Growing in the suburbs

E finalmente eccoci qua.
Eccoci alle prese col disco più atteso da quell’ambiente musicale indie che a conti fatti è stato il protagonista principale di questo ultimo decennio di rock alternativo.

Quando uscì Funeral avevo altro per la testa. Non parlo di musica. Parlo proprio di altre cose che non permettono di seguire quello che vorresti e quello che in fondo fai da sempre. Io che venivo da un decennio nettamente chitarristico e “peso” facevo un pò di fatica a rapportarmi a quello che stava avvenendo nel mainstream dell’underground (passatemi la definizione).
Passata la bufera o meglio mentre raccoglievo i cocci del passaggio della bufera, più di qualcuno (Giorgio in primis), mi accompagnò in quella pletora di gruppi indie-folk divenuti oramai sinonimo di qualità.

Con gli Arcade Fire (di loro si parla) le cose si fecero subito molto semplici e la spiegazione me la sono data nelle mie origini auditive, sia ’80 che ’90.
Si perchè io fondamentalmente sono un waver anni 80. E i canadesi affondano decisamente in quella tradizione, soprattutto per quel che concerne la sezione ritmica.
E poi, gli Arcade Fire NON sono indie-folk alla maniera, che ne sò, di Wilco, bravi, discreti, con quelle chitarrine geniali ma mai sopra le righe che sennò non va bene. Gli Arcade Fire sono eccessivi, epici, hanno ritornelli clamorosi, senza sfociare mai nella “carie ai denti”. E hanno gli sfacciati pezzi-inno stile anni 90.
Insomma un bel giorno i ragazzi mi bussano alla porta e rimango come un imbecille. Per farvi rendere conto immaginate di scoprire (parlo di ascolto approfondito e completo) Funeral e Neon Bible nel giro di tre-quattro mesi massimo. Una folgorazione.

Rispettati nell’underground e nel mainstream, anche fra i colleghi grandi (Bowie, U2) gli Arcade Fire del 2010 erano attesi da tutti per il coronamento di un trittico da tramandare alla storia. La summa della Bibbia indie.
Cosa hanno fatto allora? Solo un bellissimo album di canzoni.

Parto subito con l’unico difetto di The Suburbs. Non è compatto come i primi due lavori. E’ dispersivo. E’ un pò Funeral e un pò Neon Bible. E’ lungo. Su Pitchfork (che peraltro lo ha trattato bene) vengono citati Kiss Me Kiss Me Kiss Me e Sandinista! nell’ottica proprio di “album lungo nel quale ti faccio vedere tutto quello che riesco a fare meglio”.
In quest’ottica The Suburbs risulta meno riuscito dei primi due, ottimi esempi di omogeneità e concept (dal punto di vista sonoro intendo e su questo Neon Bible è inarrivabile secondo me). Forse questo lo è di più sul versante testi ma ancora non li ho studiati a fondo.

Entrando a parlare dei singoli brani, invece, si rimane ancora una volta piacevolmente colpiti dalla qualità. L’apertura è micidiale. La title-track mi stranisce. Parte lì tranquilla con quella chitarra che sembra innocua e poi ti si snoda davanti bastarda e paracula ( e quando è finita scopri che è innocua col cazzo, è presuntuosa senza esserlo). Al partito di queste folksong possiamo iscrivere anche Modern Man e Suburban War come esempi di scrittura sopra la media.
La parte eighties invece, con la sezione ritmica incalzante, trova i migliori esempi nella nuova No Cars Go, ovvero la trascinante Ready to Start, che già me la immagino dal vivo con loro schierati con un zemaniano 4-3-3. In Empty Room col violino impazzito e la voce di Regine in primo piano a guidare la carica. Oppure nel pezzo punk(?) dei nostri, Month of May, con tanto di one-two-three-four all’inizio.
Il resto è una sottovalutatissima City With No Children, secondo me il pezzo più in odore Springsteen di tutto l’album, il barocchismo eccessivo fin dal titolo di Rococo che può essere presa ad esempio massimo di come riescano a fermarsi sempre “un attimo prima di”.
Per chiudere un paio di episodi elettropop in odore di Stars, ovvero Half Light II e soprattutto Sprawl II con Regine di nuovo alla voce sopra un tappeto di plastica che più anni ottanta non si può.

