Transatlanticism più due

A rigor di una qualche logica parlare di un disco nel giorno del suo compleanno (o due giorni dopo, come in questo caso) implica o implicherebbe il dover rivangare per forza il primo momento in cui si ha avuto modo di ascoltarlo, l’ultima e le varie differenze, vecchiaia. eccetera. Io non ricordo la mia prima volta con Transatlanticism, però sono sicurissimo di averlo scaricato da Soulseek uno o due anni dopo, in tempi in cui myspace era già il myspace che abbiamo usato tutti, quello che mi permetteva di sapere se ad un tal concerto della zona Bologna – Romagna ci fossero amici, gli stessi che spesso vedo ancora, ma purtroppo non posso fare un resoconto dell’esperienza, con aneddoti e sensazioni annesse. Purtroppo o per fortuna. Di questo me ne accorgo nel momento in cui sto scrivendo; è un difetto ed un ostacolo alla formula del post commemorativo che potrebbe gravare sui contenuti, ma magari pure no, essendo questi ovviamente la parte importante della cosa – ed un post commemorativo non è altro che un invito generale a riascoltare tal disco, quindi ben venga tale carenza. Almeno, così la vedo io.

Due giorni fa, comunque, sono stati dieci anni dall’uscita del ‘discone’ dei Death Cab, quello che li ha lanciati ancora più in alto nell’olimpo indie post Pavement e post rivoluzione anni ’90 in cui già galleggiavano in buona posizione, dieci anni da questo trampolino che ha allargato la nicchia di utenza riuscendo a portarli ad un pubblico maggiore e ad un futuro successo sempre a metà fra il mainstream puro da colonna sonora e l’indipendenza delle arti.

Sebbene non riesca a ricordare la prima volta ho buona memoria una serie di eventi distribuiti in questi 7-8 anni in cui quel disco ne è stato la colonna sonora, e posso, forse devo, ringraziare i cari Death Cab For Cutie per il regalo donatoci. È sicuramente un bel momento per dare gloria al Disco indie della ‘mia generazione’ – e mi fa un po’ ribrezzo usare ‘la mia generazione’ -, ma soprattutto è il rispolverare un regalo indirizzato a noi, per le ore passate sul sedile del passeggero, per tutte quelle con le cuffie nelle orecchie a guardare fuori dalla finestra.

Retro-me

10Come dice il mio amico Gianluca citando le partite a tresette quando ti entrano tre napoli o una scala fornita “sarò lungo e noioso”, vi ho avvertiti.

