Retro-me

10Come dice il mio amico Gianluca citando le partite a tresette quando ti entrano tre napoli o una scala fornita “sarò lungo e noioso”, vi ho avvertiti.

Fino a non più tardi di 4 anni fa, forse 5 per me il pop era qualcosa che mi era sbattuto in faccia dalla radio, dalle tv (quando esistevano ancora le televisioni musicali e non erano state ammazzate da youtube) e per cui provavo un’attrazione morbosa, io che in qualche modo giocavo a fare il duro, quello che l’accacì è un po’ la ragione di vita e per cui non si andava sotto gli Explosions in the sky, come accettabilità sociale. Io il mio ballo dei debuttanti l’ho fatto come tanti (molti, mai troppi) nei centri sociali, nei localetti da 40 persone che iniziano a far suonare i gruppi alle 2 se tutto va bene. Venivo anche da anni di discoteca rock diciamo così (da dj) e già lì mi sentivo “sporco” se si abbassava il tenore della legna per mettere chessò, gli Strokes (e per inciso me ne andai nel momento in cui in consolle mi fecero trovare un pacco di cd da mettere ASSOLUTAMENTE durante la serata con gli A-ventura, Fighter di Christina Aguilera e altra roba del genere). Questo anni fa, e non so neanche più se sono nè la stessa persona o se a un certo punto la mia vita si è scissa.
Prima in un certo senso ero abbastanza vittima di quello che mi cadeva addosso dalla tv, dai luoghi, dai conoscenti, non avevo trovato una strada che potesse considerarsi mia, solo mia, mia e basta.
Gli anni a seguire sono stati poi anni in cui non c’è stata più sta dimensione sociale che aveva mosso i fili fino a quel punto, ho iniziato a seguire m-blog, a scrivere, a farmi piano piano un’opinione mia da costruire intorno a quelli che comunque rimanevano i capisaldi dei miei ascolti; avevo la cornice, pittato il fondo del quadro, mancava da metterci sopra qualche figura, qualche albero, farlo diventare un quadro.
Mi rendo conto mentre scrivo che sta venendo su un post di quelli che uno sta dall’altra parte dello schermo e dice “sì ok, la vita del 90% degli esseri umani è così, o stringi o mi rivedo i gol di Inter Roma o qualche video noiosissimo di mezzora di qualcuno che parla di Pacific Rim”.
Il punto è questo a un certo punto il pop l’ho scelto, se passava Beyoncè spegnevo la radio, tornavo a casa e me la sentivo dal pc, scegliendo magari il pezzo. Ecco lei è una grande, ho capito, pur amando solo qualcosa delle Destiny’s child tipo Bootylicious (e grazie al cazzo), ora per dire, considero la sorella Solange una grandissima. Ma questo non c’entra.
Avete presente quando uno fa il duro e puro ma poi fa le cosiddette cazzarate? Ecco noi, nel gruppetto nostro ogni tanto tiravamo fuori il pezzo pop che era bellisssssimo fichissssimo etc. Tipo a me e Carlo piacevano i Take That, per dire, ad Alessandro Ronan Keating, Gianni si era buttato su Eminem ma quella era un’altra storia. Lorenzo, che non c’è più, ci schifava un po’ tutti, ma Lorenzo era una persona seria e noi non lo siamo mai stati.
Ecco.

