Una cosa del tutto differente

Un giorno, di luglio, bollente. In cui persone che vivono a Londra, in Lombardia, a Roma, a Ravenna decidono che sarebbe fico vedersi, dopo tanto tempo.

Byron
Il pranzo di JunkiePop è tipo il pranzo di ferragosto e infatti alle 10 di mattina fanno 38°C all’ombra. Ritiro Matteo in aeroporto e con mio fratello alla guida raggiungiamo il centro di Bologna. Breve colazione con krapfen e tè freddo perché a Londra certe robe ti mancano tanto che non ti ferma nemmeno la possibilità che la crema sia avariata per via del caldo. Poi arriviamo alla fontanina del Nettuno (devo altro pensi che ci si trovi in centro a Bologna?!) e noti due tizi in All Star e magliette con la faccia sospetta. Uno di loro ha sul bicipite un tatuaggio di Watchmen e l’altro sull’avambraccio una frase da Mad World, e lo sai che non si può sbagliare, sono Ale e Davide e in due fanno un braccio da uomo perfetto. Abbracci sparsi, arriva anche Mattia M e si va a piedi al Pratello (dove, nel caso, c’è il carcere minorile). Giorgio arriva in macchina con Paolo, Emiliano emerge in treno dalla foschia di pianura, trovano Francesco e signora, che meno male mi aiuta ad abbassare il coefficiente di testosterone che c’è nell’aria. (I Junkies presenti al pranzo sono tutti maschi.) Manca solo Mattia C, depositato per sbaglio dall’altro lato della città; e vabbè che Bologna è piccola, ma venti minuti a piedi con 42°C, arriva che sta per stramazzare al suolo.

GiorgioP
Per vari motivi appena vedo il cartello Bologna mi prende un senso a) di gioia b) di angoscia. Il b) è per fattori personali ma basti sapere che a me un pochino sta cosa di vederci a Bologna (perché Bologna? perché arrivava Valido da Londra, Irene stava lì e non ultimo a Farabegoli pesa notoriamente il culo). Siamo partiti alle 8 e mezza da Roma, in un caldo di Cristo, io parlo in macchina con Paolo SOLO di calciomercato del MILAN, manco della Roma. Va a capire perché. Quando arriviamo al Nettuno dico “o sono morti o si sono spostati”. Era la seconda. Emiliano arriva stancamente dalla stazione e mi minaccia che se non lo riporto a Roma per la finale dell’Italia m’ammazza. A me che notoriamente poco me ne frega. Arriva con il Dogui della riviera romagnola (Farabegoli) e gentile signora. Io già rido e sudo tantissimo. Pare di stare in Marocco ma è Bologna. Ci incamminiamo per via Bassi dove Irene ci viene incontro, che io a via del Pratello una volta sapevo arrivarci, e ora forse ho rimosso.
Il pranzo è “una cosa del tutto differente” dai soliti pranzi, persone che non avevo mai visto ma con cui parlo tutti i giorni, altri che non vedevo da un anno, altri che vedo tutti i giorni, le figurine di Scarlett date a Ghibo con tutto il tavolo che guarda e l’aneddoto Sara Tommasi a due voci (mia e di Colas, che voglio dire, è stato effettivamente qualcosa) e le portate che sono instagrammate per cui a un certo punto sembrava che tutto il mondo stesse mangiando tortelli, i tatuaggi bellissimi di Ale Doni e Mattia Cappelletti che porta anche una rivista d’arte a cui ha collaborato che dà a me Irene subito un’idea che poi vedremo, gli gnocchi fritti spazzolati a tutta tavola da Kekko (a cui mancava solo gridare “questa è Sparta).
Una cosa del tutto differente, insomma

ale-bu
“Ciao Mamma, come va?”
“……..”
“Sìsì, tutto ok, saluta anche papà…ascolta, va che non vengo a pranzo da voi domenica…vado a Bologna…sì, lo so che è caldo…vado a conoscere gli amici dell’internet…sì…no…calma…sì, lo so che ho 32 anni…no, non è che…insom..aspet…fer..no, giuro, non è come quella volta dei vampiri*. questi sono normali, non si mascherano. tranquilla. sì, ti chiamo quando arrivo.”

