E già, noi siamo ancora qua (Pearl Jam, vent’anni dopo)

Emiliano Colasanti è sicuramente il miglior scrittore di musica che conosco (diverso per me da giornalista musicale) con lui ho condiviso 4 anni di radio spalla a spalla, siamo diversi, sentiamo musica quasi diversa e molto spesso non la vediamo allo stesso modo, anzi. Ma quando mi ha proposto di andare a vedere PJ20 non ho esistato un secondo, perchè la persona con cui vederlo per me era lui.
PJ20 è il film documentario sulla storia dei Pearl Jam girato da quel fregnaccione di Cameron Crowe, uno che da questa parti a botte di stereo sopra la testa, Free Fallin cantata in macchina, e pugni al cielo si è scavato un buco nel cuore di chi scrive.
I biglietti erano esauriti, poi oggi (ieri ndr) Emiliano mi dice che c’erano tre posti liberi non so come e alla fine siamo riusciti ad andare. Io avevo una camicia a scacchi, e me l’ha comunicato mentre ero in riunione. Siamo andati. Questo è quello che ci siamo detti, prima, durante e soprattutto dopo. Questo post lo leggerete in contemporanea qui, ora e/o su Stereogram

Il film, per chi se lo chiedesse, è bellissimo. Catartico e molto probabilmente unico.

Giorgio: Uscire dal cinema avendo idea di avere visto qualcosa che ti aspettavi succede abbastanza spesso.
Il fatto di uscire da una sala e avere visto vent’anni di vita, ricordi, brividi, sensazioni, un po’ meno. Nel bene e nel male, i Pearl Jam sono per noi (parlo per me ma anche per te) un gruppo generazionale. Forse IL gruppo generazionale. Quello con cui siamo cresciuti e da adolescenti diventati uomini. PJ20 è forse per questo un film soprattutto per quelli come noi. Che avevano la rabbia giovane nel ’92 e che è diventata altro.

Emiliano: Pensavo che questo film mi avrebbe fatto sentire solo un po’ più triste e malinconico, e invece l’unica cosa che sono riuscito a provare durante la visione è stata gioia immensa. Una gioia strana, difficile da definire, figlia del distacco, probabilmente. Il distacco che ti fa guardare con occhi diversi, più leggeri, anche pezzi di vita che ricordavi più pesanti, gravi. È vero quello che dici: i Pearl Jam sono stati un gruppo generazionale, anche se non l’unico. Sicuramente sono stati molto importanti per me, in una maniera che faccio quasi fatica a razionalizzare. Io non riesco più ad ascoltarli nel modo in cui favevo una volta, si sono ancorati a un pezzo della mia vita e in qualche modo sono rimasti lì. Ma ci sono sempre, e non se ne vanno.
In questi giorni ho pensato molto all’invadenza del passato sul nostro presente musicale, per via di Simon Reynolds, e ha ragione lui quando dice che è più bello vivere nel presente. Innamorarsi è meglio che ricordare un amore, eppure col tempo che passa anche certe ex fidanzate che hai odiato profondamente finisci per guardarle con occhi più dolci. I Pearl Jam sono un grande amore che si è trasformato in una grande amicizia, una cosa del genere. Mi ha colpito molto, guardando il film, il ruolo centrale che la morte ha avuto nella loro storia. Sono nati da una morte, quella di Andy Wood, poi c’è stato Cobain e la tragedia di Roskilde. Sono la reazione a un lutto, ma una reazione felice.

G: A me ha stupito (o almeno capire che quella sincerità delle canzoni fosse vera) vedere la commozione, oggi, vent’anni dopo per la morte di Andy Wood, per quella di Cobain e per le piccole cose, come quando Eddie Vedder ricorda l’inizio della sua amicizia con Ament.
Ecco: PJ20 è un po’ la Polaroid di quel cuore di pastafrolla che abbiamo sempre avuto e magari abbiamo fatto finta di avere nascosto da qualche parte. Più in bella vista di quanto pensassimo.

E: Credo sia sempre per via di quelle perdite che hanno segnato la loro storia umana e di gruppo. La chiara consapevolezza degli equilibri precari che tengono in vita certe cose, le band, il successo, le amicizie, unita al terrore di dover affrontare di nuovo certi lutti. A me ha colpito molto Gossard nel commento alle folli scalate di Vedder durante i concerti, e ancora di più lo sguardo di Ament che suona il basso fissando il soffitto a cui Eddie Vedder si è appeso, la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro. E invece resistono. Magari un po’ acciaccati, ma resistono.

G: Che poi, voglio dire, basta vedere le immagini per non farli sembrare lo stesso gruppo di vent’anni fa. Un punto chiaro c’é stato, nella loro vita, in cui si é deciso di non diventare uno stereotipo rock alla Stones. Anche loro hanno avuto tragedie simili, ma hanno deciso di esorcizzarle col carrozzone.
I PJ ora sono un gruppo che se ha bisogno prende 4 sedie e fa 3 pezzi da seduto.
L’unica domanda che ho da vent’anni al riguardo è: ma Vedder ha uno stock di magliette marroni?

