RIP, Enrico Fontanelli

Non lo faccio e non lo facciamo (quasi) mai. Però questa notte è morto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax. L’hanno annunciato loro, con un post su facebook pesante come un sasso gigante. Gli Offlaga Disco Pax li avrò visti millemila volte dal vivo. E una riga mi è venuta da scriverla. Così come mi è venuto da ascoltare in loop tutta la loro discografia.

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So long Egon…

egon

Non ho mai amato celebrare le morti. Ce ne ho avute così tante io che ho perso il conto, l’ultima un paio di settimane fa.
Non amo celebrare le morti di chi ho conosciuto e vissuto, figuriamoci quelle di chi non ho mai visto.
Mi ha devastato quella di Cobain e m’ha fatto piangere quella di Amy (che per me sarà sempre Amy e non la Winehouse) e al tempo mi ha fatto male da morire quella di John Candy.
Da quando avevo intelletto il più grande tutti invece, John Belushi già non c’era più. Per me lui è diventato un modello e un eroe dopo, quando ho visto tutti i suoi film

Ieri sera ero al volo su twitter, non sono andato a lavoro perché non mi reggevo in piedi, la sera leggo è morto Harold Ramis.
E io mi sono detto.
Ecco, così una volta per tutte chiudiamo sta cazzo di adolescenza che non c’è mai stata.

E me la ricordo ancora la vhs di Ghostbusters, presa da un amico di mio padre con un sottoscala a via Palestro, una specie di videoteca con video musicali di concerti che montava per le birrerie. Mi prestò quella e Under a blood red sky degli U2.
Io quella cassetta l’ho imparata a memoria, come tutti poi, e ho faticato a ridargliela perché i miei a vedere i film leggeri al cinema non mi portavano
Cioè mia madre mi portava anche a vedere Indiana Jones o Flash Gordon, mio padre Oci Ciornie per dire. Sta mancanza di leggerezza che ad un certo punto si sfaldava e si liberava grazie a sta vhs che a ruota andava tutti i pomeriggi quando tornavo a casa dalle medie da solo, mi scaldavo il pranzo nel forno a microonde e mangiavo aspettando le 5 che tornasse mamma e andarmene in camera mia.
In quei momenti casa era mia a tutto volume, per quelle tre quattro ore.
I Ghostbusters non erano solo la canzone di inizio film era una cosa dove 4 antieroi diventano eroi.
Dove tre improbabili diventano la salvezza di New York, una montagna di citazioni e un milione di punch line che ancora oggi dico a manetta
tipo

vi aaamano vi aaaamano

o

colleziono spore muffe e funghi

li amavo tutti ma tutto e per tutto mi sono sempre sentito Spengler, lo stampellone, avevo gli occhiali tondi, ero taciturno e già mi pettinavo come Elvis, avevo una compostezza innaturale per uno dei miei anni e nessuno s’è mai chiesto perché. Io solo lo so.
Spengler era quello che ho sempre visto come il me da grande, quello che risponde con la razionalità sempre, quello che a volte si lascia travalicare dal terrore e quasi non te lo aspetti molla gli ormeggi e ne vedi le reazioni scomposte.
O definire le fini con frasi contorte tipo

Immagina che la vita come tu la conosci si fermi istantaneamente e ogni molecola del tuo corpo esploda alla velocità della luce.

Spengler era un outsider, una rockstar senza sapere di esserlo
E quegli occhiali sono diventati un simbolo hipster e non sapete quanto io vi odi per questo, quanto tanto, perché alla fine davvero che cazzo ne sapete voi di cosa voglia dire essere un outsider, venirci su e considerarsi un perdente che ha avuto qualche botta di culo

Spengler è stato il mio modello vero d’infanzia, l’inarrivabile era Han Solo e il vorrei ma non posso Marty McFly.
Tutti con la zazzera tranne Egon, sempre impeccabile, sempre in giacca e cravatta, e ci ho provato anche io a metterle per un po’ ma ho capito che sarei stato uno Spengler a modo mio.

Ieri è morto Harold Ramis, ed è morto a suo modo Spengler. Chiudiamo a chiave sta cazzo d’adolescenza e andiamocene via.

Mi dispiace, Venkman, il terrore travalica la mia capacità di razionalizzare…

#casomania – Quando quello di Caso è diventato un po’ il “nostro” disco

In realtà questo post non lo volevo scrivere, perché mi imbarazza scrivere di qualcuno che conosco. Allo stesso tempo, però, mi sentivo un po’ stupido, perché parlando tra me e me – a voce alta, come i matti davanti allo specchio – mi dicevo “possibile che stai qua a cercare in giro se qualcuno scrive una recensione bella di un disco che ti piace tanto e tu manco tiri fuori due righe?”. E il me stesso un po’ più stronzo, dall’altra parte del vetro, mica mi rispondeva. Ogni tanto le doppie personalità non servono a niente. Perciò ho preferito ammorbare tutti quelli che mi stavano attorno raccontando a voce e con twitter-facebook-myspacechenonho o le cartoline dal mare quanto “La linea che sta al centro” fosse un bel disco. Avendo io un appena accennato problemino con l’entusiasmo, temo di avere anche un po’ rotto le palle. Però qualcuno si è fidato e il disco l’ha ascoltato.