A conti fatti, dopo essere arrivati al centro di tutta la questione indie, gli Arcade Fire se ne tornano in periferia e rimandano secondo me l’appuntamento con la Storia.
Chi vuole criticherà, altri come me, cresciuti con la wave nel cuore durante gli eccessi dei 90 nella periferia di Roma, apprezzeranno e si terranno strette strette questa ennesima manciata di canzoni memorabili.

La danza del colpevolizzatore

Questo post è dedicato alla Prugna Ciemme.

Ho cominciato a scrivere su un blog alle medie e ascolto indie con un vago radicamento ideologico. La mia condizione socioculturale prescriveva che prima o poi tentassi di mettere i dischi da qualche parte.

Tutto ebbe inizio quando il Collega ed io realizzammo che non saremmo mai riusciti a trovare un posto dove ballare quello che ci piaceva a meno che non fossimo stati i diretti responsabili della selezione musicale.
Decidendo di puntare in basso ci rivolgemmo al defunto Capannone, un surrogato di centro sociale che entrambi avevamo frequentato sporadicamente nel corso della nostra giovinezza.
L’unico ricordo estatico che conservo di quel luogo, situato nella gaudente zona industriale di Vicenza, fu il mio primo concerto degli Offlaga Disco Pax. Per il resto emergono soltanto piedi ghiacciati, birra smarza* e l’imperitura sensazione di non essere nel mio habitat.
Il Collega ed io cercammo a lungo un nome simpatico con cui presentarci alle masse, un nome che fosse autoevidente e idiota al punto giusto. Fu così che, vantando un’età complessiva di soli 44 anni, divenimmo Teenage Lobotomy, i deprecatori della gioventù decerebrata.
Nonostante questo durante le due serate passate all’impianto di sottomarca del Capannone fummo soltanto “Baldra e la Maggie” oppure “quei due là che mettono musica mai udita prima all’interno di queste mura e che sono arrivati con i dischi nelle scatole da scarpe”.
La seconda ed ultima volta, prima della nostra opera di selezione, suonarono i Settlefish. Non c’era un cane. Anzi, forse un cane c’era; il “cane del Capannone”, quello che spesso si vede nei centri sociali veneti o in Presidio Permanente mentre corre istericamente senza una meta.
Ad ogni modo ricordo che io ero in piedi vicino al mixer e che mi stavo gelando i piedi. I Settlefish suonarono di fronte ad un folto gruppo di cinque o sei persone. Il dj set che seguì fu un’agonia che tutt’ora fatico a descrivere a parole.
Poi il Capannone chiuse e i giovani berici in bomber confluirono nel No Dal Molin, aprendo così una nuova fase della vita pseudoalternativa vicentina.

Qualche mese dopo il Collega ed io ci recammo al temuto Sabotage Bar per assistere ad un concerto dei København Store.
Il Sabotage è un luogo frequentato principalmente da metallari in cui avevo evitato di mettere piedi per circa due anni dopo che, nel corso della stessa serata, un tizio strafatto mi aveva spaccato a mani nude un finestrino della friabile Subaru M80 e un metallaro in età avanzata mi aveva fatto delle avances esplicite chiamandomi “rossa”.
Dopo il concerto il Collega ed io prendemmo accordi con il boss del locale  e divenimmo “i dj anomali del Sabotage”, nonostante fosse stato messo in chiaro che i København Store erano un’eccezione rispetto alle serate usuali.
Da allora ho cominciato ad amare varie caratteristiche del Sabotage, come l’ottima selezione di bevande alcoliche e la moquette nel gabbiotto del mixer, che mi permette di accasciarmi a terra quando non è il mio turno di manovrare gli attrezzi. Un altro aspetto positivo di questo lavoro retribuito in alcol è che mi induce a riascoltare i dischi che hanno martoriato la mia adolescenza. Quand’ero Margherita F sognavo di incontrare un giovane traumatizzato dal grunge proprio come me. Dato che il Collega si è rivelato essere questo giovane, sfruttiamo spesso le serate al Sabotage come momenti terapeutici, durante i quali rasentiamo l’ubriachezza e ci facciamo fare i complimenti dal boss per aver messo i Pond.
Il fatto che nessuno balli ha cessato di essere un problema dopo che una sera il Collega mise un pezzo degli A Place to Bury Strangers che comincia con una base elettronica e nel giro di un secondo si udì una bestemmia così forte da sovrastare la musica.
A questo si aggiungono plurimi dialoghi simili a questo, avvenuto tra la sottoscritta e un amico.
Io: “Sai che metto i dischi al Sabotage con Baldra?”
Amico: “Ah, allora siete voi quelli di cui mi ha detto Tal Dei Tali”
Io: “Cosa ha detto Tal Dei Tali?”
Amico: “Che ci sono questi due che mettono musica raccapricciante”
Io: “Ah. Grazie”