Quello che ad un certo punto avevo deciso era che Madonna mi era sempre piaciuta, Beyoncè abbiamo già detto, Robbie Williams l’ho iniziato ad amare già dalla cover di George Michael, piano piano insomma lo spettro si allargava sempre di più fino a Cry me a river, a quel cantato lirico che faceva ridere il sallucchione ricciolino, che faceva il torturato, che aveva il malamore per Britney Spears e aveva sti suonetti croccanti e sto tastierone che faceva popopopopo popopo popopopo popopopo poooooo faceva un po’ ridere, un po’ aveva qualcosa. Quasi contemporaneamente usciva Rosso Relativo di Tiziano Ferro (spudoratamente copiata da R Kelly, come mi scrisse Carlo, che al tempo era a Milano) e che me automaticamente andò sui coglioni. Ci si scherzava solo perché la mia ragazza del tempo si chiamava Paola e faceva molto ridere chiamarla alla Ferro per casa (sta cosa l’ho già scritta tempo fa sicuramente).
Insomma buttai tutto, Timberlake e Ferro. Gli anni passano e me ne rendo conto.
Arrivò Future Sex Love Sound che probabilmente col senno di poi è uno dei più grandi dischi pop degli ultimi vent’anni, Love Stoned e quell’incedere un po’ zoppo e quel riff in mezzo che era tutto new wave in cui la canzone diventa da pop ballabile quasi un pezzo alla boh, post pop wave fico, struggente. Poi arriva What Comes Around, il video con la Johansson (quello sì un gran video), insomma Future Sex Love Sound diventa uno di quei dischi che consumo, che una volta lascio in macchina e che mi inculano aprendomi il bagagliaio. Ancora non l’ho ricomprato, finito il post lo faccio.
Arrivano poi i film, belli, Alpha Dog e The Social Network ma sono un’altra storia, voglio venirvi incontro e non turbarvi col fatto che questo sa fare tutto, e una spanna sopra a tutti. Fino the 20/20 Experience, che diciamolo subito, è un passo oltre FSLV, come se Bolt dicesse “finora ho passeggiato”. Checchè se ne dica in giro parliamo di un capolavoro assoluto, senza mezzi termini e un disco che puoi dire “io c’ero”, io mi ricordo il video, come da ragazzino quando Canale 5 mandò in anteprima il video di Bad di Michael Jackson (e il riferimento non è puramente casuale).
Il disco è una madeleine istantanea e mi ha fatto attaccare addosso qualsiasi cosa di questi mesi e degli anni passati, ed è stato un vero e proprio vaso di Pandora, sto disco fatto di arrangiamenti strafichi, suonetti che te ne rendi conto che esistono se ti dice bene alla quindicesima volta che lo ascolti, la Motown e Marvin Gaye e ovviamente Michael Jackson e quell’aspetto retro disossato e reinstallato. Come Tony Stark quando prende il modello 3D del primo Mack e in pratica butta tutto e lo rifa a modo suo, un po’ come a loro tempo fecero i Pearl Jam con Ten, che presero le cose della Seattle antica ci mischiarono anche qualche sfumaturina glam, qualche pacchianata, qualche grande melodia e qualche inno.
The 20/20 Experience è un doppio (ora) album che fa paura per quanto è monolitico e a suo modo composto e difficile da buttare giù a spallate. Puoi dire “sì ma i testi” (perché quelli di Michael Jackson che erano scritti da Philip Roth?), puoi dire “sì ma” tante cose eppure quel disco rimarrà lì, a guardarti dritto in faccia e dirti “checcazzovuoi”. La fortuna è esserci, in questi mesi, ed essere presenti e testimoni di tutto questo (e insieme a Madonna e Michael Jackson non credo sia poco, assolutamente) e non dimenticare mai quello che era prima.
Come era, come è ora e come non è più.

(dedicato a Lorenzo, so che gli sarebbe stato sul cazzo ma uno metabolizza le cose col tempo e se esci fuori in un post così Lorè davvero vuol dì che non c’abbiamo capito un cazzo. O forse sì)

 