In effetti non c’era nessuno mascherato. Tranne l’ignaro sconosciuto che in stazione sfoggiava un cappello elegante terribilmente simile a quello di Ghibo, e per questo si è beccato 5 minuti di pedinamento e un goffo tentativo di approccio. Rispondendo con un sempre elegante “cazzo vuoi?”. E le due statue umane che hanno litigato prima tra di loro e poi con un solerte tutore dell’ordine, giunto a sedare l’alterco a bordo della più piccola macchina dei Carabinieri mai vista.
Ad ogni modo, maschere a parte, Davide l’ho trovato, e con lui siamo riusciti a beccare anche tutti gli altri. Che detto così sembra semplice, ma se non li hai mai visti in faccia e l’unico contatto che hai è quello di Twitter lo è molto meno. Fortunatamente a mezzogiorno con 40 gradi i dintorni del Nettuno non pullulavano di gruppetti di persone intente a sudare anche le birre del 2011 e a scrutare l’orizzonte come novelli Magellani (plurale di Magellano) sulla terra ferma.
Insomma, tra mille difficoltà ce l’abbiamo fatta. Abbiamo recuperato i ritardatari. Grazie a Irene abbiamo trovato il ristorante. Abbiamo parlato di cinema, fumetti, serie TV, concerti, basket NBA. Paolo non sopporta molto il peperoncino. Giorgio mi ha insegnato il fascino della parola “mariuolo”. Sono tornato a casa con un sacco di appunti mentali e un po’ di bei ricordi, che la temperatura polare dell’Italo ha contribuito a mantere intatti. Quasi quasi ero anche riuscito a contenere la mia disprassia e ad evitare figuracce, che quando conosci delle persone per la prima volta vorresti fare una buona impressione. Poi mi sono fatto beccare con la patta aperta mentre mangiavo una granita all’anguria. E sono diventato dello stesso colore dell’anguria.

*riferimento al raduno dei vampiri brujah di ExtremeLot. Modena + Roma. 1999 o giù di lì. Che in un periodo in cui le bestie di satana erano parecchio di moda e l’internet molto meno aveva regalato un weekend di sacro terrore ai miei genitori.

ghiboebd
Io lo dico: non vedevo l’ora che arrivasse il pranzo Junkiepop. Ecco, sì. Anche se quella mattina Bologna sembrava davvero il 15 d’agosto e la coppia che avevo formato con Ale per andare verso il Nettuno ci faceva sembrare Gigi e Andrea in Acapulco, Prima Spiaggia A Sinistra, io ero contento. Faceva un caldo fortissimo, appunto, ma fra coniugi che si menano davanti alle vetrine e mimi che danno di matto io e il ‘mariuolo’ siamo sopravvissuti fino al checkpoint dove abbiamo incontrato Irene, Fabrizio e Matteo, che ci riconoscono grazie ai tratti tipici del Junkiepopper medio. Dopo un po’ è arrivato anche Mattia M, poi un po’ alla volta tutti gli altri mentre eravamo già andati a godere dell’aria condizionata del ristorante. Lì le mie gambe sono entrate nella twilight zone incontrando l’ostacolo di non una gamba del tavolo a rompere i maroni, ma bensì due. Roba che se la raccontassi in giro nessuno mi crederebbe, così come quando riporto la gag dell’omino che si vestiva da sedile di Kitt in Supercar (MattiaM o Matteo, non ricordo di preciso chi di voi l’ha detta ma ogni volta che vedo la foto dell’omino imbragato da sedile rido davvero tanto). A tavola il vero argomento di discussione è stato Sara Tommasi, non vorrei mai che chi leggesse questa cosa pensi di noi come un simpatico gruppo di intellettuali che si ritrovano con cadenza regolare a parlare di cose serie. C’era qualcuno in infradito e qualcuno con la patta dei jeans aperta, i romani sono scappati via dopo il pranzo per vedere la partita – ‘cazzo, a sapere che sarebbe andata a finire così saremmo potuti rimanere tutti assieme a far delle chiacchiere’ – mentre qualcuno è rimasto a fare due passi per digerire e godere dei salutari 40 gradi del primo pomeriggio. Ne facciamo un altro, vero?

