battisti e degli Eagles dei miei genitori, la scoperta dei Gorilla Biscuits, dei Sottopressione e dei Growing Concern, delle distro, gli ordini online a Rudy degli Indigesti e a For the Kids del Paso che vendeva i cd a 16.000 lire. A casa mia c’era più traffico, tra pacchi di dischi e fumetti, delle poste centrali. Come se non bastasse è arrivato il peer to peer e, dagli mp3 ultracompressi a 128kbps che potevi scaricarti come sampler dai siti delle etichette, si è passati a scaricare gli album. Soulseek è stata la svolta e ho cominciato ad accumulare cartelle di file e cd e dvd masterizzati, zeppi di file pure loro. Una mattina è persino arrivata la polizia postale a sequestrarmi tutto, ma a parte qualche mese di stallo, appena son riuscito a rimetter le grinfie su un pc, sono ripartito come niente fosse. Ancora penso a qual dvd zeppo di album Black Metal e a quanto sarebbe stato bello vedere la faccia del brigadiere addetto al controllo del materiale. Immagine che probabilmente è successa solo nella mia testa.  Sono uno di quelli che una manciata di anni fa s’è riscoperto fanatico del vinile e ha smesso di comprare cd. Invece del Billy ho un Expedit, che sembra fatto apposta, coi suoi cubi, e li ho messi lì. Un vinile colorato gatefold con la copertina serigrafata in 100 copie mi provoca un’erezione istantanea. Le edizioni limitate, anche di dischi che ascoltiamo solo io, i componenti della band e probabilmente i loro parenti, mi fan correre a cambiare le mutande. E lo so che è da poverini. Faccio la spesa all’altromercato e tutte quelle robe lì, cerco, per quanto possibile, di evitare di comprarmi cazzate inutili ma fammi vedere un doppio vinile black/marble splatter da 180g e non capisco più niente. Niente. Zero. Dimmi che è in 100 copie e ti do in cambio mia sorella. In uno dei miei film preferiti (se volete apro una parentesi anche sui film, che non compro se la locandina stampata su dvd o bd non mi soddisfa esteticamente) c’è una battuta che fa più o meno così “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Io di questa frase sono l’emblema. Ho comprato un disco anche prima di mettermi a scrivere questo pezzo, Old Pride dei Pianos become the Teeth, rosso trasparente in 200 copie. Sono anche uno di quei disperati, e questo lo so bene che è roba da pazzi, che i vinili non li ascolta per paura di rovinarli, tanto ormai c’è il download code a 320 kbps. L’importante è supportare le band. Mi ripeto che li ascolterò quando riuscirò a comprarmi un impianto con i controcazzi che non me li graffi e per il momento mi accontento di metter su una playlist, tirar fuori il vinile, ben attento a non lasciare ditate, e leggermi testi e credits rimirando l’artwork in formato 30×30, cosa che, peraltro, accade sempre meno spesso. Il tempo a disposizione è quello che è. Non so quanti dischi ho, mio padre dice troppi, io non ho mai avuto voglia di contarli, la mia malattia arriva fino ad un certo punto. E’ che credo di essere davvero ossessionato dalla musica. Secondo la mia morosa ho paura del silenzio e magari ha ragione, perchè lo stereo è sempre acceso. Per fortuna non sono uno di quei rompiballe che sta sempre a dire quanto fossero più fighi i gruppi di una volta e quanto facciano cacare quelli di adesso, anche se probabilmente è vero. Io se sento nominare un gruppo devo correre a sentire che roba fa e leggere di dov’è originario e quanti album ha fatto uscire. Se no muoio. Una volta pure io ero più fico, ora faccio un lavoro merdoso, senza prospettive, e tra i pochi piaceri che ho ci sono lo scoprire un gruppo nuovo, un bell’album, spulciare i dischi in una distro o in un negozio, anche online, magari un album usa e getta che tra sei mesi nemmeno ricorderò, perchè ormai a furia di scaricare l’ascolto è più superficiale. Ma sticazzi se è bello.

