The Albatross

thealbatross

7Dopo aver dedicato al nuovo disco dei Foxing un tot di ascolti mi viene da dire una cosa un po’ senza senso, però la dirò comunque: questo disco è di una gentilezza incredibile. The Albatross esce per Count Your Lucky Stars, la label del tipo degli Empire! Empire! (I Was A Lonely Estate), in linea generale più devota a sonorità pop piuttosto di molte altre (e messa così sembrerebbe di tracciare una linea di divisione fra gli scaffali dei dischi, ‘quelli che vogliono rifare il grunge sono alla R di Run For Cover, il punk rock nell’altra stanza’, eccetera), ma con il debutto dei Foxing sotto il loro tetto (e mi mangio le mani se nessuno di loro non è già in qualche altro gruppo del giro, nel senso che mi sembra di aver letto qualcosa da qualche parte ma non mi ricordo dove) le coordinate melodiche prese come punti per la propria navigazione guardano ad altre direzioni. C’è un piglio pop che in piccola dose si discosta dallo schitarramento, ancora ben presente e su cui si costruisce il disco, e suona, così buttata lì, come se fosse un piccolo riflesso della luce dell’ultimo disco degli Elliott risuonato come fa buona parte dei gruppi di genere del momento.

Nell’accezione qui intesa, per gentilezza dico sia il loro suonare sia l’aiuto di una produzione oltre il limite delle pareti che vogliono un derivato dell’emocore ultima frangia e math rock per forza stretti al buio dentro la scatola in cui si vuole rilegare un gruppo o un altro, perché ci danno di tapping e non di plettro o l’inverso. Al contrario, questo disco spacca un paio di pareti e si veste a modo, mette il cappotto bello per combattere il freddo e si fa strada con una sensibilità notevole. La sua produzione pulitissima all’inizio mi ha fatto storcere il naso, poi però una volta assimilate le dieci canzoni ogni dubbio è stato rimpiazzato dalla voglia di farle ripartire da capo per dargli un ascolto più approfondito (o magari ‘più di petto’).

La prima metà del disco gioca in sottrazione, ma da Rory in poi la coesione fra gli strumenti riempie un po’ di più il pentagramma. Se la cava molto bene alternando momenti più vuoti orchestrati con archi, tromba e qualche pianoforte abbozzato in giro per le canzoni ed altri che prendono la macchina melodica e ci scrivono sopra linee di chitarra (più) dritte ed immediate. Non c’è nulla di nuovo o inventato di sana pianta, c’è però una base di familiarità che culla e naviga l’ascolto verso qualcosa che lavora in termini di delicatezza e sfocia in un intreccio melodico originale. Se le canzoni dei TWIAB riempiono pian piano il quadro per colorarlo con gran nervosismo alla fine delle canzoni, lanciando un paragone più o meno sensato, queste dei Foxing seguono uno schema molto melodico con i volumi non eccessivamente alti anche nelle schitarrate o nei momenti più rumorosi. Sembra tutto un lungo sussurrare le cose per poi urlarle ad un metro di distanza dal microfono e dagli amplificatori. Non so come metterla giù, però mi viene da pensare ad uno studio in cui loro sono distanti dalle fonti di registrazione (si dice così? Sì? No?) Non c’è un impatto diretto su cui sbattere il muso, solo delicatezza del suonare meno e suonare meglio che cozza contro un po’ di rabbia. Sarebbe bello avere un riscontro live per capire se è il bancone di studio a fare la magia oppure avere la conferma che sia tutta farina del loro sacco – ed in tal caso chapeau, sincerissimi complimenti per gli arrangiamenti.

È un disco che ho dovuto riascoltare, quindi in qualche modo un disco che ‘mi rimarrà’ e di cui ricorderò. The Albatross si fa avanti nella sua materia pop, perché quella è, senza tanti giri, la loro forma musicale, e con un paio di gol di scarto se la vince a mani basse. Se avessi qualcosa che mi tenesse sveglio la notte questo sarebbe quasi il disco perfetto, ma purtroppo o per fortuna al momento non c’è, o almeno a notte fonda con gli occhi aperti non ci arrivo.

