Il disco della mattina

Ci sono dei dischi che fanno economia domestica, in un certo senso, come ben saprete (perché qui non si scopre l’acqua calda al massimo si dice che é calda e se ci si brucia la mano o no). Insomma parlo di quei dischi dedicati al particolare momento della giornata.
Un momento in particolare: la mattina.
Ecco il disco della mattina é indubbiamente quello che segna non dico l’umore e l’approccio fino a metà giornata ma siamo lì.
Parliamo di un tragitto a piedi casa metro e dalla fermata a lavoro, una mezzora che si può dilatare al variare di quante metro piene e invivibili lascio passare prima di prenderla. Ovvio che lo stato umano in cui mi trovo la mattina assuma spesso le sembianze di una comparsa di The Walking Dead (di quelle che finiscono con l’accetta in testa e sono pagati due piotte a posa) non posso chiedere a me stesso la solita roba ultraviolenta e neanche il pop. Io ho bisogno che non mi si rompa i coglioni. La mattina.
E il mio lettore mp3 lo fa.
Capirete quindi l’importanza capitale di questa scelta e quella che almeno tre settimane parte in quasi automatico. Il disco degli How to destroy angels.
Chi sarebbero costoro potreste chiedere: Trent Reznor (Nine Inch Nails e spero non vi serva l’inciso e mi vergogno quasi a farlo) e consorte Mariqueen Mandig che sarebbe la donna moglie insomma quello che é.
Il disco accolto unanimamente come una “quasi cacata senza spirito” a me piace e molto. Dovessi spiegarla breve direi di immaginare la colonna sonora di The Social Network negli episodi più sintetici e segnati dalle schegge ambient industrial con sopra la voce (molto in linea con roba da asceti di quel filone lì come The Knife etc etc). Inquietante me ne rendo conto e forse difficile da digerire e forse anche troppo immediato e troppo telefonato ma le canzoni ci sono, e tutto alla fine dipende dal fatto che a sto cristiano gli si continua a chiedere un altro The Fragile e un altro e un altro ancora.
Premetto che anche io fino a qualche anno fa ero di quel pensiero (basta leggere indietro nel blog) ma alla fine mi sono reso conto che l’errore più grande sia (come per tutti i grandi artisti che travalicano con la loro attività i decenni) non riconoscere il valore del Reznor post Fragile, nel momento in cui ha provato con i NIN a portare il pop nell’industrial da un lato, dall’altro a dimensionarsi come uno dei più grandi scrittori di ambient (Ghosts e le colonne sonore di The social network e The girl with the dragon tattoo).
Poi se subentra un discorso di gusti alzo le mani ma sarebbe disonesto non riconoscere la nuova strada e piantarla giù con paragoni col pre.
Insomma foss’altro che alla fine é un disco che mi sveglia bene ed é bello Welcome Oblivion é un disco che parte come “niente di che” per poi non separarsene più dall’ascolto successivo.
Se poi non avete problemi di economia domestica musicale allora é tutto un altro paio di maniche.

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Ma la domenica è una She?

La domenica è un giorno strano, quello che aspetti un po’ tutta la settimana e che quando ci sei vorresti tipo avere un interruttore e spegnerti mezza giornata, perché boh, la Roma ne ha presi 4 dalla Juventus, ieri il Romics è stato bellissimo e annessi e connessi vari. Insomma quel limbo lì che un po’ fa bene e un po’ no, ma che c’è.
Poi capita che giri un attimo qualche m-blog per mettere roba autunnale (se lo chiamiamo autunno, questo) sul lettore mp3 e ti fermi su una canzone, un singolo, solo quello, strano, carino, dolce e un po’ assurdo.
Una canzone che mischia Bat for Lashes e un po’ di melanconia Antonyana (nel senso di and the Johnsons), un po’ soul un po’ da camera, un po’ da cuffie un po’ da stereo alto. Un po’ da limbo, un po’ da inferno e un po’ da paradiso.
Che tanto non esistono

Lei si chiama Laura Mvula ed è probabilmente la cosa più dolce sentita nel 2012, conosco un paio di persone che ci impazziranno e magari glielo dirò, o magari farò loro una sorpresa e aspetterò che arrivino sul blog. So solo che c’è solo questa, una canzone, She.
Un po’ come la domenica, un po’ di qui un po’ di là. Un po’ di dolcezza, di stretta allo stomaco e un po’ di occhi lucidi.

Tema: “La mia collezione di dischi”. Svolgimento:

Dopo aver letto il pezzo di Kekko su Bastonate, ho subito gridato ANCHE IO! Ed ecco quindi la storia d’amore tra me e i dischini.