Alla fine ci ha pensato Giorgio a togliermi le castagne dal fuoco con l’idea di un pezzo a più mani. Questo infatti non è il mio post su QuantoMiPiaceLaLineaCheStaAlCentroIlNuovoDiscoDiCaso, detto tutto d’un fiato, ma è una collezione di piccoli pensieri, raccolti in massimo cento parole cento, su come “La linea che sta al centro” di Caso sia diventato un disco un po’ speciale per un po’ di quelli che scrivono qui sopra (e anche fuori da qui sopra). Tra cui casualmente ci sono anche io. Che però mi metto per ultimo, come quando allo spettacolo di fine anno alle medie mi nascondevo dietro quelli più alti. Poi sono diventato alto anche io e mi sa che è per quello che ho una punta di gobba. L’aneddoto su quando ho dovuto ballare vestito da arancia in palestra lo tengo per la prossima volta, ma lo cito giusto per far capire che non è che mi vergognassi a cazzo.

Ad ogni modo, quello qua sotto è un video che mi piace un sacco, oltre che essere una delle mie canzoni preferite di Caso. Poi ci sono i nostri temini. E in fondo, per chi alla fine decide che va bene matti ma questo supportone un motivo ce lo dovrà pure avere, c’è il famoso disco, dall’inizio alla fine.

Junkiepop loves Caso and I know why (cit.).

MAI UNA GIOIA/06/caso “senza luna” from Alessandro Martello on Vimeo.

GiorgioP

La cosa bella di questo posto è che ci vogliamo bene tutti. A gruppi di tre mi hanno detto “senti Caso”. Da Parete Nord, da quel “ci son montagne alle tue spalle che non posso vedere” mi sono ritrovato un po’ commosso un po’ stretto un po’ meno solo. Ho voluto bene agli amici di qui. E ho voluto bene a quel qualcuno che quel giorno ha deciso di prendere una chitarra e scrivere quella manciata di canzoni. Così piccole, così tanto piene così vicine. Come se t’avessero messo una lente addosso per guardarti i nei e dirti che sono belli.

Tob Waylan

Caso l’ho scoperto al bar, in una valle del basso Piemonte in cui c’è sempre la nebbia. Caso è un po’ così, come una cosa trovata al bar che chiunque ce l’abbia lasciata ha fatto finta non fosse davvero per te. Caso lo trovi e non lo dimentichi più, lo tieni per te, e quando serve lo apri e lo ascolti, lo usi, come un ombrello quando piove, appena uscito dal bar in cui l’hai trovato.

Davidebd

Le cinque del pomeriggio fermo sotto la pioggia davanti a un divieto di sosta in zona Bolognina. Aspetto amici. È domenica, le saracinesche sono abbassate e i parcheggi tutti pieni. Caso nelle casse canta di palindromi, io mi sento paradossalmente fra andata e ritorno perenne, soprattutto quando faccio cento km per non sentirmi un alieno dove posso stare fermo. Apro il finestrino per fumare e prendere un po’ freddo. La mia faccia riflessa nello specchietto non sembra voler essere il contrario di quella che mostro. Alzo il volume e lascio i pensieri sbattere contro la condensa sul parabrezza.

ale-bu

Il nome “Caso” l’ho incrociato la prima volta un paio d’anni fa, su questa locandina della mia amica Stella e nei consigli affidabili di Giacomo. Mi veniva a suonare in casa, al bar “di sempre”. Mi è piaciuto tanto, subito, anche se me lo aspettavo pettinato come Ringo Starr. E ancora più dei due dischi, che pure ho consumato, e dei pezzi che so a memoria, mi piace andare a vederlo dal vivo, ogni volta che posso. Perché “sian 300 i paganti o soltanto 3 amici” per lui fa lo stesso. Lo fa davvero. Ed è una cosa bella.

note sparse:

_ ho scritto come se tutto il mondo sapesse chi è Caso. Caso è un cantautore. Bravo. Secondo me più bravo di tanti molto più conosciuti a cui avete pensato dopo aver letto la parola “cantautore”

_ le cose di Caso si trovano qui. C’è anche “Tutti dicono guardiamo avanti”, che è il disco prima dell’ultimo ed è bellone

_ le date di Caso si trovano dentro alla sua pagina facebook. Siccome temo che il link non vada neanche a spingerlo, venerdì 24 gennaio suona all’Arci Dallò, che è un posto bellissimo a Castiglione delle Stiviere. Il 31 suona al Bloom, che è un posto bellissimo e basta. Nel caso, potete ringraziarmi e offrirmi una cedrata. Comunque di chilometri in macchina ne fa millemila. Quindi prima o poi passa vicino a casa di tutti

_ il vinile de “La linea che sta al centro” è bello anche da vedersi. Si trova qua.