E: Io conosco un tizio che ha solo camicie nere. Tutte uguali. E no, non è fascista e non è neanche Johnny Cash, anche se forse vorrebbe esserlo.
Mi ricordo quando sono andato a vederli a Verona, era il tour di “Binaural” e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ormai non saltano più sul palco, non sono più come prima” ed è stata una sensazione positiva. Sono cresciuti con noi in qualche modo, anche se forse a un certo punto si sono fermati. Io sono un grande fan della fase centrale della loro carriera, di “Vitalogy” e “No Code”, quella in cui, almeno a giudicare dal film, Vedder ha strappato lo scettro del comando a Stone Gossard, prima di passare alla democrazia degli ultimi tre dischi, in cui tutti scrivono tutto.
Sento la mancanza di un loro vero e proprio album della maturità, anche se probabilmente l’hanno già fatto e ormai pretendo troppo. Ma Mike McCready? Ci sono delle volte in cui il suo modo di suonare mi manda il sangue alla testa, quel modo di fare gli assoli di chitarra, altre in cui lo adoro e basta. E non so spiegarmi il perché.

G: Mike McCready è a occhio il rocker vero del gruppo. Quello che ragiona sull’attimo rock del live e delle canzoni. E che lo rende vivo.
Io ci ho messo 20 anni a capire che sul primo disco (anzi forse fino a “No code”) c’era quella logica delle dueling guitars figlia degli anni ’70.
Forse qualcuno lì in mezzo è un fricchettone (vero Stone? Vero Jeff?), McCready è uno che, come dice Cornell, rende possibili e non noiose canzoni di 11 minuti con 7 di assoli.
E le chitarre dei PJ, soprattutto nel film, sembrano così lontane, ma in fondo così tanto vicine.
I PJ sono un gruppo di amici, veri. Parlo di loro 4. Ché per me la storia del batterista è quella più bella. Ma è quella anche di un pezzo di gruppo che racconta una storia a sé.
Il cuore del gruppo, come dicono loro. Loro 4 sono l’intestino nella buona e nella cattiva sorte. E questo si sente. E si vede.

E: Che poi Matt Cameron in quella band c’è sempre stato, era nel primo demo, la cassetta spedita a San Diego. Ormai è il batterista più longevo della storia dei Pearl Jam. Sono cinque in tutto e per tutto, anche se io non riesco ancora ad abituarmici (nei Soundgarden mi piaceva tantissimo).
Io ho sempre avuto un debole per Jack Irons, un batterista punk, minimale, dentro un gruppo massimalista in tutto. Mi piaceva il suo modo “secco” di suonare, quasi alla Ringo Star. Non ho mai capito, invece, la passione che tutti hanno per Abruzzese. Ma a te non ha impressionato la scena del concerto, forse a Philadelphia, non ricordo, dove Vedder impazzisce con la security e di colpo cambia il suo modo di stare sul palco? È come se in quel momento avesse deciso di farsi carico di responsabilità che pensava di non dovere avere. Tutto quello che è arrivato dopo, il rapporto controverso che ha con la sua fama, credo parta proprio da lì. Poi vabbè, tutti si stracceranno le vesti per il lento ballato con Cobain (in sottofondo c’era Clapton che suonava Tears in Heaven) ed è bellissimo quello che dice Stone Gossard: “Le sue critiche ci hanno reso quelli che siamo”. Chissà se è stato lo stesso anche per Blur e Oasis, Beatles e Stones, Negramaro e Modà…

G: No in effetti anche loro lo dicono (e riportano anche l’idea di Joey Ramone) che Seattle era una famiglia e perdendo qualcuno perdevi qualcuno che conoscevi comunque bene e che era parte fisica della scena, un pezzo importante. Kurt, Andy e Staley. I primi due vengono chiamati per nome, sempre, mai per cognome.
Sul fatto del batterista è vero, alla resa dei conti Irons è quello che sta sul disco (anche “No code”) che preferisco. Abruzzese era uno da prima fase dei PJ, era uno con quella rabbia giovane di cui parlavo prima. Forse con loro sarebbero stati peggio. Forse l’avrebbero cambiato.
Cameron l’ho sempre reputato troppo riccardone (ndr: precisetti) per quello che hanno fatto i PJ. Senti Alive oggi dal vivo e la senti pulita.
A proposito, il Kennedysmo di Crowe mai poteva essere più alto che in questo film.

