Speciale Graphic Novel

drakkaDrakka di Frédéric Brrémaud (Renoir Comics)
Futuro post apocalittico Drakka è figlio di un boss della malavita e di una vampira. Sulla carta una graphic novel (a puntate) da prendere subito, nei fatti è un lavoro riuscito ma a metà. Da un lato l’aspetto cartoonesco (un po’ la strada indicata dal nostro amato Run com Mutafukaz), dall’altra un po’ di sensazioni di essere rimasti a metà del guado tra il serio e il divertimento puro (che comunque c’è, è tangibile ed è disegnato da applausi. Il consiglio è prima di dargli una sfogliata, io l’ho scelto così e mi ha spinto a prenderlo, sicuramente gli episodi successivi centreranno di più trama e personaggi.

cuoriCuori solitari di Cyril Pedrosa (Bao Publishing)
Fermi tutti che quando si parla di Pedrosa si parla di graphic novel che come minimo vanno sulla perfezione, come massimo arrivano ad essere capolavori assoluti (tipo Portugal). Pedrosa racconta la storia di un uomo qualunque che ad un certo punto prende, lascia tutto e si imbarca in una crociera per single. Scritto così è per nulla accattivante me ne rendo conto ma la storia sa essere toccante e molto riflessiva. In pochissimi disegnano come Pedrosa (ma questa ormai a scriverla è quasi un’ovvietà) e soprattutto in pochi come autori sanno raccontare storie piccole e banali con questa poesia. Potrei dire che è un acquisto da completisti ma lo svilirei. Per me è da avere

suicideCon rancore. Suicide Risk: 1 di Mike Carey, Elena Casagrande (Bao Publishing)
Veniamo agli eroi di casa nostra, Suicide Risk 1 è un inizio di qualcosa che potrebbe essere sorprendente in un futuro prossimo i supereroi usano i superpoteri al servizio della criminalità e quindi il protagonista (guardia) decide che suo malgrado l’unica maniera per porre un freno alla questione sia acquisire superpoteri (di cui non conosce i confini, nè il controllo) e diventare supereroe anche lui. Se di Suicide Risk l’impianto prettamente visivo è più che ottimo (grande lavoro della Casagrande) è il riuscire dove parecchie storie a “puntate” alla fine falliscono, hai voglia di sapere come va avanti e attendi fremente. Di solito non è così.

orfaniL’inizio. Orfani: 1 di Roberto Recchioni(Bao Publishing)
Orfani è la nuova serie della Bonelli che con la Bao ha deciso per una versione cartonata e a colori che raggrupperà tre numeri usciti in edicola alla volta. La storia di per sè è anche intrigante, un attacco alieno alla terra e dei ragazzini tirati su per diventare un esercito (gli Orfani). Tra richiami più o meno dichiarati alla fantascienza cinematografica di oggi tipo Starship Troopers e letteraratura come il Signore delle mosche, Orfani per me è un lavoro riuscito a metà, convince ma lascia sempre il dubbio che manchi qualcosa, quel quid che farebbe alzare l’assicella da buon lavoro a lavoro grosso. Un po’ troppo ridondante, un po’ troppo parlato addosso su stilemi già visti.

chewMenù degustazione. Chew: 1 di John Layman, Rob Guillory (Bao Publishing)
Questo è un mio recuperone di cui mi pento e mi dolgo (lo avevo dal 2010 in libreria) ma che lette dieci pagine mi ha spinto a comprare gli altri sei volumi. è la storia di Chu, un investigatore cibopatico (ovvero gli basta mangiare cibo o resti umani per vedere il vissuto recente dell’alimento compresi eventuali assassini) incastrato anche qui in un futuro prossimo che a causa di un’epidemia di aviaria ha dichiarato fuorilegge il pollo. Tutto un complotto governativo? Fatto è che la storia diventa un bel casino subito, i disegni sono a dir poco fantastici pieni di asimmetrie e sproporzioni caricaturali cartoonesche e insomma, non fate il mio stesso errore che poi magari un giorno ci fanno una serie tv e ve lo siete perso anche voi.