I Wanna Rock and Roll all night and party every day: Primavera Sound 2011

Personalmente non sono un grande amante dei festival all’aperto, preferisco di gran lunga vedere concerti in posticini piccoli e fumosi (no, fumosi no, quello lo odio ma ci stava bene scriverlo) dove il contatto con la band è il più intimo possibile, ma quando ho visto la line up del Primavera di quest’anno non ci ho pensato un attimo ad archiviare le mie remore e catapultarmi ad acquistare il biglietto.  Per un paio di mesi ero esaltatissimo all’idea di tutto quel ben di dio ma la rottura di palle si è presentata puntuale con l’uscita della time table, dove per forza di cose, suonando millemila gruppi, io e i miei compari siamo stati messi di fronte a scelte difficilissime, ponderate nemmeno fossero d’importanza vitale, su quale gruppo vedere al posto di chi, in base ad arzigogolatissimi criteri tipo “no loro li ho già visti nel 2005 ma adesso hanno fatto due album poi magari il set è cambiato loro invece sono vecchi poi muoiono magari” robe così. Dopo un paio di riunioni, votazioni in urna chiusa, schemini alla lavagna e scambi di messaggi e lettere elettroniche abbiamo stilato un piano d’azione serratissimo per mettere a ferro e fuoco Parc del Fòrum, e preparati armi e bagagli siamo partiti con le tasche piene di sogni. Purtroppo sull’onda dell’entusiasmo abbiamo preso un volo ad orario abominevolmente mattiniero, tipo le 6.35, che tradotto significa che ho dormito un’ora che dovevo vedere l’ultima di The Killing e recuperare Firefly. Quindi arrivati a Barça, invasa la casa dell’amico che ci ha ospitato, dopo un breve pellegrinaggio per il centro, un tentativo di pisolino sulla nuda terra di Parc de la Ciutadella e un ricchissimo pranzo in un ristorante vegetariano bombissima, ci siamo presentati in ritardo al festival perdendoci il primo di una lunga serie di gruppi, i Toundra, gruppazzo post rock spagnolo parecchio figo e trovandoci nel pieno del set degli Emeralds, che mi piacciono parecchio ma che con i loro suoni dilatati e psichedelici, uniti alla brezza marina e alla stanchezza, a momenti rischiano di mandarmi al creatore. Ed infatti, proprio quando il battito cardiaco sta talmente rallentando da lasciar presagire il coma, decido di darmi una scossa e andare a visitare gli stand di dischi, mossa che col senno di poi si rivelerà, assieme alla malaugurata presenza di Nick Rhodes e Horse coi loro maledetti poster in silkscreen (assieme ai vegan brownies di Lujuria Vegana e all’acquisto indiscriminato di vinili saranno la mia ossessione per tutta la trasferta spagnola) totalmente disastrosa sul piano finanziario. Rientro in me giusto per vedere la fine del set dei Blank Dogs,  sempre fighi (il giorno dopo, mentre chiacchieravo con miei vecchi bandmates ormai trasferitisi da tempo a Barcellona, Michele dei D.U.N.E, i Breach italiani, e Beppe, entrambe ex Revolution Summer, che non vedevo da un botto e che ho beccato in un momento quasi surreale in mezzo al delirio generale, è sbucato pure Marco degli Smart Cops con un paio di scarpette frangettate tutte matte che è in giro con la band di Brooklyn come tour manager, pensa te) per poi tentare di procacciare del cibo. Operazione tutt’altro che semplice visto che il portale del festival è collassato da ore creando lo scompiglio tra chi ha caricato dei soldi sulla tessera elettronica (non io che queste diavolerie le vedo come fumo negli occhi), unico modo per poter comprare da bere e da mangiare. In nostro aiuto come un’oasi nel deserto è giunto il banchetto dei falafel, buonissimi, che però non vende acqua: disagio a palate. Con la pancia piena si fa tappa ai Seefeel che non mi impressionano particolarmente per poi virare sui P.I.L.  che, devo dire, nonostante  Johnny Rotten faccia sempre di tutto per mettermi tristezza (basta tingersi i capelli Johnny, e datti una pettinata che hai sessant’anni!), ha ancora un’energia incredibile e contagiosa, tanto che quello che mi pare sia il bassista dei Seefeel a una certa ha pensato bene di calarsi le braghe e ballonzolare mostrando le chiappe ad un passo da me. Energia probabilmente dovuta agli svariati additivi che ha ancora in circolo nel sangue, tant’è che lo stagionato Johnny è riuscito a tenere il palco alla