E: Crowe potrebbe superarsi solo girando un documentario sulla carriera di Veltroni. Credo fosse Johnny il Ramone stupito per i rapporti tra Soundgarden e Pearl Jam: “Noi a New York gli altri gruppi li odiavamo!”
Gli Alice in Chains però nel film non ci sono quasi mai, mi ha un po’ stupito questa scelta. Invece, molto bella l’immagine di Cornell che sprona Eddie Vedder e ne intuisce il potenziale prima dello stesso Vedder e di tutti gli altri. Ne esce benissimo Cornell, pensa che mi stava sul cazzo anche quando mi stava simpatico.
Mentre forse il Pearl Jam che preferisco è Gossard, me ne rendo conto da quante volte l’ho nominato. Fantastico lo spezzone in cui Cameron Crowe gli chiede di mostrare delle memorabilia e lui in casa ha solo una tazza sporca, qualche dvd, i dischi che ha recuperato da un amico per ripassare le canzoni e un Grammy buttato in cantina a prendere la polvere, tanto: “C’è Jeff Ament che conserva tutto, mi basta mantenere un buon rapporto con lui e potere andare a casa sua per avere accesso all’archivio dei Pearl Jam”. Lo capisco, Gossard, meglio vivere così che affondare sempre nel proprio passato, anche se il passato è presente. Pensa che io un po’ mi sento in colpa a stare ancora qui a parlare dei Pearl Jam, ma hai ragione tu: non sono rimasti prigionieri di loro stessi, sono cresciuti sotto gli occhi di tutti. Sono diventati vecchi con noi. Siamo vecchi?

G: Uh, se lo siamo. Anche se forse la pelle d’oca che ho avuto per tre quarti di film (e forse anche tu) dice il contrario.

E: Non so se chiamarla pelle d’oca. Non so come chiamarla.
Per tutto il film ho pensato a una porta che si chiude. Al capitolo finale. Una cosa del tipo: “Ciao Pearl Jam, è stato bello fare tutta questa strada insieme, ma forse è arrivato il momento di dividerci per davvero.”
Ma tanto lo so che annunceranno un nuovo tour e staremo di nuovo lì sotto, a cantare e urlare. Siamo fatti così, non ci possiamo fare niente.

This land is my land

Prendiamo un uomo e una donna trentenni con due fisse precise: P.J.Harvey e Bruce Springsteen rispettivamente. Bruce Springsteen e P.J. Harvey non si sono mai incontrati, e i nostri stanno a millecinquecento kilometri di distanza. Ascoltano due dischi, Nebraska (1982) e Let England Shake (2011) che parlano, suonano, rimbombano, raccontando la storia della loro genesi. I due si scrivono e immaginano che cosa sia passato per la testa a quegli altri due quando hanno scritto e suonato queste robe. L’Inghilterra, l’America, le rette parallele, i binari del treno. Non è vero che non s’incontrano mai, dipende solo dall’immaginazione. [La voce di PJ è interpretata da GiorgioP; quella di Bruce da Byron. Per eventuali lamentele verso il delirio che segue si prega la clientela di rivolgersi all’uomo che gestisce questo blog, è tutta colpa sua. In caso di emergenza chiamate il CIM. Grazie.]

Ho visto Full Metal Jacket, These Boots Are Made For Walking dava l’idea dell’esercito, delle orme e delle nuvole di terra che alzano le bombe – voglio la mia Boots, voglio i miei stivali.

Ho letto Born on 4th July, e mi fa schifo sapere che sono nato in questi stati uniti. Ho visto il mio paese svuotato, ragazzi perduti nel diluvio in mezzo a fango, sangue, petrolio. Mio padre mi diceva sempre che l’esercito mi avrebbe messo a posto, che quei capelloni da metallaro prima o poi me li avrebbero tagliati, che a fare il militare sarei diventato un uomo.

E’ come sentirsi sola con qualcuno se pensi alla guerra. La guerra da bambina ti insegnano che è una roba da uomini. Le eroine non te le fanno vedere mai.

Alla visita mi hanno scartato. Troppo magro, troppo strano. Signore, grazie, se esisti, la mia preghiera è un ringraziamento ogni giorno. Anche mio padre a suo modo prega e ringrazia.

E la guerra non ha bisogno di eroi, la guerra é sbagliata e le morti sempre ingiuste. Lo ripeterò fino alla fine del disco, quello che non ho visto ma che sento.

Quando chiudo gli occhi sogno il numero 9 1/2 – la casa di mio padre, le finestre come fari nella notte quando suono la chitarra sul tetto, gli alberi, il tanfo di caffè che ti tormenta nelle notti insonni, la fabbrica che se lo mangia un po’ alla volta giorno per giorno, la sua promessa che quando vince la lotteria ci compriamo una macchina nuova, il nome paradossale Freehold. Free. Hold. Come fai a essere libero quando c’è qualcosa che ti aggrappa, dentro e fuori?

Io qui di punti di partenza non ne ho solo quello che vedo, da tre anni. E non mi piace, non lo condivido. Non mi ci trovo. Non mi ci trovo non nel senso di donna, come senso di emancipazione da qualcosa. Non mi ci trovo come essere umano.

Metto in moto. Parto da solo, vado via per un po’.

Il dolore è un rito privato, da cantare da sola o con gli amici. Non è necessario che ci sia qualcun altro. Ho voglia di cantare per me, e di nascondermi. Non ho bisogno di copertine con la mia faccia per la prima volta.