Ciao a tutti, mi chiamo Lenny e ho un problema. Sono un collezionista e sono ossessivo compulsivo in maniera, a volte, preoccupante. Ho cominciato da bambino aspettando che tutti i mercoledì mia madre mi portasse la dose settimanale di Topolino, per poi passare, alle medie, a Dylan Dog, a Videogirl Ai e all’ondata manga della seconda ora fino alle calzamaglie di Marvel e Image, al fumetto d’autore e un sacco d’altra roba che ancora mi porto dietro. Questa cosa dell’accumulare credo di averla nel dna, mia madre è una donna vecchio stampo, di quelle che non buttano mai via niente e mia nonna era come lei. Negli Stati Uniti ci chiamerebbero Hoarders. Con i dischi ho cominciato facendomi regalare Big Ones degli Aerosmith in cd, per inaugurare lo stereo nuovo. Credo di averlo ancora da qualche parte, il disco non lo stereo, quello non ha resistito ai traslochi e alla vita da fuorisede. Invece i primi album che ricordo d’aver comprato di tasca mia, ad una svendita in un negozio che noleggiava dischi, quando ancora non era illegale farlo, sono stati Troublegum dei Therapy?, The Bends dei Radiohead e Disintegration dei Cure. Nemmeno io so perchè li presi, probabilmente erano cose che ascoltavano i miei cugini e io non volevo essere da meno. Fatto sta che tutto è cominciato lì (e ancora li ascolto). Poi è arrivato Dookie e la risacca dell’ondata punk di metà ’90. Offspring, NOFX, Pennywise, Vandals e tutta quella roba, i capelli decolorati, le creste, le sbronze, le braghe larghe, i primi veri concerti. I pellegrinaggi alla bancarella del Cattaruzza alla fiera di Senigallia e da Zabrieskie Point, il sabato, dai quali non si tornava mai a casa senza almeno un disco nuovo da ascoltare, passare su cassettina e far girare come una canna tra gli amici fino a consumarlo. La scoperta che i vinili non erano solo quelli di Battisti e degli Eagles dei miei genitori, la scoperta dei Gorilla Biscuits, dei Sottopressione e dei Growing Concern, delle distro, gli ordini online a Rudy degli Indigesti e a For the Kids del Paso che vendeva i cd a 16.000 lire. A casa mia c’era più traffico, tra pacchi di dischi e fumetti, delle poste centrali. Come se non bastasse è arrivato il peer to peer e, dagli mp3 ultracompressi a 128kbps che potevi scaricarti come sampler dai siti delle etichette, si è passati a scaricare gli album. Soulseek è stata la svolta e ho cominciato ad accumulare cartelle di file e cd e dvd masterizzati, zeppi di file pure loro. Una mattina è persino arrivata la polizia postale a sequestrarmi tutto, ma a parte qualche mese di stallo, appena son riuscito a rimetter le grinfie su un pc, sono ripartito come niente fosse. Ancora penso a qual dvd zeppo di album Black Metal e a quanto sarebbe stato bello vedere la faccia del brigadiere addetto al controllo del materiale. Immagine che probabilmente è successa solo nella mia testa.  Sono uno di quelli che una manciata di anni fa s’è riscoperto fanatico del vinile e ha smesso di comprare cd. Invece del Billy ho un Expedit, che sembra fatto apposta, coi suoi cubi, e li ho messi lì. Un vinile colorato gatefold con la copertina serigrafata in 100 copie mi provoca un’erezione istantanea. Le edizioni limitate, anche di dischi che ascoltiamo solo io, i componenti della band e probabilmente i loro parenti, mi fan correre a cambiare le mutande. E lo so che è da poverini. Faccio la spesa all’altromercato e tutte quelle robe lì, cerco, per quanto possibile, di evitare di comprarmi cazzate inutili ma fammi vedere un doppio vinile black/marble splatter da 180g e non capisco più niente. Niente. Zero. Dimmi che è in 100 copie e ti do in cambio mia sorella. In uno dei miei film preferiti (se volete apro una parentesi anche sui film, che non compro se la locandina stampata su dvd o bd non mi soddisfa esteticamente) c’è una battuta che fa più o meno così “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Io di questa frase sono l’emblema. Ho comprato un disco anche prima di mettermi a scrivere questo pezzo, Old Pride dei Pianos become the Teeth, rosso trasparente in 200 copie. Sono anche uno di quei disperati, e questo lo so bene che è roba da pazzi, che i vinili non li ascolta per paura di rovinarli, tanto ormai c’è il download code a 320 kbps. L’importante è supportare le band. Mi ripeto che li ascolterò quando riuscirò a comprarmi un impianto con i controcazzi che non me li graffi e per il momento mi accontento di metter su una playlist, tirar fuori il vinile, ben attento a non lasciare ditate, e leggermi testi e credits rimirando l’artwork in formato 30×30, cosa che, peraltro, accade sempre meno spesso. Il tempo a disposizione è quello che è. Non so quanti dischi ho, mio padre dice troppi, io non ho mai avuto voglia di contarli, la mia malattia arriva fino ad un certo punto. E’ che credo di essere davvero ossessionato dalla musica. Secondo la mia morosa ho paura del silenzio e magari ha ragione, perchè lo stereo è sempre acceso. Per fortuna non sono uno di quei rompiballe che sta sempre a dire quanto fossero più fighi i gruppi di una volta e quanto facciano cacare quelli di adesso, anche se probabilmente è vero. Io se sento nominare un gruppo devo correre a sentire che roba fa e leggere di dov’è originario e quanti album ha fatto uscire. Se no muoio. Una volta pure io ero più fico, ora faccio un lavoro merdoso, senza prospettive, e tra i pochi piaceri che ho ci sono lo scoprire un gruppo nuovo, un bell’album, spulciare i dischi in una distro o in un negozio, anche online, magari un album usa e getta che tra sei mesi nemmeno ricorderò, perchè ormai a furia di scaricare l’ascolto è più superficiale. Ma sticazzi se è bello.