grande per più di un’ora, sebbene a parte i primi due dischi il resto della loro discografia abbia la tendenza a sciancarmi i maroni. Dopo i P.I.L. è il turno di uno dei migliori set di tutto il festival, i Grinderman, che con i loro impeccabili completi spianano il palco principale con un live infocatissimo. Nick Cave e Warren Ellis sono scatenati e il frontman non si lascia fermare dalle transenne e cerca continuamente il contatto col pubblico, idolo totale. Alla fine del concerto Cave intima alla folla di andare a vedersi i Suicide che suoneranno di lì a poco (e infatti tra il pubblico ci saranno pure Ellis e lui con un calice di vino in mano, da vero uomo di stile quale è) e anche qui, nonostante la tristezza del vedere Alan Vega (in pieno Gheddafi style) e Martin Rev conciati come due pagliacci finto giovani con tanto di occhiali coi led e berretta con le fiamme (spero vivamente abbiano licenziato il proprio consulente d’immagine perché porca puttana non si potevano proprio vedere), i due vecchiardi nonostante seri problemi motori e di deambulazione hanno comunque energia da vendere e il loro primo lp è una bomba nucleare, quindi sebbene io e i miei compari fossimo completamente spappolati dalla levataccia mattutina sono riusciti a tenerci svegli alla grande. Non posso dire lo stesso dei Flaming Lips che saranno anche una delle 50 band da vedere prima di morire ma a me personalmente han fatto due palle così. Già Wayne Coyne che si presenta con una stola di pelliccia al collo mi ha fatto alzare gli occhi al cielo, quando poi è partita la manfrina a base di coriandoli, pupazzi gonfiabili e grupie vestite da scolarette ad agitarsi sul palco, la catena è definitivamente scesa. Se voglio vedere queste puttanate me ne vado al circo, così con occhi stanchi, menti stanche e anime stanche ce ne siamo andati a letto.

La nottata non è certo stata tra le più tranquille, la polizia ha avuto la bella pensata di tentare lo sgombero di Plaza Catalunya, presidiata dagli Indignados, a un tiro di sputo da casa dell’amico che ci ha ospitato. Veniamo quindi svegliati da un via vai di elicotteri che nemmeno in Vietnam, ma nonostante le cariche la piazza non si piega e tutto resta com’è. Checcazzo, viene da pensare come mai in tutto il resto d’Europa ci siano focolai di scontento di questo tipo meno che in Italia. Se non altro qui a Milano abbiamo da poco dato un calcio in bocca alla Moratti quindi non mi lamento troppo. Chiusa parentesi. Dato che il pomeriggio della seconda giornata regalava ben poche emozioni, dopo una merenda a base di Tapas e un giretto in centro, arriviamo al Parc del Fòrum giusto in tempo per sentire una manciata di canzoni di James Blake, che ancora non ho capito se mi piace o meno, ma siamo troppo indietro e l’acustica risente di quello che sta succedendo nei palchi vicini, quindi decidiamo di levare le tende e andare a prendere il posto per quello che sarà un altro dei migliori concerti del festival, i Pere Ubu che rifanno The Modern Dance. David Thomas è un mattatore nato e tra un pezzo e l’altro arringa la folla con aneddoti su orsi e ufo e storielle sulle sue ex fidanzate, davvero un idolo, sempre a trincare dalla sua fiaschetta, sarei voluto salire sul palco ad abbracciarlo. Quel disco è una manata e ovviamente il quintetto di Cleveland ha spaccato i culi. Stessa cosa i Low subito dopo, gran gruppo, mi basta vedere la batteria sul fronte del palco settata per esser suonata in piedi per esaltarmi, al loro concerto incrocio un Michael Gira in Stetson intento a fumarsi un sigaro come un novello JR Ewing, bomba. Dopo il terzetto di Duluth è il momento di uno dei gruppi che più aspettavo di vedere, perché nel corso degli anni per un motivo o per l’altro non ci sono mai riuscito, gli Explosions in the Sky, per i quali, a malincuore, rinuncio agli Shellac. I texani partono farfugliando qualcosa a sostegno della protesta degli indignados e incendiano il palco con le loro chitarrine esplosive. Gran cartole e pure i pezzi del nuovo album che non mi ha convinto troppo (ma ha il fottuto packaging più bello della storia dei fottuti packaging) son belle cariche. Quando fanno Your Hand in Mine e The Birth and Death of The Day la pelle d’oca è obbligatoria e con la testa torno a