memoriaMemorie a 8 bit di Sergio Algozzino (Tunuè)
Sull’onda del successo del fumetto memoir (vd Zerocalcare) la Tunuè giustamente decide di tirare fuori Memorie a 8 bit di Algozzino, una graphic novel piccola ma deliziosa che passa in rassegna ricordi di quello che oggi è un uomo e negli anni 80 era un adolescente. Disegnato splendidamente ha un’unica piccola pecca che a tratti sembra un po’ parlarsi addosso nei richiami culturali a musica cartoni animati e quant altro. A me è piaciuto, mi rendo conto che magari chi quegli anni lì non li ha vissuti a quell’età possa perdere un po’ nei richiami, rimane comunque godibilissimo nell’impianto grafico

isolaL’isola senza sorriso di Enrique Fernández (Tunuè)
Arriviamo ai capolavori veri. La Tunuè Tipitondi pubblica spesso e volentieri piccoli gioielli di questo tipo. Fernandez aveva già scritto un capolavoro con Aurore (qui recensito tempo fa) e L’isola senza sorriso è probabilmente il passo definitivo verso il capolavoro, una storia sospesa a metà tra il fantasy e il dramma reale, di quelle che non sai quanto la fantasia sia parte della realtà e quanto un adulto a volte abbia bisogno di credere alle favole. Graphic novel disegnate così ne trovate forse una decina in giro, Fernàndez è tipo Pedrosa, di una categoria superiore, e si vede, si legge e si sente tutta anche nella pancia. Per me una delle graphic novel dell’anno

jokerJoker di Brian Azzarello, Lee Bermejo (RW Lion)
Anche questo uscito da un annetto, ma parliamo di uno dei must DC di probabilmente sempre, una ministoria sul Joker (sì quel Joker) che esce dal manicomio di Arkham ed è deciso a riprendersi la città. Tavole a tinte scurissime, eccitanti per quanto sanno essere sanguigne e malate, Azzarello scrive una pagina che magari a livello di trama non dice e non sposta tantissimo ma è un viaggio enorme e completo nella follia del Joker. E poi una graphic novel che parla di un villain di LUI e LUI non viene quasi mai nominato e appare di sfuggita in due pagine beh. Applausi. Scroscianti

venerdiVenerdì 12 omnibus di Leo Ortolani (Panini Comics)
Venerdì 12 era una parte di Rat Man, il fumetto, quella in cui uomo colto da maledizione diventa orrendo e inguardabile perché non corrisposto dalla sua amata. Semplicemente la cosa più sbellicante (da stare male) che possiate leggere in giro. E non esagero. Ortolani genio assoluto e con una capacità di rendere comica anche una riunione di condominio che in pochissimi hanno in giro. Costa anche un cazzo. Recuperatelo di corsa

mutaMutafukaz vol.2 di Run (Panini Comics)
Qui siamo fan di Mutafukaz se avete letto gli speciali precedenti. Compratelo a scatola chiusa. Non cambia nulla rispetto al precedente e questo è senza ombra di dubbio il complimento più grande che gli si possa fare

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Speciale Graphic Novel

nevermindNevermind di Tuono Pettinato (Rizzoli Lizard)
Motivi per leggere Nevermind ce ne possono essere mille o solo uno o nessuno. Basta sapere che è come per Enigma, come per Garibaldi la nuova rilettura biografica del grande Tuono, stavolta su Kurt Cobain. Si può discutere o meno sulla coincidenza col ventennale di In Utero come si è fatto da più parti (visto l’oceano di libri memoir sui Nirvana) ma la graphic novel in questione è qualcosa da avere. Vuoi perché lo sguardo di Tuono Pettinato rimane disincatato ed estremamente malinconico anche nell’umorismo (senza mai strafare, senza mai eccedere), vuoi per il richiamo continuo a Calvin & Hobbes di Watterson, vuoi perché in qualche modo l’autore sa fare delle biografie delle storie proprio sue, come se le raccontasse ex-novo.