unavoceacaso
Ma per dio, avete idea di quanto sia difficile spostarsi da Buguggiate? Quando nella mail dicevo che per me qualsiasi posto per il pranzo valeva lo stesso intendevo dire che, a meno che si fosse fatto nel giardino di casa, avrei avuto comunque problemi a muovermi. Bologna equivale ad Atlantide quando abiti a Buguggiate. Insomma il viaggio totale da 4 ore e qualche quarto d’ora ha compreso, nell’ordine, macchina – treno – metro – treno – bus – piedi. Piedi, come già detto da Irene, che mi hanno portato da un capo all’altro della città sotto una quarantina di gradi in venti minuti mentre pensavo alla bellezza della parola “bisettrice” e al desiderio delle sostanze “acqua” e “tortelloni”. Il mio arrivo all’Osteria invece fa pensare ai già presenti che non avranno più occasione migliore per usare la parola “trafelato”, oltre a “stronzo” per il mio ritardo, invece tutti sorridono.
Che bello. Vengo premiato per l’impegno quindi messo a capotavola di fianco alle uniche due donne presenti, Melissa e Irene, che andrebbe premiata a sua voglia per il coraggio di abbracciarmi fortissimo nonostante il sudore (mio).
Credo di non spoilerare niente dicendo che il pranzo va che si mangia, si parla e si ride. Posso aggingere poco e un’altra cosa già detta è che l’aneddoto di Emiliano su Sara Tommasi monopolizza il pranzo quanto quelli di Ale e Irene rispettivamente sui raduni di vampiri e di tumblr monopolizzano il gelato postprandiale.
Valutate le categorie Partecipanti, Argomenti trattati, e Costumi, la classifica è la seguente: raduni JunkiePop > raduni di vampiri > raduni di tumblr.
Davide ne facciamo quanti ne vuoi ma d’autunno a Buguggiate, vi prego.

La differenza tra qui e il resto

Iniziamo così, con quella che per molti può essere giudicata una mossa azzardata, impopolare, ridicola.
Per molti, per me e per molti di qua dentro no, ce ne sbattiamo.
Fate una statistica, se avete un account twitter guardate quanti followers perdete se nominate Tiziano Ferro. Fate e capirete meglio quello che intendo.
Fatto sta che a me Tiziano Ferro piace, e in maniera smodata anche. All’inizio lo sopportavo poco, Rosso Relativo, la quasi cover di R Kelly (chiamiamolo quasi plagio, volontario o meno), in più stavo con una ragazza che si chiama Paola, ed era diventato un refrain al tempo che scatenava le maledizioni. Tipo non si iniziava un discorso che non usciva fuori Paaaaolaaaa ooohh Paooolaaaaa.
Da lì Tiziano Ferro per me è cambiato, e come per tutti credo sia cambiato con Sere Nere e con Non me lo so spiegare, era ancora un cantautorato in linea con la classifica italiana, pronto all’uso, ma almeno con melodie quasi internazionali, incastri di parole che avevano poco a che fare con la scrittura dei testi in italiano e poi veniva da Latina, e aveva (ha) come mito il fratello più piccolo. Uno differente insomma, non uno di quelli che dice di essere meglio dei Beatles, per dirne due a caso.
Uno che stava al posto suo, non inondava i social network (che ancora non erano così presenti, ma anche ora che lo sono non lo fa, non li inonda, non li usa proprio, che è una mossa di marketing suicida ma che è in linea col personaggio).
Poi le chiacchiere da sottobosco sulla sua vita sentimentale, sulla sua sessualità, per inciso becere, l’unica cosa per cui noti indie blogger nominavano Tiziano Ferro, perché si sa, mai dire che mi piace, prenderlo per il culo perché è gay AH! sai le risate.
A me non faceva ridere, non ha mai fatto ridere, ho sempre pensato che la sessualità è una roba di una persona che non va sindacata, mai (o perlomeno non adrebbe giudicata).
Poi l’outing, con un libro, che per un momento ho avuto il terrore monopolizzasse tutto il discorso “Tiziano Ferro” da lì (un anno e qualcosa fa) a venire.
Essere una pop-star e dichiarare la propria sessualità all’apice della carriera è una cosa non semplice, anche qui quasi suicida eppure eccolo lì, ancora Tiziano Ferro che stupisce.
Nel frattempo altri 3 dischi, con canzoni splendide, ballate per lo più (e per me lo fa perché dal vivo è quello il suo impatto, quello sa fare, quello fa, e non scassa i coglioni come Bublè) tutte capaci di far venire i brividi già solo a leggere il titolo. Sentirle poi a tratti era passare dal balsamo alle unghie nella carne ma è quello che conta, l’impatto, la voglia di emozionare.
E anche qui i testi incastrati, i giochi di parole, il dire in maniera totalmente diversa quello che molti provano a dire, e quasi nessuno ci riesce, con quella intensità.
Sai che in ogni disco di Ferro, a un certo punto, ce ne sono almeno sei di canzoni così, ed è quello che aspetti, compreso l’ultimo L’amore è una cosa semplice, un titolo bellissimo, un disco orientato (mi sento di dire) al fare un passo più in là (io per inciso avrei escluso il pezzo samba bossanova e il brano da quasi crooner, perché sviano un po’ il discorso) al suono internazionale, Coldplay e U2, per dirne uno.
Chitarre e cassa a quarti, quasi dritta. Non un cambiamento radicale se sotto rimane sempre il concetto di emozione, sempre tantissima e il senso di arrivare dritti, arrivare prima e colpire forte e al petto.
A tratti riuscitissimo (l’inizio è una bomba) a tratti no (ma nei dischi internazionali ci sono i cosiddetti filler, e questo conferma la mia teoria), è un disco che non ti delude, ti fa tornare indietro per risentire le frasi, se erano belle e importanti per come le avevi capite, ti fa incastrare sulle tracce. Ti fa tornare sedicenne.
JunkiePop quest’anno comincia così, nella maniera forse più impopolare per molti. Dicendovi che Tiziano Ferro, oggi come oggi, in Italia, in quello sport lì non ha neanche un rivale che possa arrivare in seconda posizione. Tiziano Ferro è quello che ad uno che sente accacì, punk, hip hop e post rock ha sventrato il cuore, e da subito.
Uno di quelli a cui non bevendo offrirei, se beve una birra, anche a distanza, anche se non sarà mai, solo per dirgli grazie.