Ho scoperto che se provi a scappare da un posto pieno di perdenti, quel che trovi in fondo alla strada, uscito dal paese, è una grande oscurità. Da lì la città si vede molto bene. Le luci industriali, la puzza di catrame, il caldo dei fumi tossici, il rumore dei ruscelli inquinati. C’è una collina, ci salgo a piedi con tutto quel che ho. Che è poco: una chitarra, la voce che ho nei polmoni, e una grande rabbia.

Bella quella chitarra di Joe Strummer, bello quel levare. Bello quel pensare che ogni canzone che ho voglia di scrivere nasce seduta ma ho voglia di finirla in piedi, a sputarla contro tutti. Battendo i piedi, chiudendo i pugni. Rimanendo scalza.

La chitarra – me lo ha rivelato Woody Guthrie – è uno strumento per ammazzare i fascisti. La rabbia serve come benzina per la voce. Ma se urli con un barbarico yawp non ti sta a sentire nessuno. Il rombo del motore è troppo forte. Se sussurri invece tutti si fermano ad ascoltare che cosa dice il matto col tamburino di latta. Leggo Foglie d’erba, proseguo verso il West.

Ogni tanto penso che mi piacerebbe essere uno sciamano, e incontrare un William Blake come su un film di Jarmusch.

Continuo ad andare, passo oltre all’oscurità. Arrivo a una casa in mezzo a un bosco. Accendo il registratore e comincio a parlare. Ho letto questa storia di due ragazzi che sono scappati tra le praterie e le montagne delle terre più cattive e con un fucile hanno fatto fuori tutto quel che gli passava davanti. C’era anche un film, se non ricordo male, ma ormai sono passati anni e la rabbia giovane non mi sembra più avere tanto senso. La voce, la benzina, quelle sì. E adesso dove vado?

Una chiesa, non devo chiedere perdono io ma parlo di morte e di morti la chiesa è il posto giusto. In una chiesa la mia voce sbatte sui muri ma non voglio che il disco sbatta da qualche parte ma che accompagni qualcuno da qualche parte, magari a sentire quello che dico.

Vado nelle terre più cattive a vedere cosa ci trovo. Esco dalla New Jersey Turnpike. La guerra pensi sempre che sia fuori, lontano, e invece è qui, dentro di te. America. Passo Atlantic City, attraverso il confine di stato. Frontier is a state of mind, i confini sono uno stato mentale. A Philadelphia c’è un diner in fiamme, dicono che è stata la mala. Quattro accordi. Senti qui.

C’è quel giro di quattro accordi, e quel testo che parlava di un pollo e di Philadelphia come punto di partenza. Per arrivare ad Atlantic City. Questa è casa mia e questa sono io. Non ho bisogno di muovermi dal Dorset per capire che tutto questo è sbagliato. Terribilmente sbagliato.

Siamo pieni di debiti. Col padre, con la banca, con la legge, col governo, con l’America. Un paese in guerra, sempre. Un paese in conquista, sempre. Johnny prende in mano una pistola e si ribella, Mary Lou lo amava fino alla morte. Il debito rimane impagabile. Scappiamo. Scappiamo perché nessuno che abbia un briciolo di onestà può pagare. Scappiamo dallo state trooper, scappiamo dal fratello che è entrato nella guardia di confine, scappiamo dalla guerra, scappiamo dalla morte. Metti su un po’ di trucco e le calze a rete, e vedrai che tutto quel che muore alla fine ritorna.

A volte penso che la voce di un uomo vicino renda chiaro il concetto di preghiera. A volte vedo i miei uomini intorno come fucili piantati contro il nazismo delle ideologie. Quelle ideologie che a chiamarle tali si fa un torto, perchè profondamente violente, sbagliate. Ricche solo di prevaricazione. Che il mio paese abbia cavalcato tutto questo mi dilania. Mi distrugge.

Signor poliziotto, la prego lei ha moglie e figli, io neanche quelli. Signor deejay, la prego, ascolti la mia ultima preghiera. Signor rock’n’roll ti prego liberami dal nulla. Signore ti prego non so come e non so perché ma da qualche parte mi è rimasta un ragione per credere.

Il fatto è che non ci sono motivi per essere ottimisti e cantarlo in maniera ottimista a volte aumenta l’ironia del caso. Penso a tutto questo come a un funeral jazz. Come quelli di New Orleans, mi viene da piangere ma mi viene da ballare, da strillare e battere le mani. Mi sento il mio Big Chief.

Spengo il registratore. Quattro tracce. C’è poco da aggiungere. Non importa che tu veda la mia faccia, questo è un disco da ascoltare al buio. Ti parlo dritto nelle orecchie. Guarda questo paese desolato. Questa terra è la mia terra, questa terra è la tua terra.

Oh, America. Oh, England.