Fino a non più tardi di 4 anni fa, forse 5 per me il pop era qualcosa che mi era sbattuto in faccia dalla radio, dalle tv (quando esistevano ancora le televisioni musicali e non erano state ammazzate da youtube) e per cui provavo un’attrazione morbosa, io che in qualche modo giocavo a fare il duro, quello che l’accacì è un po’ la ragione di vita e per cui non si andava sotto gli Explosions in the sky, come accettabilità sociale. Io il mio ballo dei debuttanti l’ho fatto come tanti (molti, mai troppi) nei centri sociali, nei localetti da 40 persone che iniziano a far suonare i gruppi alle 2 se tutto va bene. Venivo anche da anni di discoteca rock diciamo così (da dj) e già lì mi sentivo “sporco” se si abbassava il tenore della legna per mettere chessò, gli Strokes (e per inciso me ne andai nel momento in cui in consolle mi fecero trovare un pacco di cd da mettere ASSOLUTAMENTE durante la serata con gli A-ventura, Fighter di Christina Aguilera e altra roba del genere). Questo anni fa, e non so neanche più se sono nè la stessa persona o se a un certo punto la mia vita si è scissa.
Prima in un certo senso ero abbastanza vittima di quello che mi cadeva addosso dalla tv, dai luoghi, dai conoscenti, non avevo trovato una strada che potesse considerarsi mia, solo mia, mia e basta.
Gli anni a seguire sono stati poi anni in cui non c’è stata più sta dimensione sociale che aveva mosso i fili fino a quel punto, ho iniziato a seguire m-blog, a scrivere, a farmi piano piano un’opinione mia da costruire intorno a quelli che comunque rimanevano i capisaldi dei miei ascolti; avevo la cornice, pittato il fondo del quadro, mancava da metterci sopra qualche figura, qualche albero, farlo diventare un quadro.
Mi rendo conto mentre scrivo che sta venendo su un post di quelli che uno sta dall’altra parte dello schermo e dice “sì ok, la vita del 90% degli esseri umani è così, o stringi o mi rivedo i gol di Inter Roma o qualche video noiosissimo di mezzora di qualcuno che parla di Pacific Rim”.
Il punto è questo a un certo punto il pop l’ho scelto, se passava Beyoncè spegnevo la radio, tornavo a casa e me la sentivo dal pc, scegliendo magari il pezzo. Ecco lei è una grande, ho capito, pur amando solo qualcosa delle Destiny’s child tipo Bootylicious (e grazie al cazzo), ora per dire, considero la sorella Solange una grandissima. Ma questo non c’entra.
Avete presente quando uno fa il duro e puro ma poi fa le cosiddette cazzarate? Ecco noi, nel gruppetto nostro ogni tanto tiravamo fuori il pezzo pop che era bellisssssimo fichissssimo etc. Tipo a me e Carlo piacevano i Take That, per dire, ad Alessandro Ronan Keating, Gianni si era buttato su Eminem ma quella era un’altra storia. Lorenzo, che non c’è più, ci schifava un po’ tutti, ma Lorenzo era una persona seria e noi non lo siamo mai stati.
Ecco.

Quello che ad un certo punto avevo deciso era che Madonna mi era sempre piaciuta, Beyoncè abbiamo già detto, Robbie Williams l’ho iniziato ad amare già dalla cover di George Michael, piano piano insomma lo spettro si allargava sempre di più fino a Cry me a river, a quel cantato lirico che faceva ridere il sallucchione ricciolino, che faceva il torturato, che aveva il malamore per Britney Spears e aveva sti suonetti croccanti e sto tastierone che faceva popopopopo popopo popopopo popopopo poooooo faceva un po’ ridere, un po’ aveva qualcosa. Quasi contemporaneamente usciva Rosso Relativo di Tiziano Ferro (spudoratamente copiata da R Kelly, come mi scrisse Carlo, che al tempo era a Milano) e che me automaticamente andò sui coglioni. Ci si scherzava solo perché la mia ragazza del tempo si chiamava Paola e faceva molto ridere chiamarla alla Ferro per casa (sta cosa l’ho già scritta tempo fa sicuramente).
Insomma buttai tutto, Timberlake e Ferro. Gli anni passano e me ne rendo conto.
Arrivò Future Sex Love Sound che probabilmente col senno di poi è uno dei più grandi dischi pop degli ultimi vent’anni, Love Stoned e quell’incedere un po’ zoppo e quel riff in mezzo che era tutto new wave in cui la canzone diventa da pop ballabile quasi un pezzo alla boh, post pop wave fico, struggente. Poi arriva What Comes Around, il video con la Johansson (quello sì un gran video), insomma Future Sex Love Sound diventa uno di quei dischi che consumo, che una volta lascio in macchina e che mi inculano aprendomi il bagagliaio. Ancora non l’ho ricomprato, finito il post lo faccio.
Arrivano poi i film, belli, Alpha Dog e The Social Network ma sono un’altra storia, voglio venirvi incontro e non turbarvi col fatto che questo sa fare tutto, e una spanna sopra a tutti. Fino the 20/20 Experience, che diciamolo subito, è un passo oltre FSLV, come se Bolt dicesse “finora ho passeggiato”. Checchè se ne dica in giro parliamo di un capolavoro assoluto, senza mezzi termini e un disco che puoi dire “io c’ero”, io mi ricordo il video, come da ragazzino quando Canale 5 mandò in anteprima il video di Bad di Michael Jackson (e il riferimento non è puramente casuale).
Il disco è una madeleine istantanea e mi ha fatto attaccare addosso qualsiasi cosa di questi mesi e degli anni passati, ed è stato un vero e proprio vaso di Pandora, sto disco fatto di arrangiamenti strafichi, suonetti che te ne rendi conto che esistono se ti dice bene alla quindicesima volta che lo ascolti, la Motown e Marvin Gaye e ovviamente Michael Jackson e quell’aspetto retro disossato e reinstallato. Come Tony Stark quando prende il modello 3D del primo Mack e in pratica butta tutto e lo rifa a modo suo, un po’ come a loro tempo fecero i Pearl Jam con Ten, che presero le cose della Seattle antica ci mischiarono anche qualche sfumaturina glam, qualche pacchianata, qualche grande melodia e qualche inno.
The 20/20 Experience è un doppio (ora) album che fa paura per quanto è monolitico e a suo modo composto e difficile da buttare giù a spallate. Puoi dire “sì ma i testi” (perché quelli di Michael Jackson che erano scritti da Philip Roth?), puoi dire “sì ma” tante cose eppure quel disco rimarrà lì, a guardarti dritto in faccia e dirti “checcazzovuoi”. La fortuna è esserci, in questi mesi, ed essere presenti e testimoni di tutto questo (e insieme a Madonna e Michael Jackson non credo sia poco, assolutamente) e non dimenticare mai quello che era prima.
Come era, come è ora e come non è più.