 

hildaHilda e il gigante di mezzanotte di Luke Pearson (Bao Publishing)
Hilda e il troll mi era piaciuto ma non mi aveva convinto pienamente, forse troppo breve la storia, forse con poche sfumature per rimanere così impresso. Insomma una questione di ottimo impianto visivo ma poca sostanza dietro. Il gigante di mezzanotte invece conferma quanto di notevole visto sul campo dei disegni e dall’altro lato gli affianca una storia molto bella, poetica e fiabesca che vede al centro come nel precedente libro Hilda e sua mamma e ovviamente l’ambiente che le circonda, rurale ed evocativo già di per sè. Una storia che in parte commuove e in parte promuove il classico tema delle storie per giovani ragazzi sull’integrazione. Decisamente promosso e a pieni voti

 

berlinguerArrivederci, Berlinguer di Electra Stamboulis e Gianluca Costantini (Becco Giallo edizioni)
Letto col groppo in gola dall’inizio alla fine, chi era Berlinguer e cosa è stata per la sinistra italiana e per la storia della repubblica la sua visione del comunismo e del ruolo dei partiti all’interno dello stato. C’è Moro, c’è la sua gioventù, c’è la storia della FGCI e dell’evoluzione (poi) del PCI. C’è tanta rabbia dentro e c’è tanto tanto tanto rammarico e dolore perché un personaggio così, un uomo non c’è più e dal 1984. Impianto visivo splendido in pieno stile graphic journalism, con divagazione poetica dei ricordi della Stamboulis perfettamente inseriti nel contesto della storia

 

 

saldatoreIl saldatore subacqueo di Jeff Lemire (9L)
Lemire dopo Essex County è uno di quei due tre autori per cui comprerò sempre tutto e a scatola chiusa. Il saldatore subacqueo sembra una storia semplice (sostanzialmente il protagonista è il titolo del libro) ma poi diventa una storia di universi paralleli e di ritrovamenti. Libro molto oscuro (totalmente in b/n), molto “pesante” da un punto di vista emotivo (da questo punto di vista Lemire non regala niente mai, mai) ma è la storia in sè che diventa qualcosa di grosso ed autoalimentata pagina dopo pagina, dove le sfumature e le tavole diventano sempre più tasselli mai fini a se stessi, mai vuoti, mai riempitivi. Una delle mie graphic novel preferite prese negli ultimi tempi e di sicuro una di quelle che consiglio vivamente per l’acquisto.

 

sagaSaga 3 di Brian K Vaughn e Fiona Staples (Bao Publishing)
Qui abbiamo in mano quella che a conti fatti è la graphic novel del momento, senza se e ma. Saga come avrete probabilmente letto negli speciali precedenti è il punto forse più alto della fantascienza a fumetti dei nostri giorni e sicuramente quella che lascerà il segno per gli anni a venire (poi oh, ovvio anche che dipenderà da che conclusione avrà la storia). Personaggi tratteggiati in maniera incredibile, pieni di sfumature e fortissimamente cinematografici. Linguaggio forte e fortemente declinato su argomenti come sesso, discriminazione razziale e lotta per il potere e molto stretto col linguaggio del tempo. Fiona Staples è probabilmente con Glyn Dillon la disegnatrice più accattivante e brava in circolazione. Se non siete fessi ve li comprate tutti e tre i volumi tipo ora.

 

mammaMia mamma è in America, ha conosciuto Bufalo Bill di Jean Regnaud e Émile Bravo  (Bao Publishing)
è un recuperone, lo so, ma l’ho fatto da pochissimo. Basti forse dire che per me è il più bel libro che abbia mai letto per ragazzi. è la storia di Jean, bambino a cui nessuno ha il coraggio di dire che la mamma è morta e in qualche modo sarà messo di fronte alla realtà. Avete il groppo in gola già vero? ecco, sarà molto peggio di quanto pensate anche perché la storia è molto Calviniana nella presa di coscienza della realtà da parte del ragazzino. Il libro sa essere grande per la capacità di occupare uno spazio grande del lettore e di qualunque età esso sia. di èmile Bravo abbiamo già parlato per la saga degli orsetti (sempre Bao) ma qui siamo su un altro livello. Libro imperdibile

 

souvenirSouvenir dell’impero dell’atomo di Thierry Smolderen, Alexandre Clérisse (Bao Publishing)
Pensavo di averne già scritto (era tra le migliori graphic novel dello scorso anno) e invece no. Mea culpa. Parliamo di un libro talmente fuori gli schemi che è un must da avere nella propria collezione, mettete un Mad Men che incontra Philip Dick, splendida ed elegantissima ambientazione anni 50 ed una storia che sembre uscita dritta dritta da un libretto Urania di quelli che magari tenete in qualche scatolone in cantina. Estremamente moderno nell’impianto visivo (che sfiora livelli di assoluto) ed estremamente ludico e citazionista nella visione della fantascienza anni 50. Dategli una sfogliata poi mi dite