Bruce SpringsteenAtlantic City (Video)
PJ Harvey –  The Last Living Rose (Video)

ZuRoma

(Foto di Aurora Demasi)

Sembra passato un secolo da quando vidi gli Zu per la prima volta al Brancaleone.
Mi aggiravo per quel locale romano sulla fine degli anni ’90 per le serate
drum ‘n’ bass, genere che all’epoca mi aveva rivoluzionato la vita ma che durò a conti fatti molto poco.
Fu un’esperienza live che mi rimase dentro. Quel gusto per il noise con tutti quei fiati in giro. Non esitai un secondo a comprarmi l’album, quella sera stessa.
Fu una cotta passeggera. Di quelle estive. Li etichettai subito come gruppo
prettamente “live”. Su disco non riuscivo ad entusiasmarmi. Anche per il successivo Igneo le cose non cambiarono e continuai a godermeli dal vivo quando se ne presentava l’occasione.
Carboniferous cambia le carte in tavola. Si staglia come un monolite nero sul
panorama musicale italiano. E’ fuoco e ferro. E magma.
Fin dall’iniziale Ostia, sorta di danza tribale che ascoltata dal vivo mi ha fatto
addirittura ballare, si ha la sensazione di trovarsi di fronte all’ascolto di un
qualcosa di senso compiuto.
Le derive jazz rimangono grazie al sax di Luca Mai ma qui il suono si perfeziona in un omogeneità sonoro-matematica impressionante. La Ipecac di Patton che presta l’ugola in un paio di pezzi e la chitarra di Buzzo dei Melvins fanno il resto.
Ma mi piace pensare che l’artefice principale di questo “mostro” sia la presenza oscura ma non troppo di Giulio Favero, ex One Dimensional Man e componente del Teatro degli Orrori, che per chi non li conoscesse sono una band CLAMOROSA nel coniugare il cantautorato italiano all’hardcore-noise, dientro al banco di regia.
Ma non vorrei distogliere troppo l’attenzione dai nostri tre eroi. Artefici di un lavoro tanto bello quanto importante per il nostro paese.
E poi vederli suonare dal vivo è semplicemente impressionante, ma questa è un’altra storia. Se qualcuno ha ancora orecchie per questi suoni scali la montagna del carbone. Senza indugi. (Pistakulfi)

Il circolo degli artisti sembra una venue da grandi occasioni stasera, si respira veramente l’aria “dell’evento”. Gente di tutte le possibili estrazioni musicali, un range di età dai venti ai quaranta. Ambiente caldo, fremente. Carboniferus è uscito da poco e questa è la prima botta di live di presentazione dello splendido cd degli Zu.
L’apertura è lasciata ai Mesmerico che per la durata del loro live act diventano il mio gruppo preferito, duo chitarra e batteria, ritagli di metal e riff sabbathiani. Ci si sente di tutto, dallo sperimentalismo a frammenti avanguardistici a sketches metal. Per chiudere con un paio di suite che rimandano a produzioni Broadrick, Jesu su tutte. L’idea è che se ne risentirà parlare presto, iniziano il live tra il quasi scetticismo iniziale e lo chiudono tra gli applausi più che convinti.
Salgono gli Zu sul palco, la disposizione è da “battaglia” da sinistra a destra sax batteria e basso. Tutto sulla stessa linea. Vado indietro a dieci anni fa, il circolo stava vicino alla stazione Termini e suonavano gli Shellac. Disposti alla stessa maniera, stesso impatto scenico e nello stomaco, stesso schiaffo in faccia così lontani e così vicini dagli Zu (anche se i due generi qualche scaglia in comune ce l’hanno, i loop ossessivi, il noise compulsivo, la rabbia controllata)  vidi tutto il concerto sotto gli scarponi di Weston, mancava che mi sputasse in bocca e avrei fatto del noise la mia vita. Così non è stato e l’ho buttata nel cesso.
Detto ciò gli Zu spolverano tutto o quasi Carboniferus, dal vivo rimane una roba potentissima, più sporca negli arrangiamenti e sicuramente più noise. Non voglio essere frainteso, nel genere si parla di un disco perfetto e aggiungerci qualcosa dal vivo vuol dire sapere per bene cosa si vuol dire, musicalmente parlando. Al jazz-core ora si oppone una formula più determinata, più forma canzone che pseudo improvvisazione (che poi improvvisazione non è). Controllo e rabbia e rumore bianco
E’ tutto un tripudio, si accennano balli su Ostia che parte con un annuncio e una cassa dritta e che coniuga perfettamente un qualcosa di disco metal, il resto si perde tra il basso hardcore rifinito di Pupillo, il sax esasperatamente Zorniano di Luca Mai e la chirurgia di Jacopo Battaglia alla batteria, vero front man del gruppo.
Si va via dopo un’ora e venti, non si potrebbe assolutamente chiedere di più, si va via con l’idea di avere visto qualcosa di grosso.
Davvero grosso. (GiorgioP)

A trilogy is forever

Presentare Matteo Valido Zuffolini è un po’ come cercare di parlare di Mike Patton, rinomato blogger, stimato collega di Spoilerin’, amico, e potrei andare avanti e scrivere un post solo per raccontarne le gesta. Non lo farò. In un certo senso (anche se indubbiamente ha un destino migliore di Will Smith) Valido è leggenda.

