(intro) Artcore: 1990 – Damien Hirst

Una teoria che non smetterò mai di citare è quella di Arthur Danto. Secondo questo teorico, filosofo, meta-segaiolo, l’Arte è morta e rinata nel 1964 a New York alla Stable Gallery di Manhattan, dove Warhol ha esposto le sue prime Brillo Boxes. Mi trovo d’accprdo con Danto solo in parte: condivido l’idea di un Big Bang dell’arte, ma come molti altro lo faccio risalire all’invenzione del ready-made con lo Scolabottiglie di Marcel Duchamp, nel 1914.

Marcel Duchamp, Egouttoir (Scolabottiglie), 1914

L’arte, se comprendete la grandezza dell’atto di Duchamp o di Warhol a seconda di come la vogliate pensare, resta comunque relativamente giovane. Guardate all’arte come ad un bambinone portato dal pediatra perché si rifiutata di crescere e di accettare le responsabilità dell’età adulta, ma senza che nessuno sappia che dentro di sé si pone le solite domande filosofiche sull’identità (“chi sono io?”) e sul destino (“dove vado?”). Ora, per crescere, il bambino ha bisogno di un po’ di fiducia, una spinta alla sua autostima, che in questa metafora che si sta dilungando oltre i limitidella vs. gentilissima sopportazione, si traduce con la storicizzazione e la legittimazione delle due Domande Fondamentali che si pone.

Questo è peraltro il nobilissimo scopo che si pone Defining Contemporary Art  da poco pubblicato da Phaidon (e purtroppo non ancora tra le mie mani): ad otto tra i più importanti curatori del mondo è stato chiesto di selezionare le opere d’arte più “importanti” degli ultimi 25 anni, una per anno, per un totale di 200, in modo da “definire” e così aiutare l’arte di oggi a crescere.

Evitando la velleità del nobile scopo, oppure no, ho deciso di imitare l’idea di Phaidon e di selezionare quelle che credo le opere più importanti, più influenti per temi, concetti, mezzi, quelchevuoi, degli ultimi vent’anni – in questo duemilaundici di ventennali, tra i quali il mio – e che quindi meritano una storicizzazione adeguata.

L’idea è quella farlocca di mini-post a puntate (1 post – 1 anno) con regole aleatorie, che nell’insieme assomigli vagamente e simultaneamente ad una contemporary art for dummies (se siete dummies, altrimenti semplicemente la mia opinione) e una lista-di-fine-qualcosa.

Per farvi capire che non è nulla di serio e che le regole sono ferrettiane, comincerò barando.
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1990: Damien Hirst, A Thousand Years (installazione)

Damien Hirst, A Thousand Years, 1990

Due anni dopo aver curato la mostra Freeze che nei fatti lanciò la generazione dei Young British Artists, Damien Hirst crea ed espone un’installazione talmente ispirata da obbligarmi a imbrogliare sulla regola del ventennio.

A Thousand Years è l’opera con cui Charles Saatchi, magnate inglese della pubblicità (e da qui in poi ricordato come “magnate inglese dell’arte”), ha scoperto Hirst nel 1990, appena un anno dopo il diploma al Goldsmiths College di Londra. Quest’opera magnifica ha la duplice qualità di introdurre quello che sarà il leitmotiv della poetica di Hirst  e di rappresentarla con una sintesi estetica e concettuale mai avvenuta prima e mai ripetuta in seguito.

Dentro le teche di questa installazione “delle larve di mosca venivano fatte schiudere e poi spinte a superare una separazione di vetro dalla presenza di una testa in decomposizione di una mucca. Infine venivano fulminate a metà del loro tragitto.” Nascita, crescita, morte in una rappresentazione che trae tutta la forza dalla sua essenzialità. I fan della critica sociale possono divertirsi ad aggiungere uno strato di analisi notando che il tutto, funzionalmente o no, avviene “in una vetrina”, ai limiti del pornografico e anticipando il reality.

Si narra che Saatchi rimase a bocca aperta, “acquistò l’installazione e si offrì di finanziare il lavoro futuro di Hirst”, sovvenzionando la creazione dell’opera dell’anno successivo che scatenò il chiacchericcio mediatico, settò il prezzo standard delle vendite e creò il “brand” del suo pupillo, portando così ad un più alto livello la fusione fra marketing e arte, che lascia a tutti la certezza che Hirst sia un genio sì, ma in quale delle due discipline?