_ se a qualcuno va, fateci sapere se fino ad adesso vi abbiamo raccontato fregnacce o se avevamo ragione. #casomania

Their/They’re/There

Quando tiri su una band del genere non puoi che attendere da internet una certa fotta. Hai un tizio apparentemente sconosciuto, ennesimo devoto della chitarra suonata con le dita (non lo so, lo chiamerei tapping così sul momento, ma ho suonato per anni la batteria, non la chitarra, quindi abbiate pietà di un eventuale errore, volevo solo evitare l’ennesima ripetizione e fuggire dal termine ‘twinkle’), che si scopre essere il chitarrista dei Loose Lips Sink Ships, sconosciuta quanto figa band math americana, Evan Weiss, di Into It. Over It. e un altro paio di band fighe, tra cui gli Stay Ahead Of The Weather, che sono praticamente la sua touring band per i full band show, e quel carro armato di Mike Kinsella alla batteria, l’uomo dietro agli stop and go stortissimi dei Cap’n Jazz, le dita e la voce di Owen, eccetera eccetera (ma se non lo conoscete forse potete pure passare oltre e non leggere il post. Chiedo venia per la spocchia). Insomma, mica pizza e fichi, ecco. Questi tre hanno registrato sei canzoni e le hanno fatto uscire per il Record Store Day di quest’anno per Polyvinyl, trovando un nome orribile che fa un po’ la maestrina nei confronti degli stessi utenti web che cavalcheranno la siddetta fotta in giro per la rete. Quello che ne è uscito è un ossimoro costruito a metà fra la solita chitarra noodle e Mike Kinsella alla batteria, che dovrebbe fare genere a sé (tra l’altro dovrebbe essere in uscita a breve pure un nuovo disco a nome Owen). È un math pop che non si lascia troppo andare a complicate sincopi e districamenti vari, capace di usare curve per costruire linee melodie che rimangono bene in testa, fra cambi di umore che non sradicano eccessivamente le fondamenta delle canzoni, come un po’ ci si aspetterebbe dal termine math e dalla miriade di conoscenze intertestuali registrate nelle nostre orecchie, ma giocano in addizione alla parte più pop e diretta delle sei canzoni, scandita dalla voce di Weiss, questa volta al basso (ma pure alle quattro corde nei Pet Symmetry, power pop band con due Dowsing che farà uscire un ep sotto la rediviva Asian Man Records, quasi volesse lasciare la chitarra solo per le sue cose soliste). Nota a margine: la copertina è forse bellissima nel suo essere una foto con effetto e cornice Instagram. Non ne sono però così sicuro, ho pareri contrastanti al riguardo.

Qua c’è una canzone in anteprima.

Elio e le Storie Tese. Complesso del primo maggio. Bentornati.

Ok, alla fine ne hanno già parlato tanti. Quasi tutti, per la verità. Tra twitter, facebook e blog vari il pezzo è stato postato, ripostato e pluripostato 1,21 gigowatt di volte. Ma tanto io sono un ritardatario cronico, quindi chi se ne frega.

Il fatto è che non ci speravo più. Avevo un po’ il sentore che fosse finita un’epoca. I pezzi di Sanremo? Carini, ma…Cordialmente? Sempre divertente, ma…Album Biango? Il titolo è bellissimo, ma…[dopo i “ma” pregasi inserire a scelta “non sono più quelli di una volta”, “vuoi mettere John Holmes?”, “sono snob”, “preferivo il primo disco”, “nemmeno il primo disco, preferivo il demo, ce l’ho in cassetta”].

E invece no. E’ uscito “Complesso del Primo Maggio”. E gli Elio e le Storie Tese hanno vinto tutto. Perché è bella. È piena zeppa di citazioni e son tornati anche i giochi di parole. È sincera. E fa ridere. Fa tanto ridere. Come non ne scrivevano da un pezzo, a dirla tutta. Poi magari ha ragione Colas e tra 20 giorni li ritroviamo sul palco in Piazza San Giovanni di fianco al Bisio di turno e allora via con i “predicano bene e razzolano male” eccetera eccetera. Che poi di storie sul rapporto tra gli elii e il primo maggio ce ne sarebbero non poche, a cominciare da più di 20 anni fa. Ma per questi 20 giorni va bene così. Anzi, va benissimo.