 

 

imperiImperi di Nate Powell (9L)
dopo Portami Via ho affrontato Imperi con grandi aspettative forse un po’ deluse da una storia che sembra già letta (anche se il tema del passaggio all’età adulta rimane estremamente evocativo e letterario). Forse a Powell manca quel briciolo in più di cuore e sentimento da buttare oltre la palizzata che su Portami via impregnava tutta la storia, qui alla lunga un po’ lo schema risulta ripetitivo pur rimanendo una delle penne più forti ed eloquenti in circolazione

Speciale Graphic Novel

sS di Gipi (Coconino Press)
Forse la graphic novel con la “sceneggiatura” più forte e potente scritta da Gipi. Dal punto di vista dell’impatto prettamente visivo rimaniamo sugli altissimi livelli a cui ci ha abituato anche se il vantaggio di avere una storia così forte di base permette di non “evocare” immagini cinematografiche con tavole a larghissimo respiro (come su Unastoria per capirci), ma concentrarsi sui dettagli e sui vari passaggi narrativi.
A livello personale la graphic novel di Gipi migliore immediatamente dopo Unastoria ed anche se uscita abbastanza in sordina è da recuperare assolutamente

 

gauldSiete solo invidiosi del mio zaino a razzo di Tom Gauld (ISBN Edizioni)
Tom Gauld è uno che fa vignette per il Guardian e il NY Times quindi non proprio l’ultimo degli stronzi. A parte il titolo meraviglioso della raccolta in questione, il libro in sè è qualcosa di veramente unico, una serie di vignette citazioniste su piano scientifico letterario artistico, con una facilità di linguaggio impressionante e una capacità di trascinamento nella risata fino alle lacrime invidiabile (per dire la vignetta di Tom Waits va presa incorniciata ed attaccata in salotto). Uno dei libri dell’anno e siamo solo ad aprile.

 

 

centriPiccolo atlante storico geografico dei centri sociali italiani di Claudio Calia (Becco Giallo)
se ne parla un po’ ovunque e a ragione. Compendio della storia (commovente per chi ha iniziato e quegli anni lì l’ha vissuti in prima persona) dei principali centri sociali italiani, la loro nascita i loro obiettivi e la loro storia. Capire le varie storie di umanità che si muovono dietro e quanto significhi per tanti (sarebbe meglio tutti) l’idea di uno spazio proprio, da curare e da gestire, da organizzare e difendere. Piccolo prologo di Zerocalcare per chi fosse feticista dell’autore.

 

 

portamiPortami via di Nate Powell (Rizzoli Lizard)
Data l’uscita di Imperi per la 9L ho recuperato questo piccolo gioiello, storia abbastanza difficile da raccontare (forse più da disegnare e Powell ci riesce tremendamente bene) di fratelli affetti da disagio mentale e la lenta discesa verso lo stato schizofrenico. La storia sa essere piena ed importante, non solo, ma anche commovente e sufficientemente evocativa per ritenerla una delle graphic novel più complete e potenti lette in tanto tempo, su un tema, ripeto molto complicato.

 

 

cucinaIn cucina con Alain Passard di Christophe Blain (Bao Publishing)
Chi ha letto I segreti del Quay D’Orsay già conosce Blain. Chi non l’ha letto
VOI. SIETE. MATTI. FATELO. SUBITO.
detto questo è un libro fantastico, il disegnatore che racconta la cucina dello chef a tre stelle Passard, disegnando la vita del suo ristorante e le sue ricette (e ce ne sono anche scritte a testo). Premesso e tolto il fatto che io ho una sorta di attrazione un po’ malata per sta roba il libro è una roba notevolissima, lo stile di Blain a richiamare il movimento, i rumori, i suoni, si adatta benissimo ad un argomento simile e fa sì che in cucina con Alain Passard sia una di quelle cose da avere assolutamente

 

graphicGraphic Novel is Dead di Davide Toffolo (Rizzoli Lizard)
Toffolo torna con una graphic novel autobiografica e in parte meta, col fumetto che parla del fumetto e il musicista che racconta della musica e di sè stesso, una serie di scatole dentro scatole dentro scatole affascinante che in qualche modo è un po’ una rivoluzione del genere (come un po’ il titolo gioca ad evocare). Presenze fulminanti del passato come Pasolini, evocazioni famigliari e musicali, e un piccolo pappagallo a fare un po’ da figura spezzabolgia della storia.
Che poi a conti fatti una storia vera e propria non è ma una raccolta di frammenti che messi in un quadro d’insieme raccontano un pezzo di vita.