Lo senti/compri qui, testi compresi.

Transatlanticism più due

A rigor di una qualche logica parlare di un disco nel giorno del suo compleanno (o due giorni dopo, come in questo caso) implica o implicherebbe il dover rivangare per forza il primo momento in cui si ha avuto modo di ascoltarlo, l’ultima e le varie differenze, vecchiaia. eccetera. Io non ricordo la mia prima volta con Transatlanticism, però sono sicurissimo di averlo scaricato da Soulseek uno o due anni dopo, in tempi in cui myspace era già il myspace che abbiamo usato tutti, quello che mi permetteva di sapere se ad un tal concerto della zona Bologna – Romagna ci fossero amici, gli stessi che spesso vedo ancora, ma purtroppo non posso fare un resoconto dell’esperienza, con aneddoti e sensazioni annesse. Purtroppo o per fortuna. Di questo me ne accorgo nel momento in cui sto scrivendo; è un difetto ed un ostacolo alla formula del post commemorativo che potrebbe gravare sui contenuti, ma magari pure no, essendo questi ovviamente la parte importante della cosa – ed un post commemorativo non è altro che un invito generale a riascoltare tal disco, quindi ben venga tale carenza. Almeno, così la vedo io.

Due giorni fa, comunque, sono stati dieci anni dall’uscita del ‘discone’ dei Death Cab, quello che li ha lanciati ancora più in alto nell’olimpo indie post Pavement e post rivoluzione anni ’90 in cui già galleggiavano in buona posizione, dieci anni da questo trampolino che ha allargato la nicchia di utenza riuscendo a portarli ad un pubblico maggiore e ad un futuro successo sempre a metà fra il mainstream puro da colonna sonora e l’indipendenza delle arti.

Sebbene non riesca a ricordare la prima volta ho buona memoria una serie di eventi distribuiti in questi 7-8 anni in cui quel disco ne è stato la colonna sonora, e posso, forse devo, ringraziare i cari Death Cab For Cutie per il regalo donatoci. È sicuramente un bel momento per dare gloria al Disco indie della ‘mia generazione’ – e mi fa un po’ ribrezzo usare ‘la mia generazione’ -, ma soprattutto è il rispolverare un regalo indirizzato a noi, per le ore passate sul sedile del passeggero, per tutte quelle con le cuffie nelle orecchie a guardare fuori dalla finestra.

Pretty Good

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7Questo post dovrebbe iniziare con un paio di righe su quanto sia difficile parlare di un gruppo nel momento in cui si sente un certo cambiamento nel loro suono, uno sviluppo che gioca in addizione di qualità sebbene il termine di paragone (un ep, quello di cui dovrei parlare qui, contro un disco, quello dell’anno scorso, di cui ho parlato qui) sia in quantità diverse. Teoricamente dovrei, magari facendo un riferimento al tempo, ma forse non mi va, tanto mi ripeterei ed in qualche modo ho comunque reso l’idea. Rimane però che Pretty Good, secondo ep dei Dads, anticipato da American Radass l’anno scorso e da Brush Your Teeth prima, in quattro canzoni riesce a muovere la pedina di una posizione o due, stringendosi nelle spalle e assumendo un tono più serio rispetto al disco – ancora devoto ad una piccola cazzonaggine, ma loro per primi ammettono di essere partiti per scherzo, scegliendo un nome scemo e senza senso proprio perché non si aspettavano di arrivare dove sono adesso. Per la precisione ora la chitarra di Scott si è fatta più cattiva in certi episodi, John canta molto di più rispetto al collega e ha maggiore precisione sui tamburi. Il cantato soprattutto sembra aver subito un miglioramento rispetto ad American Radass; quello che prima voleva essere fatto, e che usciva come ‘l’impegno c’è, ed è anche figo perché è sporco e rozzo’, ora è molto più in linea con il resto e perfezionato.