Milano da una persona davvero speciale, peccato per l’inglesina davanti a me che approfittando della momentanea assenza della morosa di un regaz tatuato non è stata zitta un secondo tentando ogni sorta di bassezza nel chiaro intento di farsi bombare. Non è che perché in un pezzo non è ancora entrata la batteria allora sei autorizzata a far casino, brutta stronza in fregola che tu sia maledetta. All’ 1.45 iniziano i Pulp ma siccome siamo tritati e dobbiamo tirare fino al concerto dei Battles alle 3.45, optiamo per stravaccarci sulla collinetta davanti al palco stando ben attenti a tenerci alla larga dalla palude provocata dallo straripamento dei cessi chimici. L’orrore, l’orrore. Jarvis Cocker è carichissimo e a metà concerto un tipo chiede alla sua ragazza di sposarlo che è davvero una mossa della madonna, perché dopo che fai un gesto del genere davanti a millemila persone con a fianco Jarvis che fa il simpa, lei mica ti può dire di no, farebbe troppo la figura da stronza, quindi cinque alti per lui. I Battles sono degli animali venuti giù dalla luna, soprattutto il batterista con il suo crash settato a due metri d’altezza. Anche se dal primo album le cose sono un po’ cambiate il nuovo materiale a me garba parecchio e dal vivo rende un bel po’. I tre newyorkesi non si son fatti scoraggiare dall’abbandono del cantante Tyondai Braxton e hanno ingaggiato una serie di guest vocalist, tra i quali (uno spaventoso) Gary Numan e Kazu Makino dei Blonde Redhead, tutta gente che hanno ripreso mentre cantava i pezzi in modo da poter proiettare i loro faccioni su tre schermi alle loro spalle mentre la voce veniva mandata da mixer, creando un effetto davvero notevole ed efficace. Con apprezzabilissima spocchia, se ne fottono della fanbase e non fanno Atlas (che comunque mi sarei ascoltato volentieri), e noi ce ne torniamo a casa a fine concerto tutti contenti alle 6 del mattino, cosa che mi fa sentire parecchio giovane anche se dentro sono morto.

Il terzo giorno ci si sveglia relativamente presto perché vogliamo accalappiarci i posti per i concerti di John Cale e dei Mercury Rev che fanno tutto Deserter’s Song e siccome sono all’auditorium del parco bisogna essere veloci come coguari  e prenotarsi l’ingresso o si resta fuori. Siamo talmente veloci che arriviamo quando è ancora tutto chiuso, optiamo per un pranzo da un giappo lì in zona e torniamo giusto in tempo per perderci i posti per Cale, già sold out. Sticazzi. La cosa mi ha talmente scosso che decido di annegare il dispiacere in una fetta cubitale di torta vegan al cioccolato che unita alla litrata di caffè che m’ero poco prima scofanato mi da una botta che nemmeno l’anfetamina. Infatti parto a razzo e nel giro di un’ora mi sparo tre gruppi rimbalzando da un palco all’altro come un ossesso, passando dalle oscure sonorità dark wave dei Soft Moon, a quelle ben più solari di Kristian Matsson aka The Tallest man on Earth, passando per quelle totalmente 90’s tra Sonic Youth, Dinosaur JR, My Bloody Valentine e Pavement degli inglesi Yuck, che non conoscevo e di sicuro non hanno inventato un cazzo ma mi son piaciuti un botto, saranno stati il sole e il mare, boh. Decido poi di saltare le Warpaint per dedicarmi all’acquisto di altri dischi per poi rilassarmi al tramonto con i Fleet Foxes che con il sole calante son la morte sua, cioè mia, per passare successivamente ai The Album Leaf, sempre fighissimi, durante i quali avevo a fianco quelle cartole di Rob Moran (Unbroken) e Dave Verellen (Botch) e gli altri bomber dei Narrows che dopo il tour europeo concluso a Barça han ben pensato di giocarsi il Primavera da spettatori, cinque altissimi a tutto spiano! Arriva poi il momento più nero del festival, la malaugurata decisione di vedere i Mercury Rev al posto degli Einstürzende Neubauten. L’auditorium è veramente figo, mi concedo anche una pisciata imperiale in un bagno vero con tanto di sapone per lavarsi le mani e il set della band di Buffalo parte bene, bei giochi di luce e lumini disseminati su tutto il palco, poi arriva Jonathan Donahue e con il suo modo di cantare rovina tutto. Insopportabile, impostatissimo, mossette improbabili e metriche inascoltabili, lo odio. Dopo un paio di canzoni ci faccio il callo e riesco ad arrivare alla fine del