Kitty, l’arte di essere giusti

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Mettiamola da subito così, che lo so che tornare su un’artista forse diciottenne per la seconda volta in due anni senza un lp prodotto ma una manciata tra ep e mixtape é pretenzioso e stupido, soprattutto se ancora non hai scritto due righe sui Mogwai, Nick Cave, Justin Timberlake.
Scrivere di Kitty però é una cosa che sentivo troppo di fare, mica per altro, perché da un mese che il mio lettore abbia una capienza di otto giga é superfluo, data la montematicità degli ascolti.
Insoma riassumendola da trama da film lei si chiama Kitty Pryde in onore degli X-Men (che la interpretassr sul film Ellen Page facciamo che non influisca) registra con garageband un freestyle su una base di Nicky Minaj e la mette su tumblr scrivendo che fa schifo e da lì inizia il delirio dei reblog. La sente Beautiful Lou che é uno che lavora con a$ap Rocky (i miei attualissimi due cents sull’hip hop d’autore) e tirano fuori un ep su cui c’é Okay Cupid. Testo da sedicenne (storie d’amore, pomeriggi annoiati e slinguate con le amiche. Dimenticate l’ultima parte che é inventata) ma voce particolarissima, narcotica e molto stoned, le basi sotto sono il perfetto complemento. Da lì parte un po’la tiritera se sia l’ennesima perdita di tempo tutta titoli di blog di due mesi per l’hip hop o sia qualcosa di diverso. Non rivoluzionario ma qualcosa per restare.
Mentre Kitty continua a giocare tra cuoricini stelline e mini pony arriva ora anche il nuovo ep, Daisy Rage e questa volta si alza il tiro, la roscia pallida e bionda tira fuori i cosiddetti e mette a punto la perfezione su un lavoro corto, breve che bada al sodo e lascia a mascella aperta. A partire dalla meravigliosa apertura di Dead Island, due minuti di quello che chiamo hip hop gaze, stonatissimo e narcotico come una sveglia della mattina che senti troppo tardi, é una seguenza di botte vere e di interpretazione. Una maturità che se non é sua é stata comunque brava a fare propria e insomma, la volontà di dire che si é fatto qualcosa per restare.
Anche da rosce pallide magre senza il culone di Beyoncé e a diciotto anni.

And I love NY cuz there’s so many bridges to jump off
The backyard’s where you get dumped off

And I’m sick of all these hipsters, I’m sick of phony nigg*s

L’hip hop per me è un mondo tutto nuovo, in cui posso divertirmi ad andare qua e là senza cognizione di causa, permettendomi di apprezzare i dischi storici e quelli meno convenzionali così come le peggio cose, senza sapere che siano davvero così poco quotate nel mondo rap  (perchè c’è la storia della credibilità della strada, giusto?). Succede questo con la Kitty Pryde di cui parlai tempo fa e con A$ap Rocky adesso. Non parlo di N.W.A. o altri mostri sacri delle rime, ma fenomeni di massa della durata di qualche anno, a meno che il nuovo uscito dalla fabbrica dei Lil Wayne faccia qualche cazzata così plateale da portarlo ad essere argomento di discussione nei notiziari di Mtv America o roba che scotta per una serie di pagine web che ne sanno di hip hop quanto ne so io di Star Trek. Rocky ha tutti i cliché del rapper lento, non so bene come lo si possa definire, tipo un Drake al rallentatore che più si avvicina al suono del southern rap, privato dei fischi e di quella fastidiosissima perenne cassa in quarti, che all’hardcore hip hop di Harlem, casa e spazio vitale di Rakim Mayers, le cui strade lo hanno visto farsi le ossa con la crew di A$ap cosi (nel senso che tutti – circa una dozzina di persone – sono A$ap Tizio, A$ap Quello, eccetera) e vendere droga, nello stilema dello stilema del rapper disagiato dei quartieri violenti, che ne parla nelle canzoni e usa quella voce al ralenti, un po’ come se fosse fatto come una merda – e molto probabilmente sì.

In una intervista con il Guardian Rocky si definisce il ‘pretty motherfucker from Harlem’ e forse avrebbe dovuto metterci anche un ‘non faccio niente di per sé nuovo da gridare al miracolo, ma essendo appunto un motherfucker con i controcoglioni, giovane e di belle speranze, dico cose scontate ma è proprio nel modo in cui lo dico che faccio andare in brodo di giuggiole la gente – e la RCA, che mi ha fatto fare due firme su un foglio di carta’. Il dubbio viene quindi al pettine mentre i nigga si fanno fare le treccine: perchè parlarne? Perchè spacca, perchè ha Clams Casino (assieme ad altri sette produttori) dietro alle spalle che gioca con i campioni (Imogen Heap la sua passione) e con i beats, perchè c’è di mezzo una disputa verbale sull’eventuale ladrata alla ragione sociale del figliol prodigo della strada Aesop Rock, ritornato dopo sei anni con un disco che, per chi è avvezzo al genere, da’ una serie di sbadilate su quella faccia da culo di A$ap.