Tela volante dell’Uomo Ragno contro calcio volante di King

Metti chessò, quello che nel 2011 ha fatto il disco di elettronica che hanno sentito un po’ tutti e con critiche abbastanza unanimi, metti chessò quello che canta con la voce in falsetto fa bei dischi, anche lui uno nel 2011 con critiche abbastanza unanimi anche se non proprio in negativo.

Parliamo di James Blake e Bon Iver, nell’ordine, si sono messi insieme per una traccia, così come quando fate i giochini Tekken contro Marvel o Uomo Tigre contro Mike Tyson, il risultato finale è un brano Fall creek boys choir che non è sicuramente tra le cose migliori del primo nè del secondo, insieme però ne esce fuori un pastiche che regge fino a un certo punto, diciamo fino al punto in cui inizia a diventare una pseudo ballata alla Peter Gabriel e ci aspettiamo Yossou N’Dour che entra dietro a strillare come un matto.

Però la parte con le voci al contrario è bella dai. Se l’ascolti bene dice “l’Hipsterismo fa cagare a spruzzo”.

But I’m just 22 I don’t mind dying

Oh love in the time of scandal
Love in the form of tragedy
Love so much, so real, so f*cked
It’s 51-50

L’impatto con EMA non parte da lontano, ma da vicino, nello spazio e nel tempo.
Come ai vecchi tempi una bella recensione sul mucchio, poi California sentita in radio una settimana fa, anzi di meno. L’ho detto all’istante che una roba come quella a me avrebbe fatto uscire di testa. Così è stato. Ed è bastato un ascolto per innamorarmi di Past life martyred saints.
Non conoscevo i Gowns (io sono uno di quelli che non conosce un menga ma lo dice) ma ora sì, il disco parte da un presupposto, che l’elettronica non è fatta solo per il clubbing ma anche per quello che si può chiamare cantautorato.
Infatti chi ha mai detto che il cantautorato fosse una cosa limitata alla voce alla chitarra e al minimalismo.
Il minimalismo se hai qualcosa da dire può anche essere trovato e usato nei beat, nei drone e nell’ambient (mi si passi il termine, io conosco questo magari ce ne è uno più adatto ma non lo conosco). Ci scommetto che le canzoni di EMA sono pensate voce e chitarra ed è per questo che il concetto di così lontano così vicino mi ha fatto tirare una linea retta verso il nome di Polly Jean Harvey. Non che ci sia qualche vicinanza di timbro o produzione ma l’approccio è un puro approccio di cantastorie, ma di quelle tirate fuori col dito in gola e davanti al lavandino.
Vomitate nella quiete.
Il titolo del disco in sè è più di una dichiarazione di intenti, è il titolo di un libro, le canzoni capitoli di decapitazione emotiva.
I testi splendidi ne sono una riprova, il disco, come dicevo sopra, una splendida cornice da attaccarsi in camera.
Fermi tutti perchè forse abbiamo il disco più importante dell’anno 2011