(dedicato a Lorenzo, so che gli sarebbe stato sul cazzo ma uno metabolizza le cose col tempo e se esci fuori in un post così Lorè davvero vuol dì che non c’abbiamo capito un cazzo. O forse sì)

 

Essentials: Sprinzi – Ooh Ooh e Something More Than The Last Time

Per dirla un po’ alla Nick Hornby, secondo me ci sono quei dischi che fanno da sottofondo all’innescare di qualcosa di talmente intenso di cui poi ti dimentichi, perchè ne escono di nuovi per cui impazzisci e non ti accorgi del ‘vecchio amico che ti ha consigliato’ fino a che non lo ritrovi per strada, quasi per caso. È un paragone messo un po’ qui senza un senso compiuto però è un’ipotesi di una casistica discretamente possibile, a parere personale.

Così com’è possibile incappare per l’ennesima volta in Something More Than The Last Time e Ooh Ooh a metà agosto per poi dimenticarsene subito dopo, perchè succede che in uscita c’è un disco importante e un evento ancora più importante che cambierà le carte in tavola e farà succedere cose è lì segnato sul calendario da mesi. Una di queste cose è il fare conoscenza con due delle persone migliori di questo mondo, una di loro in particolare ‘agganciata’ in primis proprio grazie ad un commento positivo fatto su una nota message board italica riguardo gli Sprinzi. Ad un mio ‘io farei carte false per fare un gruppo tipo Sprinzi’ sono seguiti altri messaggi, ore in sale prove ma soprattutto delle gran gag di cui mi ricordo ancora, perchè alle volte talmente dementi da farmi venire il sorriso da solo così a caso. A quell’evento io e lui non ci siamo visti perchè i nostri cellulari sono (ancora) incompatibili e i miei sms il suo non li riceve (e dico mai e mai ricevuti), ma entrambi eravamo sotto il tendone a perdere la voce. Qualche giorno dopo ci siamo incontrati in via Indipendenza a Bologna, mi sa prima o dopo un altro ‘caffè e due chiacchiere’ con un’altra parte importante di quel periodo.

Sprinzi gruppo dell’amicizia. A loro collegherò sempre la nascita di quel grande momento durato purtroppo solo un annetto e poco più, fatto di alti e bassi, di canzoni (che detto così sembra strappato a una biografia dei Pooh o a un testo di Ligabue) e delle distanze geografiche che da un momento all’altro hanno spezzato il legame che circondava questa cosa e ci hanno fatto perdere di vista l’un l’altro se non per quelle sporadiche occasioni in cui ci si ribecca a raccontarcela.

Che poi, che gruppone della santissima non erano? Di più.

