#casomania – Quando quello di Caso è diventato un po’ il “nostro” disco

In realtà questo post non lo volevo scrivere, perché mi imbarazza scrivere di qualcuno che conosco. Allo stesso tempo, però, mi sentivo un po’ stupido, perché parlando tra me e me – a voce alta, come i matti davanti allo specchio – mi dicevo “possibile che stai qua a cercare in giro se qualcuno scrive una recensione bella di un disco che ti piace tanto e tu manco tiri fuori due righe?”. E il me stesso un po’ più stronzo, dall’altra parte del vetro, mica mi rispondeva. Ogni tanto le doppie personalità non servono a niente. Perciò ho preferito ammorbare tutti quelli che mi stavano attorno raccontando a voce e con twitter-facebook-myspacechenonho o le cartoline dal mare quanto “La linea che sta al centro” fosse un bel disco. Avendo io un appena accennato problemino con l’entusiasmo, temo di avere anche un po’ rotto le palle. Però qualcuno si è fidato e il disco l’ha ascoltato.

Alla fine ci ha pensato Giorgio a togliermi le castagne dal fuoco con l’idea di un pezzo a più mani. Questo infatti non è il mio post su QuantoMiPiaceLaLineaCheStaAlCentroIlNuovoDiscoDiCaso, detto tutto d’un fiato, ma è una collezione di piccoli pensieri, raccolti in massimo cento parole cento, su come “La linea che sta al centro” di Caso sia diventato un disco un po’ speciale per un po’ di quelli che scrivono qui sopra (e anche fuori da qui sopra). Tra cui casualmente ci sono anche io. Che però mi metto per ultimo, come quando allo spettacolo di fine anno alle medie mi nascondevo dietro quelli più alti. Poi sono diventato alto anche io e mi sa che è per quello che ho una punta di gobba. L’aneddoto su quando ho dovuto ballare vestito da arancia in palestra lo tengo per la prossima volta, ma lo cito giusto per far capire che non è che mi vergognassi a cazzo.

Ad ogni modo, quello qua sotto è un video che mi piace un sacco, oltre che essere una delle mie canzoni preferite di Caso. Poi ci sono i nostri temini. E in fondo, per chi alla fine decide che va bene matti ma questo supportone un motivo ce lo dovrà pure avere, c’è il famoso disco, dall’inizio alla fine.

Junkiepop loves Caso and I know why (cit.).

MAI UNA GIOIA/06/caso “senza luna” from Alessandro Martello on Vimeo.

GiorgioP

La cosa bella di questo posto è che ci vogliamo bene tutti. A gruppi di tre mi hanno detto “senti Caso”. Da Parete Nord, da quel “ci son montagne alle tue spalle che non posso vedere” mi sono ritrovato un po’ commosso un po’ stretto un po’ meno solo. Ho voluto bene agli amici di qui. E ho voluto bene a quel qualcuno che quel giorno ha deciso di prendere una chitarra e scrivere quella manciata di canzoni. Così piccole, così tanto piene così vicine. Come se t’avessero messo una lente addosso per guardarti i nei e dirti che sono belli.

Tob Waylan

Caso l’ho scoperto al bar, in una valle del basso Piemonte in cui c’è sempre la nebbia. Caso è un po’ così, come una cosa trovata al bar che chiunque ce l’abbia lasciata ha fatto finta non fosse davvero per te. Caso lo trovi e non lo dimentichi più, lo tieni per te, e quando serve lo apri e lo ascolti, lo usi, come un ombrello quando piove, appena uscito dal bar in cui l’hai trovato.