Ho finito il libro – Intervista ad Alberto Madrigal

Alberto Madrigal l’ho conosciuto a Roma alla fiera della piccola e media editoria, assieme a Simeone intervistato una settimana fa. Del suo libro Un lavoro vero ne ho scritto in qualche speciale graphic novel (cercatevelo qui sul sito) è un affresco sullo specchio dei tempi, su chi cambia paese per lavorare e magari, come in questo caso, trova ispirazione per il proprio avvenire.
Un lavoro vero, per te che l’hai scritto, disegnato, vissuto, cosa racconta. Per chi l’ha letto è la fotografia di un passaggio, di un cambio di vita. Per te?
Anche per me è così. Provo la stessa sensazione che si ha vedendo una fotografia di se stessi per la prima volta, senza ricordare l’anno dello scatto. Senza riconocersi completamente, ma sapendo di essere stati lì in quel luogo, in quel momento.
Ho intervistato Simeone qualche giorno fa, come ti sei trovato a lavorare con la Bao da un punto di vista prettamente creativo?
‘Un lavoro vero’ era già finito quando Bao lo ha visto per prima volta, quindi non abbiamo appena “lavorato insieme” dal punto di vista creativo. Soltanto sulla copertina del libro, e mi è piaciuto molto la esperienza. Hai un dialogo aperto sull’idea o quello che vuoi trasmettere, con piena libertà per realizzarlo. Essendo loro molto bravi, ti senti protetto e mai da solo anche dal punto di vista di creazione, che è forse la cosa importante in questo mestiere.
Per me, una cosa bellissima di lavorare con BAO, sono anche gli autori e gli eventi. Vengo volentieri da Berlino per passare delle giornate insieme a loro quando ci sono delle fiere o presentazione. Il rapporto è stupendo ed è una vera gioia trovare a gli autori ogni volta, specialmente a Stefano Simeone e Sualzo, con cui sta cresciendo una bell’amicizia. Tutto questo mi arricchisce molto anche dal punto di vista creativo.
Come è cambiata anche nel piccolo la tua vita dopo essertela fotografata su Un lavoro vero?
Ho capito cosa si sente quando finisci un libro e non vedi l’ora di fare il seguente. Questo, per me, è stato fondamentale. Mi sono messo l’anima in pace sapendo che si può fare quello che ti piace, pur non essendo facile. È anche molto bello vedere che la gente ha apprezzato il libro. Adesso è più facile rispondere alla domanda “e tu che lavoro fai”.
Per il fatto di aver fotografato quel periodo della mia vita, ho capito una cosa strana: le piccole cose belle che succedono ogni giorno, rimangono. Invece le brutte, si perdono nella distanza del tempo.
Che significato dai oggi alla frase “un lavoro vero”?
“Un lavoro vero” continua ad essere quello in cui vieni pagato. Con fortuna e pazienza però, puoi far diventare “vero” anche quell’altro tipo. C’è da sapere che un hobby cambia se lo fai diventare mestiere, perdendo a volte la magia da un certo punto di vista, ma arricchendoti dall’altro.
Le graphic novel che ami di più e quelle che regali di più?
Quella che amo di più, “Unastoria”. Quella ho regalato di più, “S.”, sempre di Gipi.
Simeone ha parlato della percezione di una “rete” creativa attorno a numerosi disegnatori, editrici, sembra che più di qualcosa si muova e la gente anche di massa sembra accorgersi delle graphic novel. Come percepisci tu tutto questo?
Questa “rete creativa” è stata la mia base d’ispirazione nei ultimi anni.
Essendo un tipo di lavoro fatto solitamente da una sola persona, è molto più facile e inmediato essere isipirato e condizionato dal lavoro degli altri. Qualcosa fatta da un autore che apprezzo, sia volontaria o meno, m’ispira e mi fa andare anche in quella direzione. È un continuo crescere da noi stessi influenziati da questa rete che ha da fare con il momento presente.
Il momento più bello della creazione di Un lavoro vero?
Quando l’ho finito. Fare una cosa di cui non sei sicuro per tutti i giorni, per tante ore al giorno durante più di un anno, senza un minimo di garanzie nemmeno emotive, è molto duro. Lavoravo in un coworking space in quel periodo, insieme al mio amico Tony Sandoval. Ricordo il giorno che ho finito di disegnare l’ultima pagina; ho lasciato la penna accanto, ho rilassato le spalle e sorridendo ho detto a voce alta: “finito. Ho finito il libro”. Poi Tony ha detto qualcosa di buffo per togliere il romanticismo e ci siamo messi a ridere. Ma questo momento ha cambiato molte cose dentro di me.
Il tuo prossimo progetto rimane nell’ambito dell’autobiografia o hai qualcosa di diverso in cantiere?
La storia a cui sto lavorando ora non è autobiografica, ma ha un sapore molto simile a “Un lavoro vero”. Non è stato ricercato, mi sono messo soltanto a scrivere e pian piano è uscita una storia nuova.
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Il momento preciso in cui hai capito che volevi disegnare nella vita e quello in cui hai capito che avresti potuto farne una professione?
Il momento in cui ho capito che volevo disegnare è stato da molto piccolo mentre leggevo d’ estate un fumetto di Dragon Ball, e mi sono emozionato. Poi però, essendo convinto che quello non fosse un lavoro fattibile fuori dal Giappone, l’ho lasciato come il mio hobby. Tanti anni dopo, quando lavoravo come grafico in una ditta, ho cominciato a conoscere fumettisti su internet e poi dopo di persona. Ho capito che poteva essere un mestiere e ho deciso di lasciare il lavoro e cominciare a studiare da solo, finché avrei aggiunto il livello necessario per pubblicare.
Dalla tua esperienza cosa vorresti dire, tolto il messaggio di Un lavoro vero,  a chi non sente di trovare una propria realizzazione nel posto in cui vive?
Di riflettere e provare a capire il problema, per poter prendere una direzione diversa alla solita, che è sicuramente la cosa più difficile da fare.