Se ignorassimo una serie di questioni chiave, tutto ciò potrebbe sembrare molto deprimente. Eppure non è così.
In primo luogo ho combattuto per anni nel vano tentativo di dimostrare ai miei coetanei berici che la musica di mio gradimento non è pallosa, “da donne”, ma soprattutto un qualcosa di radicamente altro rispetto al trash metal o alle schifezze che si sentono alla radio. O meglio, per certi versi lo è, ma questo non significa che sia sensato essere massimalisti e rifiutare tutto ciò che ad un primo ascolto sembra diverso dalle nostre usuali frequentazioni musicali. O sbaglio?
È proprio in virtù di ragionamenti di questo tipo che mi ostino a mettere i Battles al Sabotage. Tra l’altro sarebbero già filologicamente adeguati al luogo in questione (vedi alla voce Helmet), ma questo non è noto agli avventori.
Un’altra questione centrale è quella della legittimazione. Avendo subìto ogni genere di insulto e denigrazione da parte di soggetti di genere maschile convinti che dovessi necessariamente essere più ignorante di loro solo in quanto ragazza, ora mi diletto nel selezionare brani brutali e spigolosi e a dire che la mia conoscenza della “musica da uomini” copre aree più vaste di quella dei miei detrattori senza cervello.
Ad esempio mi piace molto mettere “Shiner” dei Rodan, perché non ho l’aspetto di una a cui potrebbe piacere e al contempo mi diverte l’idea che il mio pubblico stia gustando transitivamente anche una frazione dei Rachel’s.

In ultima analisi il senso del duo Teenage Lobotomy va ricondotto ad anni di isolazionismo autoimposto durante i quali l’unica consolazione parevano essere tutti quei dischi di gente morta da un pezzo.
Ora, quando indosso le mie cuffie giganti e contemplo la gente che si ubriaca, penso: “Ah, stronzi! Mi avete rovinato la vita e ancora lo fate, ma se vi serve un bel dj set a tema non andate mica dalla gente granitica che mette solo reggae o solo elettronica…”
A muovermi è dunque il risentimento e la prospettiva di far sculettare qualcuno bevendo gratis.
Sorprendentemente questa tattica ha funzionato, forse perché la gente ha notato la versalitità quasi maniacale che contraddistingue la sottoscritta e il Collega.
È stato così che il 7 dicembre ci siamo ritrovati a mettere i dischi durante un party nell’unico locale gay friendly della città. Il party in questione originariamente doveva chiamarsi Prega la Madonna. Poi è diventato Immaculate Conception. In ogni caso si è trattato di una festa anticlericale durante la quale ho bevuto un sacco di grappa e vagato con una foto di Ratzinger vestito da Babbo Natale appesa alla maglietta.
L’esperienza si è rivelata moderatamente catartica, considerando la città in cui ha avuto luogo e i miei precedenti presso istituti cattolici.

Poco importa che nel 90% dei casi i miei amici berici non si presentino ai miei dj set millantando giustificazioni ridicole. Sono abituata ad essere piantata in asso.
Ciò che conta veramente è che questa esperienza non fa altro che confermare la mia teoria secondo la quale Vicenza è un luogo infernale in cui tutto ti induce ad ubriacarti ancor prima del tramonto (in estate).
Se non altro ho trovato un modo divertente per farlo gratis.

* poco gradevole e di scarsa qualità

Quando il gioco si fa duro

Si chiamano Surfing Machos ed è molto probabilmente una delle cose più complicate di cui si è scritto da queste parti. Progetto nato da Alessio Budetta (Orange) e d.m. (Eveline) propone una rilettura di testi di A.Blok e V. Majakovski’j attraverso un glitch pop a metà tra Brian Eno e concezioni psichedeliche quasi post come i mai tanto rimpianti Goodspeed you! Black Emperorche più che un ruolo accompagnatorio assumono una rilevanza pari alle parole recitate (quasi declamate) da Natalia Teplysheva (attrice).
Effettivamente potrebbe suonare il tutto più ostico di quello che effettivamente è, e in pratica un enorme trip letterario-musicale dai contorni scurissimi e che portano il fresco solo dalle prime note, tanto richiamano paesaggi spettrali e venti freddi.
Roba da mettere giù per chi ha il coraggio (ripagato) di ascoltarla, e soprattutto di farla.
Chapeau.