Questo post prende indubbiamente ispirazione da questo post qui. Una dissertazione grafica (e quindi una lettura più immediata) del gradimento per le trilogie cinematografiche più famose.
Ovviamente non abbiamo fatto i completisti, quindi ne mancano un bel po’

– Qua Valido. Non credo di aver dato voti particolarmente “strani”… è il classico caso in cui o commento tutto o commento niente. Per cui scelgo la via di mezzo e commento cose a caso.
Tipo: i film di Superman sono La Mia Infanzia. Cioè, per me il Superman di Donner non è nemmeno un film. Per le volte che l’ho visto, e per quanto mi significa, è una specie di equivalente della trilogia epica di Omero. Un testo storico, sacro. E se fossi un regista famoso avrei girato Superman Returns esattamente come ha fatto Brian Synger – to’, tagliando giusto un pelo sul finale. Il terzo infila la direzione sbagliata, ma preso a sè rimane tutto sommato simpatico.
I voti più grossi li prende in media Mad Max: c’è sicuramente della simpatia extra per una cosa anti-hollywood. Il primo è una cosa enorme, violentissima, con stunt incredibili. Un Mel Gibson dalla faccia d’angelo ma dalla psiche più contorta di tanti serial killer. Il secondo non ne parliamo: reinventa l’atmosfera da capo, e fa tutt’ora a gara con Blade Runner come il film che più di ogni altro ha segnato l’immaginario fantascientifico da ormai trent’anni a questa parte. Il terzo è hollywoodiano, ma vale anche solo per l’invenzione del Thunderdome.
Infine, una nota per tre dei seguiti migliori di tutti i tempi: l’Aliens e il Terminator 2 di Cameron, film epici e di rara perfezione, e il secondo, malatissimo Batman di Tim Burton. Che non ho ancora deciso se è meglio il Joker di Heath Ledger o il Pinguino di De Vito.
Ripasso la parola a Giorgio, sperando che mi spieghi la sua passione per Matrix (per me tutti e tre largamente sotto la sufficienza) ma sapendo perfettamente che il punteggio pieno a Blade Trinity è dovuto esclusivamente al culo di Jessica Biel…

– Qui Giorgio. Matteo in effetti non sbaglia, però mi sento di dire che Blade  è l’unica trilogia a mia memoria finita in crescendo, con il secondo episodio migliore quasi al livello del terzo e conclusivo dove l’apporto di Jessica Biel direi fosse fondamentale. Oh si era imparata anche a tirare con l’arco che credi! (anche se andarsi ad inventare la figlia di Whistler credo che sia una trovata seconda solo a resuscitare The Undertaker)
Per il resto ovvio, il Padrino non ha un termine di paragone valido (ahah) ai primi due episodi e Matrix a suo modo ha cambiato la maniera di concepire le trilogie. Della serie “andava bene il primo, era chiusa così, potevamo fermarci”. Qualche genio deve avere detto “Ma parliamo dell’architetto va!”. Ci vuole coraggio e a mio modo l’ho premiata. L’idea.
Indiana Jones imperdonabile il tempio maledetto, il ragazzino cinese stimola pulsioni xenofobe, così come gli pseudo sacerdoti indù. Non ci siamo per nulla; per sistemare le cose hanno dovuto richiamare alle armi un settantenne che stava tanto bene a riguardarsi nei panni di James Bond in dvd.
Per concludere Star Wars, estrema delusione per il ritorno dello jedi. Sono uno che sperava che gli Ewoks morissero tutti di diarrea fulminante.
Così non è stato. Ahimè

are U ready 2 this?

u2_012

Trilogie. Le trilogie fanno sempre un certo effetto.
Da Guerre Stellari al Signore degli Anelli o per rimanere in ambito musicale la trilogia berlinese di Bowie. One-Two-Three.
Tutto ciò solo per dire che gli U2 a breve chiuderanno la loro quarta trilogia.
Questo è solo un mio punto di vista naturalmente. Non ricordo nessuno di loro aver parlato esplicitamente di una cosa del genere.
No Line on the Horizon, dodicesimo album in studio dei dublinesi, chiude la loro quarta trilogia. Per chi scrive naturalmente la loro peggiore. Però così è. Boy-October-War. The Unforgettable Fire-Joshua Tree-Rattle&Hum. Achtung Baby-Zooropa-Pop.
E gli ultimi tre che non ho voglia di stare a scrivere.
Che palle direte… io ci sono letteralmente cresciuto con loro e da quando sono scrittore digitale ho sempre evitato di farne un post.
Giorgio e questa stronzata delle trilogie mi hanno convinto a farlo.
Da fan? No. Da appassionato e conoscitore si però. E non è facile. Parlare del microcosmo personale U2 (che va dalla bandiera attaccata ancora sul muro della mia camera alla [modalità sborone on] chiacchierata con Bono in quel di Bologna durante la quale gli chiesi invano gli occhiali da mosca [modalità sborone off]) all’interno del macrocosmo universale U2 (sono senza dubbio la rockband più globalizzata degli ultimi venti anni, con tutti i pro e i contro).
Ah… è un post a quattro mani…