Che ce frega de Bob Dylan noi c’avemo AWK

Come il Subterrean Homesick Blues, ma al quadruplo della velocità con tanto (poco) senso dell’estetica, insomma torna Andrew Wk che fa Andrew Wk (e quindi non roba con Baby Dee o al pianoforte) con il tema portante del World Snowboarding Championship, Go Go Go Go.
Sia messo agli atti che su questo sito tra chi ci scrive I Get Wet è stato disco del decennio.
E sia messo agli atti che la mia venerazione arriva ad indossare questa maglietta qui. Ho anche testimoni

\m/

E già, noi siamo ancora qua (Pearl Jam, vent’anni dopo)

Emiliano Colasanti è sicuramente il miglior scrittore di musica che conosco (diverso per me da giornalista musicale) con lui ho condiviso 4 anni di radio spalla a spalla, siamo diversi, sentiamo musica quasi diversa e molto spesso non la vediamo allo stesso modo, anzi. Ma quando mi ha proposto di andare a vedere PJ20 non ho esistato un secondo, perchè la persona con cui vederlo per me era lui.
PJ20 è il film documentario sulla storia dei Pearl Jam girato da quel fregnaccione di Cameron Crowe, uno che da questa parti a botte di stereo sopra la testa, Free Fallin cantata in macchina, e pugni al cielo si è scavato un buco nel cuore di chi scrive.
I biglietti erano esauriti, poi oggi (ieri ndr) Emiliano mi dice che c’erano tre posti liberi non so come e alla fine siamo riusciti ad andare. Io avevo una camicia a scacchi, e me l’ha comunicato mentre ero in riunione. Siamo andati. Questo è quello che ci siamo detti, prima, durante e soprattutto dopo. Questo post lo leggerete in contemporanea qui, ora e/o su Stereogram

Il film, per chi se lo chiedesse, è bellissimo. Catartico e molto probabilmente unico.

