Cibo e Cinema

Sono due cose che amo particolarmente, forse tra gli assoluti della vita, anzi senza dubbio.
Avendo tempo a disposizione (pare vero) ho aperto un tumblr raccoglitore di immagini del cibo nel cinema. Giuro che lo sto amando come poche altre cose prima.
Si chiama Movies and Food, qui il link (e nel caso voleste è aperto anche ai submit)

Cibo da marciapiede

Festival internazionale del Cibo di Strada

Quanto avrebbe sborsato  Richard Gere se invece della Roberts con la parrucca avesse trovato un panino ca’ meusa sul suo cammino?

Come sarebbe cambiata la vita di Dustin Hoffman se invece di andar dietro al cowboy  si fosse fermato ad addentare un burrito ?

Se questo weekend siete dalle parti di Cesena troverete le giuste risposte a queste inutili domande.

Bè, ben più di una risposta, se lo stomaco e la cintura vi reggono ancora, e ancora , e ancora.

Un giro del mondo in cento sapori (che belle parole).

Avrete le allucinazioni visive e olfattive dall’orgasmo gustativo, ma Laura Morante che legge Elsa Morante potreste ascoltarla davvero.

(oh, io ci vado, anche solo per vedere da vicino un’Ape Piaggio che cucina la pasta)

Voce del verbo “moccicare”

Credo l’abbiate intuito, vi parlerò di cibo.

Non come una food-blogger che si rispetti, niente recensioni di ristoranti, niente ricettine per stupire, niente fotine carine con i piatti che sembrano disegnati e che non riuscirete mai a poi mai a riproporre ai vostri commensali.

Paradossalmente potrò anche farvi perdere l’appetito, perché non è tutto olio quello che luccica.

Mi hanno assoldato  consapevoli – spero – della mia innata vena polemica e dell’assortimento dei miei ascolti musicali.

Sarò la vostra scatola di cioccolatini per quando avrete voglia di sedervi a tavola e farvi delle domande.

Vi stupirò oltremodo.
E mica sempre positivamente.

Non l’ho ancora specificato, ma va fatto: divoro anche molta televisione.
E mi piace parlare dei fatti miei.
Ora sapete a cosa andate incontro se cliccate su manuconta

Nell’attesa di una ricetta espressamente richiesta dal CAPO, vi lascio con un consiglio per l’acquisto, che è anche una madeleine personale: cercate nella vostra pasticceria di fiducia, quella sottocasa, quella con la vetrina che vi fa sbavare di più, insomma, in un reale negozio artigianale dove magari conoscete chi sta dietro il bancone,  dei biscotti al burro; il must sarebbe trovarli con glassatura al cioccolato, come quelli nella foto qui sopra. Se non vi piace il cioccolato (COOOOOOSAAAA???) vanno bene anche quelli con la ciliegina o il cedro candito, ma mi raccomando, che non siano pasticcini alla mandorla, che poi non vale.

Fatto?

Ecco, adesso che li avete tra le mani nel vostro bel pacchetto con il fiocchetto dorato, andate a casa, preparatevi un bel tè, perché è già autunno e bisogna rassegnarsi al tempo che passa, e mentre aspettate i fatidici cinque minuti prima di togliere la bustina dalla tazza, cominciate a scartare i biscotti.

Non ci troverete un gran profumo nell’apertura, sono biscotti secchi che però secchi non sono, ve ne accorgerete al primo morso.

Se la pasticcera, o il fornaio, hanno fatto bene il loro lavoro, si scioglieranno in bocca in un tripudio di grassi saturi animali che però fanno tanto bene al cuore (speriamo non ci siano medici all’ascolto). Se la pasticcera, o il fornaio, sono stati onesti e hanno usato i giusti ingredienti, il cioccolato sarà vero cacao con burro di cacao, e il burro vero grasso di latte di mucca.

Vietato inzupparli nel tè, mi raccomando, quella era solo una scusa per mangiarli a ripetizione.

Ora che vi siete prestati a questo esperimento, non pensate di aver concluso qui il vostro percorso gustativo: il prossimo passo è cercare in dispensa e aprire quel pacchetto di biscotti al burro industriali che sicuramente mangiate a colazione, quelli con la forma da marketing e i nomi più improbabili, dai che ce li avete tutti.