The First Trilogy – All Boys go to War

Boy

Fa tenerezza ripensare e riascoltare questo album, la stessa tenerezza che traspare dalla copertina che ritrae un ragazzino ingenuo e ancora “vergine” sulla strada dell’establishment rock. Ragazzino che ritroveremo tre anni più tardi con una diversa espressione sul viso.
Quando i quattro erano poco più che maggiorenni e si barcamenavano nell’underground.
Steve Lillywhite fu il produttore e leggenda vuole (ma neanche troppo leggenda eh) che doveva essere Martin Hannett già produttore di Unknown Pleasures e Closer e del loro primo singolo 11 O’Clock Tick Tock e che declinò l’incarico a seguito del suicido di Ian Curtis.
Chissà come avrebbe suonato quest’album… forse sulla falsariga dell’accoppiata An Cat Dubh/Into the Heart.
Fatto sta che il risultato è uno degli esordi più convincenti della storia del rock. Brani come I Will Follow, Twilight, Out of Control (scritta da Bono il giorno che compì 18 anni), A Day Without Me (reazione al suicidio di Curtis), The Electric Co. (sulla pratica dell’elettroshock) sono li a ricordarlo. Un album sull’adolescenza. (PistaKulfi)

October

Forse il disco che amo meno degli U2, ma è forse il disco in cui cominciano a far girare gli anthem da buttarsi in ginocchio e gridare a Cristo, mettete Gloria, Stranger in a Strange Land per dirne un paio; il suono è ancora molto ma molto vicino al post punk.
Bono ha una voce che potrebbe farsi sentire in un club senza microfono e stupisce tutti con la sua prima vera interpretazione maiuscola, la title track. Dolente, tristissima, anomala per la produzione U2 tanto da non sembrare quasi un loro pezzo. (GiorgioP)

War

Il disco da Curva Sud, con il suono che si allontana dal post punk e diventa vera e propria wave, si attualizza in maniera concreta.
Canzoni che hanno per lo più tutte un ritornello incredibile; senza arrivare a Bloody Sunday e New Year’s day ci sarebbero da citare Surrender
e Two hearts beat as one. Disco concreto, sembra una corsa per arrivare primi al traguardo. Ci arrivano con Sunday Bloody Sunday, probabilmente la canzone più “paracula” della storia. (GiorgioP)

The Second Trilogy – From Dublin to U.S.

The Unforgettable Fire

“How long to sing this song…” Così si chiudeva War e molti dei loro concerti. L’album della maturazione e della prima svolta.
Basta con Lillywhite. Basta con quel suono grezzo e stereotipato. La scelta ricade nientemeno che su Brian Eno, fermo da Remain In Light delle
Teste Parlanti. Eno accetta e si porta il fidato Lanois. Si chiudono allo Slane Castle nella campagna dublinese e scatta la scintilla che accenderà il Fuoco Indimenticabile. E’ un album di musica, non di canzoni. Le intenzioni sono comuni. Entrano i synth e gli archi, le sperimentazioni e quel senso di jammin’ incompiuta. Il titolo prende spunto da una mostra di disegni realizzati dai superstiti di Hiroshima.
Pride e Bad entrano nella storia, soprattutto la seconda. Ma A Sort of Homecoming, Wire e la title track ci dicono che siamo di fronte ad
un capolavoro. (PistaKulfi)

The Joshua Tree

L’apoteosi. Lo stato di grazia. Quando tutto ti gira bene. E guardano ad Ovest. Cominciano a capire che se vogliono essere la rockband definitiva degli anni ’80 debbono conquistare l’America. E ci riescono a mani basse. The Joshua Tree è un “classico” per eccellenza.
Di bello c’è che dentro ci sono cose “americane” inusuali. “Metti le bombe del viaggio in Salvador nel tuo amplificatore” dice Bono a The Edge ed esce fuori Bullet the Blue Sky. A me rimarrà in testa l’oscurità di Exit e la solenne Mothers of the Disappeared dedicata alle madri dei desaparecidos argentini. Del resto, inutile stare a dire. Esagerato come Montella contro Nesta in un derby di tanti anni fa.
Ma se devo dirla tutta non è un album che mi ha rapito completamente. (PistaKulfi)

Rattle and Hum

Forse è il disco che vale meno dell’intera discografia U2, per me ha un valore grandissimo per il semplice motivo che è stato il primo cd che ho acquistato insieme a Sgt Pepper’s. Son cose. Siamo in piena onda “Bono Vox messia” e Rattle and Hum nasce come testimonianza della loro investitura americana a “nuovi Beatles”. Più tamarri ma pur sempre nuovi Beatles. Desire e una versione strappaculo di I Still haven’t found fanno sostanzialmente il disco, in realtà da riscoprire Heartland, autentico capolavoro di scrittura e God Part II che sostanzialmente apriranno gli U2 alla cover di Night and day di Cole Porter e a suoni nuovi approfonditi con Achtung Baby.
Dimenticavo All I Want is you. Best U2 song. Ever. (GiorgioP)