Giorgio: Uscire dal cinema avendo idea di avere visto qualcosa che ti aspettavi succede abbastanza spesso.
Il fatto di uscire da una sala e avere visto vent’anni di vita, ricordi, brividi, sensazioni, un po’ meno. Nel bene e nel male, i Pearl Jam sono per noi (parlo per me ma anche per te) un gruppo generazionale. Forse IL gruppo generazionale. Quello con cui siamo cresciuti e da adolescenti diventati uomini. PJ20 è forse per questo un film soprattutto per quelli come noi. Che avevano la rabbia giovane nel ’92 e che è diventata altro.

Emiliano: Pensavo che questo film mi avrebbe fatto sentire solo un po’ più triste e malinconico, e invece l’unica cosa che sono riuscito a provare durante la visione è stata gioia immensa. Una gioia strana, difficile da definire, figlia del distacco, probabilmente. Il distacco che ti fa guardare con occhi diversi, più leggeri, anche pezzi di vita che ricordavi più pesanti, gravi. È vero quello che dici: i Pearl Jam sono stati un gruppo generazionale, anche se non l’unico. Sicuramente sono stati molto importanti per me, in una maniera che faccio quasi fatica a razionalizzare. Io non riesco più ad ascoltarli nel modo in cui favevo una volta, si sono ancorati a un pezzo della mia vita e in qualche modo sono rimasti lì. Ma ci sono sempre, e non se ne vanno.
In questi giorni ho pensato molto all’invadenza del passato sul nostro presente musicale, per via di Simon Reynolds, e ha ragione lui quando dice che è più bello vivere nel presente. Innamorarsi è meglio che ricordare un amore, eppure col tempo che passa anche certe ex fidanzate che hai odiato profondamente finisci per guardarle con occhi più dolci. I Pearl Jam sono un grande amore che si è trasformato in una grande amicizia, una cosa del genere. Mi ha colpito molto, guardando il film, il ruolo centrale che la morte ha avuto nella loro storia. Sono nati da una morte, quella di Andy Wood, poi c’è stato Cobain e la tragedia di Roskilde. Sono la reazione a un lutto, ma una reazione felice.

G: A me ha stupito (o almeno capire che quella sincerità delle canzoni fosse vera) vedere la commozione, oggi, vent’anni dopo per la morte di Andy Wood, per quella di Cobain e per le piccole cose, come quando Eddie Vedder ricorda l’inizio della sua amicizia con Ament.
Ecco: PJ20 è un po’ la Polaroid di quel cuore di pastafrolla che abbiamo sempre avuto e magari abbiamo fatto finta di avere nascosto da qualche parte. Più in bella vista di quanto pensassimo.

E: Credo sia sempre per via di quelle perdite che hanno segnato la loro storia umana e di gruppo. La chiara consapevolezza degli equilibri precari che tengono in vita certe cose, le band, il successo, le amicizie, unita al terrore di dover affrontare di nuovo certi lutti. A me ha colpito molto Gossard nel commento alle folli scalate di Vedder durante i concerti, e ancora di più lo sguardo di Ament che suona il basso fissando il soffitto a cui Eddie Vedder si è appeso, la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro. E invece resistono. Magari un po’ acciaccati, ma resistono.

G: Che poi, voglio dire, basta vedere le immagini per non farli sembrare lo stesso gruppo di vent’anni fa. Un punto chiaro c’é stato, nella loro vita, in cui si é deciso di non diventare uno stereotipo rock alla Stones. Anche loro hanno avuto tragedie simili, ma hanno deciso di esorcizzarle col carrozzone.
I PJ ora sono un gruppo che se ha bisogno prende 4 sedie e fa 3 pezzi da seduto.
L’unica domanda che ho da vent’anni al riguardo è: ma Vedder ha uno stock di magliette marroni?

E: Io conosco un tizio che ha solo camicie nere. Tutte uguali. E no, non è fascista e non è neanche Johnny Cash, anche se forse vorrebbe esserlo.
Mi ricordo quando sono andato a vederli a Verona, era il tour di “Binaural” e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ormai non saltano più sul palco, non sono più come prima” ed è stata una sensazione positiva. Sono cresciuti con noi in qualche modo, anche se forse a un certo punto si sono fermati. Io sono un grande fan della fase centrale della loro carriera, di “Vitalogy” e “No Code”, quella in cui, almeno a giudicare dal film, Vedder ha strappato lo scettro del comando a Stone Gossard, prima di passare alla democrazia degli ultimi tre dischi, in cui tutti scrivono tutto.
Sento la mancanza di un loro vero e proprio album della maturità, anche se probabilmente l’hanno già fatto e ormai pretendo troppo. Ma Mike McCready? Ci sono delle volte in cui il suo modo di suonare mi manda il sangue alla testa, quel modo di fare gli assoli di chitarra, altre in cui lo adoro e basta. E non so spiegarmi il perché.