 

Lo voglio rileggere – Intervista a Stefano Simeone

Stefano Simeone è un disegnatore e uno scrittore di fumetti, un graphic novelist se vogliamo usare un termine orrendo. Ha pubblicato due robe splendide, Semplice (un capolavoro, recuperatelo) e Ogni piccolo pezzo uscito qualche mese fa per la Bao. Il suo stile e le sue storie sono delle orge di personaggi primari e secondari, sospensioni e colori, un po’ come i film (belli) di Wes Anderson, con quella leggerezza lì, con quelle malinconie lì.

Ci siamo seduti a fare un’intervista

Per iniziare, come si passa da Semplice a Ogni piccolo pezzo. Di immaginario sempre si parla, forse come tema comune, poi? Disillusione? Rimpianti?
Ok, prima di risponderti devo confessare: Ogni piccolo pezzo ancora non l’ho letto, perché sono un cialtrone paranoico.
Tuttavia, visto che l’ho fatto io, un’idea dovrei avercela, tranquillo :)
Forse, la cosa che hanno in comune è una riflessione sul tempo che passa e sui luoghi che ci dividono. Sugli stessi luoghi che significano in modo diverso per persone diverse o in tempi diversi. Non sono un tipo malinconico, o almeno non particolarmente. Credo che tutto ciò che ci circonda evolva insieme a noi. L’immaginario è solo la molla per costruirci una storia intorno, Poi, quando diventa reale, ti obbliga a seguire un percorso, o a inventare una cosa ancora più azzardata. Quindi, credo sia un immaginario che sicuramente parte dal mio modo di vedere le cose, ovvio, ma che poi se ne stacca con effetti imprevedibili, soprattutto per me. Il bello di questa cosa è che la storia, se non stai attento, va dove vuole andare e gli editori ti amano. Il brutto è che la storia, se non stai attento, va dove vuole andare e gli editori ti amano, però, in questo caso, mentre lo fanno hanno un strana luminescenza negli occhi.
La cosa bella, eccitante, del tuo stile sono le piccole trovate che fanno poi la storia di grande impatto non solo da un punto di vista narrativo ma anche (ovviamente) grafico, vedi gli acquarelli vedi la trovata geniale del fumetto con la bandiera americana per far capire il linguaggio. Da dove trai lo spunto per questo?
Sinceramente, sono trovate casuali. Credo che molto dipenda dall’improvvisazione e dall’ignoranza. Se non so come farti capire una cosa mi invento un modo semplice ed intuitivo, poco male se non è direttamente collegato al modo tradizionale di narrare. Ogni tanto funziona e diventa stile. Molti lo fanno nel disegno, nella sintesi che utilizzano, io provo a farlo sempre. A volte, la scorciatoia che trovi riesce a comunicare molto di più della strada lunga. Se poi conosci anche la strada lunga, magari trovi una scorciatoia migliore, ma nessuno è perfetto.
Scusatemi, oggi dev’essere la “giornata internazionale delle metafore azzarzate”. Mi capita una volta ogni tre mesi circa, e di solito, come termini di paragone utilizzo le verdure, ma vedrò di trattenermi.
Mi sto coprendo di ridicolo, potevo semplicemente risponderti che “le idee mi vengono sotto la doccia” e pace.
Non ti senti un po’ colpevole?
Tantissimo ma sto ancora a ridere. Le tue storie sono non collocabili geograficamente, sei di Roma, ci hai mai pensato di contestualizzarle geograficamente in angoli che conosci bene o vuoi sentirti libero di immaginare tutto, posti compresi?