Adesso prendetene uno come capro espiatorio, guardatelo, pesatelo, soppesatelo confrontandolo con il reale biscotto al burro, fateli guardare negli occhi a vicenda, fate vergognare prima il biscotto fake e poi vergognatevi voi di non aver mai ceduto alle lusinghe dell’altro.

Ora siete in pace con la coscienza, avete l’assoluzione per un’altro paio di biscottini fragranti e burrosi, finite il tè e andate in pace.

Ah, i biscotti nella busta mica dovete buttarli via, quando si sciolgono nel latte fanno la loro porca figura, li hanno studiati per questo!

manuconta: un nome e un cognome moccicati. scrive come parla e come mangia: moccicando. non sa bene cosa ci faccia qua con tutta questa bella gente acculturata, ma le piacerebbe poter dire “come il cacio sui maccheroni”

Una cosa di cinquant’anni fa

A Roma, in Trastevere, anni ’50 – ’60, c’erano i friggitori.
Cuochi sapienti lavoravano e creavano delizie per la nostra gola nelle friggitorie -lontanamente paragonabili alle attuali rosticcerie- che erano i fast food o i take away di oggi.
Noi eravamo afflitti dalla fame pomeridiana, eredità genetica della fame atavica dei nostri genitori e dei nostri nonni cresciuti durante le due guerre mondiali e i relativi dopoguerra, e ci avvicinavamo alla friggitoria attratti dall’intenso odore di fritto che inglobava nei suoi sottofondi profumi inenarrabili, dolci e salati.
Ci mettevamo in fila davanti al banco di vendita e sceglievamo la nostra merenda.
Sceglievamo fra supplì, crocchette di patate, calzoni salati con la ricotta o con prosciutto e mozzarella, bombe dolci con la marmellata o con la ricotta, ciambelle, mozzarella in carrozza, polpette e poi, a Carnevale, castagnole, frappe, ravioli con la ricotta e poi, ancora, a San Giuseppe i bignè con la crema. Tutto rigorosamente fritto, tutto caldo, tutto fragrante e inebriante.
Uscivamo dalla friggitoria con la nostra merenda calda in mano e camminando per i vicoli ci saziavamo, terminando questo specie di rito pomeridiano con una lunga bevuta d’acqua a una delle fontanelle (noti adesso come “nasoni”) e asciugandoci con il dorso della mano l’acqua colata sulla guancia.
Le specialità di base delle nostre merende hanno lasciato il segno nella nostra memoria, un segno che ci fa apparire oggi sostenuti, un po’ saccenti e schizzinosi, quando proviamo a mangiare queste specialità prodotte oggi e quando non possiamo fare a meno di confrontarle, scuotendo la testa delusi.

La mozzarella in carrozza … Non ricorda forse una carrozza reale dorata l’involucro dorato e croccante che racchiude la mozzarella filante?
E’ una specialità napoletana, a Roma è ormai introvabile e vale proprio la pena di prepararla in casa.

La ricetta della mozzarella in carrozza

8 fette di pane: si usava la cirioletta, oggi andrebbe bene la baguette, si potrebbe usare anche un pane casareccio (senza bolle d’aria) , molti usano il pan carrè (continuiamo a farci del male).
Farina
Latte
Una mozzarella o fiordilatte
2 uova
Sale, pepe (se si vuole)
8 filetti di alici sottolio, per chi la vuole alla romana.

Togliere l’eventuale crosta dalle fette del pane (soprattutto se si usa il pane casareccio)
Lasciare sgocciolare bene la mozzarella e strizzarla un po’
Inserire fra due fette di pane una fetta non troppo sottile di mozzarella, facendo attenzione a che stia bene all’interno delle fette senza fuoruscire e volendo un’alice sottolio sgocciolata,  e pressarle bene.
Bagnare leggermente nel latte, avendo cura di inumidire bene i bordi.
Tenendoli  pressati fra loro i bordi, ripassare i bordi stessi nella farina  (questa operazione sigilla fra loro le fette impedendo la fuoruscita della mozzarella durante la cottura).
Sbattere le uova, con un pizzico di sale (e volendo un pizzico di pepe).
Immergere bene le fette composte nell’uovo e friggerle in abbondante olio bollente, rigirandole a metà cottura, fino a doratura.

Ah, buon appetito (se la fate, poi diteci come è venuta)