Essentials: Taking Back Sunday – Tell all Your Friends

L’esposizione tautologica della questione dice che parlare dei propri gruppi preferiti è improbabile per la quantità di cose che si vorrebbero dire e la certezza che per la maggiore sono solo aneddoti, non pensieri riguardo canzoni o dischi. Quando un disco è uscito più di dieci anni fa quel calderone di aneddoti rischia anche di essere pieno fino all’orlo, quasi pronto a eruttare tutto in faccia al primo che nomina il nome della band o ancora peggio espone un parere negativo. Questo è perchè io (noi) mi affezziono tanto e troppo alle band con cui sono cresciuto e a quelle che sono state anche lo spartiacque per il resto che è venuto con il tempo.
I Taking Back Sunday di Tell All Your Friends erano una pedina importante della mia scacchiera e di quella della Victory, ai tempi (dieci anni fa, ha spento le candeline settimana scorsa) in cui ogni partita era una vittoria in fatto di vendite e di qualità dei dischi. Era un tempo in cui anche altre etichette colleghe erano a quello che con il senno di poi è definibile come il loro apice.

Non ho ricordi limpidi legati a quel disco, solo tante immagini che mi passano davanti ma che non proseguono in qualcosa di concreto. Però in questo preciso momento in cui sto scrivendo, a sinistra della scrivania, ho un loro poster promozionale trovato in qualche giornale che mi fissa da dietro ai vestiti appesi all’attaccapanni. Questa stessa mattina ho annunciato al mio padrone di casa che a fine luglio leverò le tende e dovrò tornare a casa dei miei, là in quella camera con un altro poster dei taking back sunday appeso sulla porta, sempre trovato in un altro giornale molti anni prima di venire qui, in quei tempi in cui il mio pensiero fisso era andarmene da casa il prima possibile.
Tutti quegli scaglioni di concerti (visti quattro volte) e le solite cose passano onestamente in secondo piano, con tutto il rispetto per le persone e per i momenti a cui sono collegati.

How about I’m outside of your window? Ah, c’è anche caso che non mi troverai più qui dentro.

nsfw: la copertina senza veli

Essentials: Far – Water & Solutions

So che era tanto tempo fa. Un’epoca fa che il mio amico Gianni si presento con il primo disco dei Far. Era quel momento in cui c’erano quei dischi nu metal belli, fighi ma l’etichetta e il suono cominciava un po’ ad andare stretto a tutti e allora riprendevamo in mano i dischi dei Fugazi quell’hardcore lì, per dirne uno.
Il disco dei Far fu presentato con “questo lo chiamano emo”, solo dopo prendemmo coscienza del fatto che di quella scena lì avremmo imparato a seguire i nomi, i “quello suonava con” o “quello aveva creato i”.
Jonah Matranga per fare un salto avanti alla fine é diventato uno degli eroi della mia vita alla pari di Springsteen e Bob Mould.
Da lì ad un attimo dopo, perché i dischi ci arrivavano in ritardo di un anno, o due, uscì Water and solutions, che a livello di “orecchie” almeno a me ha cambiato tutti i gusti del mondo e con il disco dei Texas is the Reason mi ha costretto in quel genere fatto di melodie strillate e storte e allo stesso tempo lineari.
Water and solutions era il disco con cui alla De Sica i Far dissero “o sfonno o m’abbrucio”. Si bruciarono. Perché era in effetti il disco con le melodie migliori e più facili, che magari fosse uscito sei sette anni dopo sarebbe rimasto non come un possibile oggetto di culto ma come un must, una pietra miliare.
C’era Nestle, che era la pesantezza emo melodica, e c’era il punk rock puro che poi avrebbe fatto una discografia intera per i Jimmy eat world e i Get up kids (e una decina d’altri) di Mother Mary. Un disco che ha osato il passo più in là cercando di farsi ascoltare dai più.
Per quanto serva l’ho ascoltato io, e a me la vita l’ha cambiata. Forse per uno come Matranga ha più senso un effetto del genere che il villone a Bel Air.