Davidebd

Le cinque del pomeriggio fermo sotto la pioggia davanti a un divieto di sosta in zona Bolognina. Aspetto amici. È domenica, le saracinesche sono abbassate e i parcheggi tutti pieni. Caso nelle casse canta di palindromi, io mi sento paradossalmente fra andata e ritorno perenne, soprattutto quando faccio cento km per non sentirmi un alieno dove posso stare fermo. Apro il finestrino per fumare e prendere un po’ freddo. La mia faccia riflessa nello specchietto non sembra voler essere il contrario di quella che mostro. Alzo il volume e lascio i pensieri sbattere contro la condensa sul parabrezza.

ale-bu

Il nome “Caso” l’ho incrociato la prima volta un paio d’anni fa, su questa locandina della mia amica Stella e nei consigli affidabili di Giacomo. Mi veniva a suonare in casa, al bar “di sempre”. Mi è piaciuto tanto, subito, anche se me lo aspettavo pettinato come Ringo Starr. E ancora più dei due dischi, che pure ho consumato, e dei pezzi che so a memoria, mi piace andare a vederlo dal vivo, ogni volta che posso. Perché “sian 300 i paganti o soltanto 3 amici” per lui fa lo stesso. Lo fa davvero. Ed è una cosa bella.

note sparse:

_ ho scritto come se tutto il mondo sapesse chi è Caso. Caso è un cantautore. Bravo. Secondo me più bravo di tanti molto più conosciuti a cui avete pensato dopo aver letto la parola “cantautore”

_ le cose di Caso si trovano qui. C’è anche “Tutti dicono guardiamo avanti”, che è il disco prima dell’ultimo ed è bellone

_ le date di Caso si trovano dentro alla sua pagina facebook. Siccome temo che il link non vada neanche a spingerlo, venerdì 24 gennaio suona all’Arci Dallò, che è un posto bellissimo a Castiglione delle Stiviere. Il 31 suona al Bloom, che è un posto bellissimo e basta. Nel caso, potete ringraziarmi e offrirmi una cedrata. Comunque di chilometri in macchina ne fa millemila. Quindi prima o poi passa vicino a casa di tutti

_ il vinile de “La linea che sta al centro” è bello anche da vedersi. Si trova qua.

_ se a qualcuno va, fateci sapere se fino ad adesso vi abbiamo raccontato fregnacce o se avevamo ragione. #casomania

La “ciavatta” del 2013

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Il mio discorso di amante di robe artistiche nasce da fattori tutt’altro che razionali, la maggior parte delle volte finisco per amare qualcosa semplicemente perché, alla romana, “mi parte la ciavatta” (dicesi quel momento in cui perdi ragione e obiettività e ti butteresti uno contro cinquanta spinto dall’euforia e dall’adrenalina).
Quello che mi ha portato ad amare dopo 25 secondi il disco di Grouper, The man who died in his boat. Per dare un paio di coordinate (vi pesassero le ditina a cercare su google), è Liz Harris, già una montagna di dischi alle spalle, collaborazioni con Xiu Xiu e amici speciali come Animal Collective (mazza che culo dirà qualcuno, ma così è, io non giudico le persone dalle conoscenze).
Grouper è il suo progetto/monicker, le coordinate sarebbero del drone/dream-pop in arte quel genere che puoi mettere su mentre viaggi o studi, che a volte ti fa addormentare, altre ti fa ragionare su che vita di merda uno ti abbia messo su davanti, altre ancora ti fa spegnere e mettere su la discografia completa dei Meshuggah.
Io di The man who died in his boat come ho già detto mi sono innamorato dopo venticinque secondi, per la sua intangibilità e per il suo essere così lontano così vicino, come la scena di Fino alla fine del mondo di Wenders quando si spegne il mondo e si vede il biplano in silenzio sopra il deserto, ecco, la colonna sonora di quella roba lì.
Una cosa che fa più male che bene nella maggior parte dei casi eppure è utile, serve è necessaria, quasi vitale.
Il disco è una presa di coscienza fatta di droni e sospensioni, melodie appena accennate e substrato.
Mucillagine pop ma con meno senso di rigetto sostanzialmente.
Un lavoro di quelli che senza timore di sorta (e lo faccio rarissimamente) viene voglia di chiamare capolavori, perché cose così non le senti quasi mai, e quando le senti te ne rendi conto dopo un po’ di quanto siano grosse, pur partendo dal termine opposto di grosso.
C’è un motivo grande per ricordare questo 2013 musicale.