concerto senza addormentarmi cullato dalla soffice (nemmeno troppo) poltrona del Rockdelux. All’uscita, giusto per infierire rigirando il coltello nella piaga, gli amici che hanno visto Blixa Bargeld e soci ci raccontano di un live fotonico. Cazzo. Senza troppo tempo per i rimpianti schizziamo al palco principale dove PJ Harvey ha già cominciato il suo set (fottuti Mercury Rev), è sul palco vestita di bianco con delle piume in testa come una strana sorta di vestale pagana con la fida autoharp tra le mani, la sposerei subito. Emozioni e stile a badilate. Il set è da un’ora e mezza quindi a una certa dobbiamo schizzare a prendere qualcosa da mangiare e a prendere i posti per il concerto del gruppo che per quel che mi riguarda ha vinto incontrastato il Primavera, gli Swans. L’ultimo album,  My Father Will Guide Me Up a Rope to the Sky, m’è piaciuto con qualche riserva, l’avevo trovato troppo ibridato con il suono degli Angels of Light (che non dev’essere per forza di cose un male), non a caso ci suona parecchia gente che suonava pure nel precedente progetto di Gira, ma dal vivo anche i pezzi nuovi, gran parte del set, sono risultati devastanti. Gli Swans hanno portato l’apocalisse a Barcellona, mancava solo un meteorite che si schiantasse sul palco in una mare di fuoco, incredibili, potenti e ipnotici. Thor Harris (mai nome fu più azzeccato) è un animale totale, barba incolta, capelli a metà schiena e torso nudo sembra un selvaggio intento a percuotere qualsiasi cosa gli passi a tiro. Set massiccio a dir poco. Ancora frastornati da Gira e soci andiamo al parco principale per vedere uno dei gruppi verso i quali avevo più aspettative e che forse per questo, forse per la stanchezza, forse per la sfortuna di suonare subito dopo gli Swans mi hanno deluso parecchio, gli Animal Collective. Me li aspettavo trascinanti e danzerecci, invece li ho trovati sfilacciati e poco compatti, gran scesa. Ero talmente scoglionato da non rendermi nemmeno conto che al posto loro avrei potuto vedere i Pissed Jeans, EPIC FAIL. Mesti mesti ce ne siamo tornati a casa, completamente devastati, con solo il letto in testa, ma a metterci i bastoni tra le ruote ci han pensato i tifosi del Barcellona che qualche ora prima ha vinto la Champions League. Le prime avvisaglie di delirio arrivano nella metro, dove un ragazzo italiano che vive lì ci dice testuali parole: “quando vincono la Champions questi spaccano tutto, vanno in giro a sfondare le vetrine dei negozi, fanno delle specie di espropri proletari”. Espropri proletari, giuro. Manco aveva finito di snocciolare questa perla che ci arriva un messaggio dell’amico che ci ospita per avvisarci che gli accessi a Plaza Catalunya sono transennati e presidiati da poliziotti in tenuta antisommossa. Bene. Decidiamo di scendere alla fermata successiva alla piazza e tornare indietro a piedi. Alla stazione della metro veniamo accolti da un lago di sangue sulla banchina, sembra abbiano scannato qualcuno. Bene. La gente è in strada a festeggiare, è pieno di camionette coi lampeggianti accesi e di poliziotti intesitissimi. Bene. Dopo un po’ di giri, mostrando le chiavi di casa ad un poliziotto acchittato come Darth Vader riusciamo ad attraversare il blocco sani e salvi. Dalla terrazza vediamo il delirio, agenti della digos spagnola che in borghese caricano tifosi sui cellulari, urla, schiamazzi, fuggi fuggi e parapiglia, tanto che ad un certo punto i poliziotti cominciano a sparare proiettili di gomma ad altezza d’uomo come non ci fosse un domani. Guerriglia urbana. tutto per una cazzo di partita di calcio. Atterriti ce ne andiamo a letto che domani si torna alla vita vera.

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Lenny Nero, oltre ad essere un fighissimo personaggio in uno dei fighissimi film della Bigelow è un disadattato trentaqualcosa che dopo aver visto Doson Crick è scappato a Bologna a studiare il Cinema perchè voleva fare i film pure lui e magari trovare la sua Gioi. Poi invece non ha finito di studiare il Cinema, tantomeno ha trovato Gioi e come molti altri appassionati del Cinema è finito a lavorare in televisione. E siccome la televisione lo annoia e gli fa schifo ha aperto un blog per avere qualcosa da fare e riuscire a portarsi a casa la giornata lavorativa.