In realtà sono romano d’adozione. Da dieci anni vivo a Roma, ma sono nato e cresciuto in un paese nella provincia di Frosinone. Anche se le mie storie non sono collocabili geograficamente, ad esempio, in Ogni piccolo pezzo ho utilizzato proprio le vie, le case e i luoghi del mio paese natale per rendere, soprattuto a me stesso, plausibili le distanze e le vicinanze tra i personaggi e tra i luoghi. Sapere esattamente quando tempo può metterci Diego a raggiungere la piazza principale (anche se è una scena che non vediamo), ha dato (almeno lo spero) un ritmo reale al racconto di personaggi fantastici. Rendendoli forse più reali.
Il fumetto oggi in Italia, è un qualcosa da cui sperare nasca una wave vera e propria (ad oggi siete un bel po’, te, Gipi, Toffolo, Zerocalcare, Igort, Sualzo) o sono piccoli movimenti isolati che difficilmente tenderanno a costruire una rete comune?
E’ una bellissima domanda, e io sto cominciando a vedere questa “rete comune” di cui parli. La risposta credo sia nel mezzo, ovvero piccoli movimenti isolati che, col tempo, costruiranno un’identità non per forza unitaria ma comunque presente. D’altro canto, si tratta di un tipo di lavoro talmente personale che difficilmente confluirà in una tendenza specifica. Forse l’identità è proprio il “movimento” che tutto questo crea. C’è fermento, e tanto. Non può essere una cosa negativa, no?
Assolutamente no. In che punto preciso hai capito che volevi disegnare, e quello in cui hai capito che lo avresti fatto di mestiere.
Quando ho capito che il fumetto era l’unico mezzo espressivo che mi avrebbe permesso di fare esattamente quello che volevo e senza mediazioni, ho cercato di procurarmi gli strumenti che mi occorrevano per esprimermi, in questo caso il disegno. Lo faccio da relativamente poco, circa sei anni, e ho ancora molto da imparare. Non ho mai avuto la vocazione per il disegno, non da piccolo, tantomeno da adolescente. Cerco di recuperare, studiando quando posso e comunque cercando di fare cose diverse, la carenza di una formazione artistica.
I fumetti, invece, li leggo da sempre e ho voluto fortemente farli: il resto è stato tempismo e fortuna, credo.
Parere strettamente personale a quale autore (italiano o non) ti trovi più vicino? Perché?
Lavoro in uno studio. Sono circondato da disegnatori bravissimi. anche dal loro disegnare assorbo parole per i miei libri. E’ quello che ho scoperto del fumetto in generale. Può sembrare un discorso spocchioso, ma prima non mi interessavano molto il disegno e, di conseguenza, i disegnatori. Era dovuto fondamentalmente a una mia ignoranza specifica. Il disegno, per me, era solo uno strumento veloce per raccontare, funzionale alla storia e basta. Il resto erano fronzoli.
Studiando e guardando tanto, ma soprattutto standoci in mezzo, dopo un po’ ho cominciato a capire, a vedere che un segno a china fatto in un modo invece che in un altro può trasmettere moltissimo.
Così disegni in modo diverso, provi ad esprimere quel concetto con un colore, o con una linea, e i racconti si completano ed evolvono. Tutto si fa interdipendente e va a significare qualcosa di più della somma delle parti.
Con Sualzo e Madrigal ci siamo frequentati “per forza”, all’inizio. Trovandoci nella stessa collana, ci siamo trovati seduti accanto un bel giorno di Novembre (o Ottobre, insomma Lucca). Da allora siamo costantemente in contatto. Ci sentiamo quasi tutti i giorni e sta nascendo una bella amicizia. Non parliamo solo dei libri o del lavoro, ma quando lo facciamo, io cerco di assimilare tutto quello che dicono. Non mi capita molto spesso di frequentare autori di graphic novel: con loro due, parliamo delle stesse cose, ma in modo diverso.