Delle quattro canzoni Can I Be Yr Deadbeat Boyfriend e Boat Rich rimangono quelle ancora un po’ in bilico con il passato, mentre in My Crass Patch e No We’re Not Actually, prima e l’ultima del disco, i passi in avanti si sentono bene. Una con gli artigli di fuori se la gioca con un intro caotico e citazioni di Fino All’Ultimo Respiro di Godard, l’altra con le lacrime agli occhi (il testo si spiega da sé) rallenta i toni ma tiene la tensione comunque alta. L’impronta, un po’ alla volta, rimane e facendoci l’orecchio si sente che pure nelle prime due nominate c’è un livello aggiuntivo che rinnova il modello American Radass, ben udibile nei ritornelli.

Nei prossimi mesi saranno in tour in Europa, fra Inghilterra e paesi vari – ovviamente non in Italia –, e per l’occasione hanno reso disponibile il disco nella distro inglese Beach Community e pubblicato un video super diy girato da John stesso (che ha pure un progetto chitarra e voce a nome Cardinal, Cardinal) e Carly Hoskins. L’ep è in streaming qui.

Come fare a non tornare

FBYC_Come fare a non tornare_COVER

Ho aspettato tanto (forse troppo) per parlare di Come Fare a Non Tornare, ma ho preferito fare così, senza partecipare alla gara per arrivare al podio del primo commento – e non mi dispiace affatto essere fuori tempo massimo – e scriverne solo esclusivamente dopo tanti ascolti. Nel frattempo, però, ho fatto l’errore di leggerne in giro su internet, su webzine con nomi acuti o ironici (Munnezza a confronto sembra una filiale del Lion’s Club, Emotional Breakdown il nome del fascicolo di cardiologia di qualche enciclopedia) di cui chiaramente non conoscevo l’esistenza, oppure su forum (o su quello che molti vedono come IL forum di musica italiano. Vabbè), giungendo così ad una rapida conclusione, ovvia più che mai: il 90% delle persone non ha mai ascoltato i FBYC prima della svolta del cantato in lingua madre (e non è una critica, uno è liberissimo di far quello che gli pare, ci mancherebbe) e molto probabilmente non lo avrebbero nemmeno mai fatto, perché  il loro ascolto non va oltre alla voce, ai testi e all’intensità con cui Jacopo li canta (vale la parentesi precedente), per una questione di cameratismo di una certa musica cantata in italiano o per una genuina questione di gusti.

Già al primo ascolto il paragone immediato è stato con Fine Before You Came, il selftitled in inglese uscito con un dvd (e se qualcuno ne avesse casualmente una copia in più a me mancherebbe solo quello), la premessa ad una seconda vita in italiano fatta di concerti all’aperto e una fama costruita sull’esperienza maturata da anni e anni passati a suonare assieme. Con il passare degli ascolti il metro di paragone è rimasto costante, livellando sempre di più gli obbligati accostamenti con i due dischi in italiano fino a raggiungere lo stadio ‘ok, mi è venuta una gran voglia di ascoltare gli altri, ma questo disco è tanto diverso quanto una figata’. Come Fare A Non Tornare è appunto un disco differente da quello che ci è stato donato negli ultimi anni da loro cinque, un disco che vuole trasmettere qualcosa di diverso, e la gente lo ha preso un po’ come ha voluto, più che giustamente, con il comune denominatore dell’effetto sorpresa. La cosa, comunque, non dovrebbe meravigliare: Sfortuna è un urlo che sembrava volesse dire cose tenute troppo dentro a 5 mt dal microfono facendo le capriole sul palco, mentre Ormai aveva il microfono direttamente girato dalla parte del pubblico con stage diving annesso, costruendo le canzoni per quell’esigenza lì, quindi non ci si poteva aspettare nulla di preciso, anche perché – bla bla, lo sappiamo tutti – il disco è uscito senza che nessuno ne sapesse nulla. A me non è arrivata la cartella stampa, però a quanto pare c’è stata una decisione di gruppo e periodi di registrazione nei successivi tre mesi, per cui c’era una necessità di entrare a fondo con il proprio vissuto e far due conti, andare oltre alle riflessioni sparate in faccia di certe canzoni di Ormai, c’era quella necessità che si sente nei suoni, nel modo in cui è suonato e cantato tutto Come Fare A Non Tornare, che ricorda un periodo di vita musicale precedente ai due precursori in lingua madre ma che rimane legato ancora per un piede da quel filo rosso di recente costruzione. Parlando di necessità e scelta di voler fare qualcosa si parla di una persona sola, una congrua somma di idee in democrazia, costruita su un rapporto di amicizia che sarebbe solo da invidiare, che ha di riflesso riportato loro stessi in note e parole. Il disco ha ritmi più lenti, il basso in qualche canzone sembra essere il cuore pulsante del tutto, le parti strumentali sfiorano senza vergogna il post rock ed i testi, se si gratta via quell’impersonalità acquisita con Sfortuna ed affinata con Ormai, racchiudono un grosso boccone amaro da digerire, che proprio non ha voglia di essere proferito con la gola rossa, ma preferisce andare piuttosto ad interloquire con la punta delle scarpe – e quella superficialità mi è sembrata davvero in bilico in Il Pranzo Che Verrà. Quello che è uscito è un disco davvero maturo, che corregge il tiro, si ripensa, si reinventa senza perdersi per strada. Come Fare A Non Tornare sembra il disco dei famosi pugni chiusi in tasca sui binari vuoti di Sasso.