G: Mike McCready è a occhio il rocker vero del gruppo. Quello che ragiona sull’attimo rock del live e delle canzoni. E che lo rende vivo.
Io ci ho messo 20 anni a capire che sul primo disco (anzi forse fino a “No code”) c’era quella logica delle dueling guitars figlia degli anni ’70.
Forse qualcuno lì in mezzo è un fricchettone (vero Stone? Vero Jeff?), McCready è uno che, come dice Cornell, rende possibili e non noiose canzoni di 11 minuti con 7 di assoli.
E le chitarre dei PJ, soprattutto nel film, sembrano così lontane, ma in fondo così tanto vicine.
I PJ sono un gruppo di amici, veri. Parlo di loro 4. Ché per me la storia del batterista è quella più bella. Ma è quella anche di un pezzo di gruppo che racconta una storia a sé.
Il cuore del gruppo, come dicono loro. Loro 4 sono l’intestino nella buona e nella cattiva sorte. E questo si sente. E si vede.

E: Che poi Matt Cameron in quella band c’è sempre stato, era nel primo demo, la cassetta spedita a San Diego. Ormai è il batterista più longevo della storia dei Pearl Jam. Sono cinque in tutto e per tutto, anche se io non riesco ancora ad abituarmici (nei Soundgarden mi piaceva tantissimo).
Io ho sempre avuto un debole per Jack Irons, un batterista punk, minimale, dentro un gruppo massimalista in tutto. Mi piaceva il suo modo “secco” di suonare, quasi alla Ringo Star. Non ho mai capito, invece, la passione che tutti hanno per Abruzzese. Ma a te non ha impressionato la scena del concerto, forse a Philadelphia, non ricordo, dove Vedder impazzisce con la security e di colpo cambia il suo modo di stare sul palco? È come se in quel momento avesse deciso di farsi carico di responsabilità che pensava di non dovere avere. Tutto quello che è arrivato dopo, il rapporto controverso che ha con la sua fama, credo parta proprio da lì. Poi vabbè, tutti si stracceranno le vesti per il lento ballato con Cobain (in sottofondo c’era Clapton che suonava Tears in Heaven) ed è bellissimo quello che dice Stone Gossard: “Le sue critiche ci hanno reso quelli che siamo”. Chissà se è stato lo stesso anche per Blur e Oasis, Beatles e Stones, Negramaro e Modà…

G: No in effetti anche loro lo dicono (e riportano anche l’idea di Joey Ramone) che Seattle era una famiglia e perdendo qualcuno perdevi qualcuno che conoscevi comunque bene e che era parte fisica della scena, un pezzo importante. Kurt, Andy e Staley. I primi due vengono chiamati per nome, sempre, mai per cognome.
Sul fatto del batterista è vero, alla resa dei conti Irons è quello che sta sul disco (anche “No code”) che preferisco. Abruzzese era uno da prima fase dei PJ, era uno con quella rabbia giovane di cui parlavo prima. Forse con loro sarebbero stati peggio. Forse l’avrebbero cambiato.
Cameron l’ho sempre reputato troppo riccardone (ndr: precisetti) per quello che hanno fatto i PJ. Senti Alive oggi dal vivo e la senti pulita.
A proposito, il Kennedysmo di Crowe mai poteva essere più alto che in questo film.