Surfing Machos – Myspace

Wigs or talents?

Ho dei tempi biblici per gli standard odierni della rete. Ma tant’è…
A quest’ora ne hanno già parlato in molti e ancora di più lo hanno ascoltato. Fatto sta che al momento rimane per me l’album più consumato del 2009. Sto parlando di Primary Colours degli Horrors.

Facciamo un passo indietro. A me degli Horrors è fregato poco o nulla, circa due anni fa, quando uscì il loro primo lavoro sull’onda del solito hype inglese. A parte i singoli, che non erano neanche male, li liquidai velocemente come ennesimo gruppo tutto aspetto e poca sostanza. Decisi proprio di non dargli ascolto.
Poi succede che qualche mese fa qualcuno comincia a parlare di questo non-singolo, perchè di non-singolo si tratta, della durata di otto(!) minuti con la collaborazione di Sua Sonorità Geoff Barrow e dell’esordiente Chris Cunningham
(almeno come produttore) già al lavoro con loro come videoclip director su Sheena Is A Parasite.
Ne parlano come un qualcosa di rivoluzionario per quello che fino a quel momento poteva significare un pezzo degli Horrors. Non ascolterò altro per due giorni. Sea Within A Sea in repeat per due giorni. Ipnotica, scura, essenziale, psichedelica. Andrebbe premiato già di per sè il fatto di uscirsene con una cosa del genere. Con un non-singolo appunto. E poi quel finale che ricorda tanto qualcosa… ma certo! Ricorda The Rip dei Portishead. Ma c’è Barrow in cabina di regia. Decido che si tratta di un mezzo regalo fatto ai ragazzi. La cosa non mi sembra poi così significativa.
Barrow… Barrow… quanto è stato determinante in tutto questo? Probabilmente abbastanza da poter dire che senza di lui non avrebbero mai “suonato” così. Fatto sta che attendo con pazienza l’avvento dell’intero lavoro, perchè se si rimane anche lontanamente su questi standard “apriti cielo”. E il cielo si squarciò letteralmente.

THE HORRORS

Diciamo subito che l’album può suscitare determinate reazioni sconsiderate a chi è invischiato con la wave e il post-punk e successivamente è cresciuto con le derive shoegaze. Si il kraut-rock pure, ma non così tanto alla fine.
Le strutture ritmiche della quasi totalità dei brani rimandano nettamente agli anni a cavallo fra i 70 e gli 80, strutture in cui il basso lo si sentiva eccome, valgano come esempio l’apertura di Mirror’s Image o la splendida Scarlet Fields, la chitarra tende a ricordare che comunque loro nascono come garage-band e a volte ci riesce come in Who Can Say dove si sposa perfettamente con la ritmica di cui sopra e con una tastiera shoegaze, ma il più delle volte si adegua al mood generale per creare suoni alieni che si mischiano alle keyboards e qui la mano lunga di Barrow ci sta tutta. Altre volte si trasforma in una vera ascia gotica. Cosa è se non il pezzo che i nuovi Bauhaus non sono riusciti a scrivere quel capolavoro che prende il nome di New Ice Age (omaggio all’Ice Age dei Joy Division?). E sempre a proposito di omaggi, anche la copertina non sembra esente col suo stile di Pornography-ca memoria. Faris Badwan “Rotter” a differenza dell’esordio si esibisce in una serie di interpretazioni profonde e convinte sulla scia di un novello Peter Murphy. Nelle pieghe di questo lavoro c’è spazio anche per i sette minuti di I Only Think of You, sorta di dark-blues dolente con finale da collasso. Three Decades e I Can’t Control Myself sono forse i momenti che più si avvicinano agli Horrors che furono.
Al momento per gli amanti di queste sonorità non ce n’è proprio. Bisogna fare i conti con loro e con un album che suona magnificamente ed è ancora lontano dall’aver stancato.
Si li ho visti live, al Primavera Sound e non è stato uno spettacolo memorabile, per colpa di diversi problemi tecnici. Conto di rivederli più a loro agio e che continuino ad essere così ispirati. Anche se continueranno a chiamarsi The Horrors.

Questo l’ho beccato girando su Youtube. Teoricamente non c’entra nulla ma No Love Lost è uno dei miei pezzi preferiti dei Joy Division e poi ho notato che… cazzo Faris Badwan è la versione goth-punk di Ibrahimovic!!!