Momenti così, che capitano i dischi bellissimi

Abbiamo fatto trenta facciamo trentuno direi. Mi riferisco al fatto che è per me la logica conseguenza dell’avere scritto un post sull’ultimo Virzì il parlare poi di quella che è parzialmente la sua colonna sonora.
Quindi parlare di Birds, esordio di Thony (co protagonista del film di cui sopra).
Non so (non credo) che l’urgenza di recuperare quel disco (praticamente impossibile illegalmente, compratelo poi mi dite chè ne stravale la pena) appena uscito dalla sala e avere visto il film derivi più dall’impatto di QUELLE CANZONI in quel contesto. Era più un’urgenza derivante dal fatto che dischi belli così e così emotivamente importanti effettivamente non ce ne sono tanti. A cuore mio Gatekeeper di Feist, For Emma di Bon Iver, O di Damien Rice e boh forse il primo di Jose Gonzales.
Thony è una di quelle brave, ma forti veramente che fosse straniera probabilmente mezza blogosfera e umanità in modalità indie ci si strapperebbe le mutande invece di bagnarsele coi Mumford and Sons per dire un nome che va immotivatamente per la maggiore..
Birds, il suo disco, è una raccolta di momenti intimi, dolci e a metà tra la migliore e intima (leggi senza gospel) Feist e la delicatezza delle coae più pacate di Regina Spektor.
Uno dei pochi dischi da avere di quest’anno e sicuramente la cosa migliore per me scritta in Italia (attendendo i tre allegri ma quello è un altro discorso).
Non è un disco facile. Questo no. Perché i dischi che sono facili non fanno piangere.

Quel momento in cui diventi veramente The Greatest


Ti chiedi a volte cosa spinga un’artista ad andare avanti, scrivere dischi, registrare e magari andare in tour, tolti gli aspetti materiali: i soldi, la fama, i viaggi etc, certo. Ma oltre quello cosa è.
Credo che a me interessi quella cerchia in minoranza sul totale, di artisti per cui questa spinta si misuri con la necessità del momento, dell’espressione del vissuto, i dolori, le gioie, la visione delle cose.
Cat Power è da sempre una di quelle, una persona che credo abbia vissuto più momenti difficili che facili e per cui, forse, il senso di disagio a confronto con la realtà di tutti i giorni é palpabile. Ma già dalle foto dico.
Sun è il suo ritorno, dopo un disco roots e di cover, in cui il passo verso il divenire un’icona (ancora di più) di un sottobosco che si affaccia sul soul, il fumo. il naif per aprirsi ad un pubblico forse (in)differente, molti con la bocca storta, molti estasiati dalla prova quasi di “stile” più che di sostanza ma che attendevano prima o poi comunque un ritorno alla base.
Cosa che Sun è, nel suo essere straziante, nel suo essere complicato, nel suo dolore, nella sua disomogeneità di una scrittura piegata al senso, e all’impronta emotiva, più che alla forma.
Quindi a questo punto cosa è Cat Power, chi è. Un’artista che mette il punto, per sé più che per chi ascolta, una specie di artista che spinge nelle tracce la propria catarsi e la sua terapia.
Un’artista che diventa e afferma la propria enormità, e la propria distanza da tutto quello che c’era prima.
E ci sarà dopo.

Disco dell’anno. Manco a dirlo

E la gatta tornò

Da ieri, chi mi conosce, mi whatsappa, mi smessaggia, mi dice “oh hai sentito Cat Power?” e io fino ad ora, no, avevo visto solo che si era tagliata i capelli, che sì + un aspetto per i modaioli hipsterici “rilevante”, ma a me non fotte una mazza. Insomma, alla fine quello che conta è il singolo Ruin, che abbandona un po’ il soul e il roots di due dischi fa, che si porta verso la direzione di un pop elaborato alla Metric, strano, effetto strano, però alla resa dei conti ci sta

E sti cazzi se c’ha i capelli corti