Dimenticando però l’ultimissimo Goldie Ep, che non è la sua cosa migliore, e senza pensare che a settembre uscirà il primo disco, LiveLoveA$ap (il mixtape, urge precisazione perchè il mese prossimo l’album avrà lo stesso nome a quanto pare. Ah, se la copertina vi ricorda qualcosa siete bravi e molto probabilmente grandi quanto o più di me) ha qualche pezzo che davvero ti arriva addosso e non ti si stacca più. Non dico tutti, o almeno alle mie orecchie poco abituate a questo tipologia di suono, non proprio tutte le canzoni mi entrano in testa, ma l’ascolto del mixtape è una delle cose più piacevoli di questi giorni über umidi in cui ci si mette le magliette di dieci anni fa perchè se ne sudano almeno un paio al giorno, che sono sempre più larghe del dovuto e un po’ ci si immedesima in questo pretty motherfucker con i denti d’oro, assieme a tutta la sua crew, che se la gira con i cappellini con la visiera dritta e la giacca di pelle a fare la bella vita o a farsi arrestare. Peso, Leaf, Bass, Wassup, Acid Drip e Demons sono belle canzoni, senza tanti giri di parole. Da Fallon, assieme alla band resident, quindi con Questlove? dei The Roots, ha cantato Pretty Flacko, singolo dell’anno scorso a quanto pare – no, non sono sicuro, non si capisce nemmeno bene come sia disposta la discografia e pure lui è un mezzo geniaccio ad intitolare il disco come il mixtape e far girare le stesse canzoni della ‘cassetta’ anche su due ep usciti quest’anno, eccetera – e Goldie, dall’omonimo EP. Alla fine sembra avere il tiro anche dal vivo, o lo swag, o qualsiasi termine si usi per indicare che anche dal vivo ha la botta.

Io di queste cose non ci capisco nulla, però piace, quindi condivido e narro con le parole di uno che non ne ha molte per precisare al meglio quello che sente. Poi uno si può fidare o meno, però qua il consiglio c’è – ma lo dico ancora, io di hip hop non ne capisco un cazzo.

Grandpa been rappin’ since 83

Ci siamo. Siamo attivi anche con il caldo. Di meno ma ci siamo. E sono qui per pormi una domanda: che roba è il crunk? Da Wiki: ‘La musica crunk è un genere musicale che presenta influenze di musica pop rap ed elettronica, originatosi nel sud degli Stati Uniti, in particolare nella zona est di Atlanta, Georgia; e in particolare in quello che viene considerato il suo luogo di nascita: Memphis, Tennessee.’ Questo quesito è nato in maniera quasi naturale dopo l’uscita di un video di un fantomatico rapper ivi residente ai lidi ferraresi, mai visto in giro a cantarsela da qualche parte ma star mediatica per una generazione che ho visto con i miei occhi solo adesso che qua è – più o meno – pieno di turisti. Dopo qualche ricerca sul web ho capito che per comprendere al maglio cosa fosse questa nuova ondata di musica da pantalone sbragalone fosse necessario accendere Mtv anche durante gli orari dove passano i video musicali e non solo per Jersey Shore o il programma del campeggio dei bambini sovrappeso, cosa che non faccio perchè la musica è brutta e soprattutto vecchia ancora prima di uscire (op.cit.).
Ordate di cappellini della new era sono pronti a scioperare, all’autocombustione e al rifiuto di essere semplici sospensori per cuffione Skull Candy che passano tutti quei fischi e voci autotunicizzate da redneck con il mac e la scheda audio esterna.

Il nuovo sogno americano è una brutta roba. Mi mancano quasi le tag nei sottopassaggi.