The Third TrilogyOn a Trabant between distortions and drones

Achtung Baby

Albertino… si quello lì. Radio DJ. Tardo pomeriggio. Sono nella mia camera e dice che sta per passare il nuovo singolo degli U2. The Fly. Terrore. Giuro che non ci ho capito nulla per giorni. Non capivo cosa stessero facendo. La prima cosa che pensai fu “perchè sono così sporchi ed ambigui?”. Stavano regalando l’ultima evoluzione artistica degna del loro nome.
Berlino. La Mitteleuropa. Larry con la maglia dei Ramones. Bono con gli occhiali da mosca. Le Trabant. I satelliti. La tecnologia che avanza verso la globalizzazione. Lo Zoo. La Tv. Lo ZooTV!!! Io non ho visto più nulla di paragonabile a quel tour e sono passati 15 anni.
Il fascino del Vecchio Continente distrugge il mito americano. Best U2 album. Ever. (PistaKulfi)

Zooropa

Da rivalutare secondo me. E’ un lavoro molto interessante. Sicuramente risente del fatto che sia stato pensato e composto durante il tour e si avverte il senso di incompletezza. Però ribadisce chiaramente che gli U2 sono vivi ed hanno voglia di sperimentare e mettersi in gioco. Dentro c’è un gusto per l’elettronica meno “plasticoso” di quello che sarà poi Pop.
Zooropa, Lemon (per la quale ho un debole particolare), il giro di basso di Dirty Day dedicata a Charles Bukowski e l’ospitata di Johnny Cash su The Wanderer sono i momenti migliori. Sparo un’altra cavolata. Dentro c’è anche l’antesignana di Sui giovanni d’oggi ci scatarro su… ovvero Daddy’s Gonna Pay for Your Crashed Car. Sinceramente un altro stranimento dopo quello di Achtung Baby non me l’aspettavo.
In questo preciso momento della mia vita li adoro. (PistaKulfi)

Pop

Il vero “disco incompleto degli ultimi 15 anni”, ci avessero lavorato un po’ di più probabilmente staremmo parlando di un capolavoro assoluto (o forse del nuovo Chinese Democracy). Le canzoni ci sono, il fatto è che la produzione alla fine risultava omogenea in maniera errata (metti Goldie che doveva produrlo e poi non si sa che fine abbia fatto e amenità varie) sbilanciato verso suoni a tratti trance a tratti tamarri per il semplice gusto di esserlo. C’era Gone per dirne una e se scrivi una canzone così e la metti in un disco così qualcosa di sbagliato nel mezzo c’è. (GiorgioP)

The Fourth Trilogy – All that U2 should leave behind but…

All That You Can’t Leave Behind

Worst U2 album. Ever. Senza girarci troppo attorno ecco. Il singolo che lo precede non è neanche malaccio (Stipe l’adora e ha confessato di averla voluta scrivere lui). Ma è un lavoro scialbo, debole e codardo. Fin dal titolo. Con il punto più basso della loro carriera toccato dal ritornello di Stuck in a Moment. Secondo me Pop non era venuto come volevano. Il mastodontico tour non era stato all’altezza dello ZooTv e loro decidono di tornare a fare rock. Ma quale rock? Una delle delusioni più grandi della mia vita di spettatore “musicale”. (PistaKulfi)

How To Dismantle An Atomic Bomb

A me è piaciuto e da subito. Mi ha fatto l’effetto Accelerate R.E.M. ovvero disco onesto e per cui a un certo punto agli U2 non capisco perchè dovrei continuare a chiedere capolavori. Un po’ tutti sono insorti per la tamarraggine di Vertigo che era figlia della tamarraggine di Elevation; vi rispondo io BONO E’ TAMARRO OK? quindi take everything with a grain of salt si direbbe e partite sempre da questo.
C’era Sometimes you can’t make it on your own che a mio modestissimo parere rimane una delle canzoni sottovalutate dell’intera discografia. Tipo la All I want is you del 2000. (GiorgioP)

No Line On The Horizon

Qui ed ora può essere solo una sensazione. Di concreto c’è fuori un singolo di una bruttezza maggiore a Discoteque-Beautiful Day-Vertigo.
Quindi zero aspettative. E poi per la mia teoria la trilogia è da chiudere. Quindi sono proiettato sugli anni ’10 quando rivoluzioneranno il mondo e si butteranno sul folk-doom a metà strada fra Wovenhand e Fleet Foxes. O forse no.
Fra un mese mi smentiranno e tireranno fuori una nuova maschera che farà crollare inesorabilmente la mia teoria e tutto questo post.
In entrambi i casi… siate buoni. (PistaKulfi)