La graphic novel che regali più spesso e/o quella che consiglieresti a chiunque (anche più di una)
Mister O
Mister I
Blankets
Zot!
I Maestri dell’orzo
Poi i miei libri, così mi tornano i soldi di royalties. Sono una brutta persona.
Un momento che ricordi o che ti viene in mente che ti fa dire sto facendo la cosa giusta (fumetti), nel momento giusto e nel posto giusto?
Un momento molto bello, ma anche “difficile” è quando faccio leggere alla mia ragazza una mia cosa per la prima volta. Di solito la spio di nascosto e cerco di osservare ogni minima reazione del suo volto. Se sorride e poi torna seria, si distrae o è immersa nella lettura. Non appena ha finito, alza gli occhi. Dal suo sguardo riesco immediatamente a capire se ho fatto bene o male.
Se è stata una lettura piacevole, quello è un bel momento.
Nel passaggio da Tunuè a Bao che differenze hai notato, solo sulla distribuzione o anche a livello di supporto creativo?
Difficile fare un paragone, sono fasi della mia vita lavorativa totalmente diverse. Semplice, uscito per Tunué, era il primo libro, la prima volta che mi mettevo alla prova. Mi rendo conto che supportarmi creativamente, con il mio metodo di lavoro strampalato, continue modifiche o indecisioni, non dev’essere facile per un editor, quindi, per Semplice, la lavorazione è stata molto autonoma.
I consigli di Max ( Clemente) sono stati utili e di certo hanno cambiato in qualche modo la “direzione” del libro, ed erano per la maggior parte sensazioni, non richiesta di modifiche specifiche.
Per Ogni piccolo pezzo, Leonardo (Favia) e poi Michele (Foschini) mi hanno seguito in modo più specifico. Però, anche in questo caso, era divero in partenza: il progetto di Ogni piccolo pezzo, per come l’avevo presentato, era molto più dettagliato nella stesura e si capiva molto sul prodotto finito. Un paio di “colpetti” sulla direzione generale del libro sono serviti, perché sono, è bene ricordarlo, un cialtrone.
Quindi, il problema sono io :)
Sarà un po’ di esperienza in più, o forse il fatto che sto crescendo, ma per il prossimo libro stiamo lavorando in un modo nuovo, più analitico, ma non freddo. Sto scrivendo molto, prima di cominciarlo, e ho la sensazione che lavorare con le idee più chiare sia davvero un bene, anche per l’improvvisazione.
E’ strano, ma il fatto di essere molto seguito, se un paio di anni fa mi avrebbe infastidito, mi piace. Mi rende parte di un team di persone che lavorano nel mio interesse, che mi stimolano e mi chiedono delle cose per il bene del mio libro. Ci facciamo delle domande per farlo al meglio.
Ogni piccolo pezzo dove trova la sua realizzazione, in che stato d’animo, per te che l’hai messa giù e cosa ti aspetteresti ti dicesse un lettore
Sono partito dai personaggi, Da un paio di immagini e dalle interazioni. Ho fatto giocare tutto questo con dei luoghi e con un tempo molto lungo. Più o meno è questa la genesi. Come stato d’animo, in tutto il tempo che mi ci è voluto, ovviamente è cambiato anche il modo di vedere il racconto, ma questo è, a mio avviso, una parte della bellezza di questo lavoro.
Da un lettore mi aspetto la frase “lo voglio rileggere”, perché un po’ è fatto apposta. Ogni tanto , fortunatamente, succede.
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