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Linking the invisible

Nonostante il villaggio globale e il cyberspazio, dove un tizio si può definire “no land’s man” con cognizione di causa, i francesi continuano a francesizzare tutto. Così computer diventa ordinateur e link diventa lien.
I Les Liens Invisibles, al secolo Gionatan Quintini e Clemente Pestelli, in quanto persone fisiche un luogo ce l’hanno (Firenze), ma la loro creatura, attiva dal 2007, non vive che sulla rete.
Il nome d’arte che hanno scelto, ma visto il caso forse dovremmo dire nickname, non è casuale; nel descriversi utilizzano i termini di “duo artistico immaginario”, un po’ forse per provocazione verso il sistema artistico non ancora pronto all’eliminazione totale della forma, del contenuto e anche dell’autore (poetica dei fluxisti, missione dei concettualisti), un po’ per autoconsapevolezza: conoscono il limite che separa la persona fisica dall’informazione pura. Avendo coscienza di qualcosa si acquistano il diritti di rielaborarlo soggettivamente: e così questi net.artists si muovono sul confine, fanno di esso il fil rouge fra i loro lavori, e ci giocano come cani che inseguono le macchine con l’unica differenza che, una volta raggiunte, sanno cosa farsene.
Gli si chiedesse quale superpotere vorrebbero avere non risponderebbero certo con quello di cui già godono: direbbero “il nostro profilo Facebook è un Mantello dell’Invisibilità lucidato per gli ospiti. E Susan Storm è su Facebook”. O almeno, questo è quello che mi piace immaginare.
I Les Liens Invisibles ci parlano delle connessioni imperscrutabili fra arte e vita, fra vita reale e vita virtuale, arte reale e arte virtuale. Hanno scelto di utilizzare come mezzo la rete, e questo di certo non giova al loro portafoglio, ma li aiuta a comunicare la loro personale Weltanschauung raggiungendo “visibilità globale dei media”1, cosa necessaria quando si utilizza un mezzo – un sito web, perché alla fine è di quello che si parla – che non è che una parte di uno spazio immaginario quindi potenzialmente infinito come la rete.

Les Liens Invisibles, Google is not the map (screenshot), 2008

Volendo parlare delle influenze e dei riferimenti culturali della loro opera possiamo tranquillamente ricondurli ad una Pop Art aggiornata al 2.0 i cui oggetti sono rielaborati attraverso un’altra tecnica tipica dell’arte e della musica, l’appropriazione (vedi postproduzione, vedi postmodernismo, vedi qualsiasi altra cosa post- vi venga in mente), la corrente di arte cosiddetta relazionale degli ultimi vent’anni; mentre i loro lavori visuali percorrono la via di un concettualismo finalmente divertente che mi ricorda quella di Gino De Dominicis.
Di seppukoo.com (2009) se ne è parlato pressoché ovunque2: lavoro che gli è costato non poche controversie legali, è un parassita che utilizza Facebook come piattaforma da cui commettere il suicidio della propria identità virtuale sul social-network stesso. A fake is a fake (2008) consente di pubblicare false notizie e articoli usando layout copiati di sana pianta dai siti di informazione più autorevoli fra cui quello del New York Times, del Corriere, della Repubblica (ho detto autorevoli? Nevermind), dell’Osservatore Romano (!!!). È facile quanto selezionare il tema per il proprio blog, promette un alto livello di potenziale divertimento e relazionalità mentre concorre alla missione degli artisti di confondere le carte in tavola dell’informazione ufficiale, un po’ come fa The Onion ma con uno statement artistico al vetriolo, forse con la FightClubistica utopia di una rinascita dopo la totale anarchia dell’informazione pura. Tra gli altri progetti, tutti comunque degni di nota e fighi quanto intelligenti, spiccano su tutti Google is not the map (2008), un sito che utilizza Google Maps per prendersi gioco delle rigide regole della cartografia come rappresentazione geometrica del mondo, rispondendo con una personale (quanto astratta) percezione, gli interventi perpetui come il loro Twitter (“silence is golden”) e il complesso The Invisible Pink Unicorn, di quest’anno, a cui forse dedicherò un post più in là.
Se tutto andrà bene verso settembre curerò una mostra collettiva per cui loro sono stati tra i primi artisti che ho avuto l’onore di contattare e insomma, se dovessi decidere i giovani italiani su cui puntare le mie dieci lire sono loro. Come ha detto molto intelligentemente uno dei maggiori esperti di net.art in Italia, Domenico Quaranta, nel bellissimo libro In Your Computer (scaricabarile gratuitamente qui), “l’arte è la prima a riconoscere un cambiamento e l’ultima a cambiare”; ecco, essendo forse troppo presto per parlare di vere rivoluzioni, speriamo almeno che ci si muova a riconoscere le opportunità che Internet ci sta dando, anche grazie a Les Liens Invisibles.

1In grassetto nella loro bio online non perché gli piaccia far vedere quanto che ce l’hanno più grosso degli altri ma perché, e soprattutto in questo caso, è ora di ammetterlo: un vero artista vuole raggiungere un più ampio pubblico possibile (poi sta a lui decidere se accettare compromessi pur di piacere oppure no).
2Qui potete trovare un’intervista agli artisti concessa per la puntata di Report del 10 aprile di quest’anno, con tema Facebook.

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L’autore: unavoceacaso è Mattia, che esce a Varese nell’anno in cui nasce Loveless. A chi gli chiede cosa studia non sa rispondere con certezza, ma sa avere a che fare con l’arte contemporanea. Apprezza molte cose post- essenzialmente perché è una persona noiosa. Autonominatosi fan numero uno di junkiepop.com, passa ora dall’altra parte per annoiare su larga scala. Ha molteplici identità virtuali.