Altre pippe lette su internet è il domandarsi come potranno stare bene queste canzoni in scaletta con le altre, come suoneranno e come le prenderà il pubblico. Domande lecite, eccome, i loro concerti sono una bomba, però non vedo tutta questo dilemma, soprattutto per un gruppo che si è imposto un numero limitato di concerti ma che ha dato la disponibilità al numero più alto possibile di persone di poter ascoltare queste ultime cinque canzoni senza sborsare un centesimo.

A me è piaciuto davvero tanto. Il disco si scarica da qui.

Quasi un urlo indiano

waxahatchee

Waxahatchee è un nome difficile da scrivere per dove è la acca, per quante e ci sono e a pronunciarlo sembra che stai per alzare un’ascia e ammazzare (o a tentare di) Tex.
Io con Tex ci ho provato da ragazzino ma dopo un po’ mi faceva due maroni, sono passato a Dylan Dog e Nathan Never, quest’ultimo abbandonato quasi subito. Mah.
scritta una premessa abbastanza idiota c’è da considerare il nuovo disco di Waxahatchee, all’anagrafe Katie Crutchfield, titolo Cerulean Salt.
E’ uno di quei lavori in cui non intravvedi un potenziale da spaccaclassifica o da popola stadi, o il classico concetto del “se le capita la canzone giusta”, no. Waxahatchee probabilmente rimarrà una questione privata, per pochi (oh io le auguro il contrario sia chiaro), di quel tipo che racconti con un cuore particolare quando parli di canzoni sgranate, provenienti da vent’anni fa come una capsula del tempo, un po’ come se Juliana Hatfield avesse continuato a scrivere dischi bellissimi e Liz Phair non fosse stata la più grossa stronza venduta e crumira nei confronti dell’indie rock.
Perché lo sei stata, Liz. Prima scrivi “voglio scoparti fino a farti diventare il cazzo blu” e poi hai scritto roba che Taylor Swift al confronto è i Dirty Projectors.
Waxahatchee è un disco per chi si sente a suo modo orfano di quel suonato non dico male ma non pulito delle Sleater Kinney (tornate vi prego, un giorno tornate eh che siamo tutti qui) e che ha il senso di pensare che certe cose possano dirsi solo in una maniera che non è pulita e non è da classifica. E’ LA maniera. Quella degli anni novanta. Quella con cui e per cui continueremo a scassarvi la minchia finchè avremo 90 anni.
Perché? Perché a noi hanno scassato la minchia coi Beatles e i Rolling Stones e gli Who e avevano ragione. Gli anni 90 sono stati l’ultimo avanposto di un futuro chiaro, pulito, sostenibile. E non si sono cancellati per un colpo di fucile in bocca, col cazzo.
Cerulean Salt è un film dei Coen a suo modo, di quelli che fanno anche ridere ma che hanno dei momenti intimi, anche se infinitesimali. Un po’ Come Fargo, dove non sono tutti belli, vestiti bene e parlano sporco. Però alla fine ti lasciano dentro quel senso di casa che pochi dischi (e film, e libri) ti lasciano dentro.