E: Crowe potrebbe superarsi solo girando un documentario sulla carriera di Veltroni. Credo fosse Johnny il Ramone stupito per i rapporti tra Soundgarden e Pearl Jam: “Noi a New York gli altri gruppi li odiavamo!”
Gli Alice in Chains però nel film non ci sono quasi mai, mi ha un po’ stupito questa scelta. Invece, molto bella l’immagine di Cornell che sprona Eddie Vedder e ne intuisce il potenziale prima dello stesso Vedder e di tutti gli altri. Ne esce benissimo Cornell, pensa che mi stava sul cazzo anche quando mi stava simpatico.
Mentre forse il Pearl Jam che preferisco è Gossard, me ne rendo conto da quante volte l’ho nominato. Fantastico lo spezzone in cui Cameron Crowe gli chiede di mostrare delle memorabilia e lui in casa ha solo una tazza sporca, qualche dvd, i dischi che ha recuperato da un amico per ripassare le canzoni e un Grammy buttato in cantina a prendere la polvere, tanto: “C’è Jeff Ament che conserva tutto, mi basta mantenere un buon rapporto con lui e potere andare a casa sua per avere accesso all’archivio dei Pearl Jam”. Lo capisco, Gossard, meglio vivere così che affondare sempre nel proprio passato, anche se il passato è presente. Pensa che io un po’ mi sento in colpa a stare ancora qui a parlare dei Pearl Jam, ma hai ragione tu: non sono rimasti prigionieri di loro stessi, sono cresciuti sotto gli occhi di tutti. Sono diventati vecchi con noi. Siamo vecchi?

G: Uh, se lo siamo. Anche se forse la pelle d’oca che ho avuto per tre quarti di film (e forse anche tu) dice il contrario.

E: Non so se chiamarla pelle d’oca. Non so come chiamarla.
Per tutto il film ho pensato a una porta che si chiude. Al capitolo finale. Una cosa del tipo: “Ciao Pearl Jam, è stato bello fare tutta questa strada insieme, ma forse è arrivato il momento di dividerci per davvero.”
Ma tanto lo so che annunceranno un nuovo tour e staremo di nuovo lì sotto, a cantare e urlare. Siamo fatti così, non ci possiamo fare niente.

Texas forever

Life is so very fragile. We are all vulnerable. And we will all at some point in our lives fall. We will all fall. We must carry this in our hearts. That what we have is special (Coach Eric Taylor)

Difficile l’idea di sentirsi solo. Difficile l’idea che il sentirsi solo è perchè chiudi una serie tv.
Friday night lights però non è “un’altra serie tv”. Friday night lights è quella cosa che stabilisce cosa è giusto o meno nella vita di una persona, in un determinato momento.
La breve sinossi, brevissima, è la storia di 5 anni di carriera di un allenatore di football americano liceale, della sua famiglia, del Texas e di ragazzini di 17 anni. E di qualche adulto.
Capire dove vado ad infilarmi io, che figli non ne ho, allenatore non lo sono (anche se ho sempre sognato di), e soprattutto di anni ne ho più del doppio di 17, è difficile, quasi impossibile.

La cosa per cui parlano giustamente tutti di Friday night lights è la colonna sonora, che è una specie di esercizio di namedropping dell’indie alternativo degli ultimi vent’anni: Explosions in the sky (che prestano il tema portante), Sufjan Stevens, Sparklehorse, Daniel Johnston (con una sua cover), Scott Matthews, Fink, Iron and Wine e potrei andare avanti per altre venti righe, ma cadrei vittima del namedropping di cui sopra. L’idea è, presente una scena di partita di football col post rock anzichè i Nickelback? Non ridete, se vi capita usate il tubo, poi mi dite.
Questo è l’aspetto che vi diranno tutti, come primo. E chi sono io per essere diverso da tutti.

La cosa vera di Friday night lights, é il naturale affetto per ogni singolo personaggio, nella sua semplicità, nella sua incoscienza e nelle sue debolezze.
Ognuno ha avuto 17 anni e sa cosa vuol dire essere un perdente, un emarginato, avere una cotta non corrisposta che lo fa soffrire come un cane e avere una correttezza, una linea educatrice e morale da seguire. Difficile. Anche solo a pensarci e scriverlo.
Friday night lights è quella cosa che in 5 serie che in 75 puntate di 40 minuti l’una racconta queste storie, quelle banali domestiche e quelle brufolose e tracotanti di chi affronta la vita come un trentenne.
I dolori delle perdite e di quello che viene tolto, la naturale conclusione di storie nel bene o nel male, le sconfitte nella vita e quelle sul campo, il rialzarsi e il non riuscirci.
La sconfitta come catarsi e la vittoria come riscatto, come una seconda possibilità.
L’affetto, insomma, è la soluzione sotto la riga finale, come per gente di famiglia. Forse di più.
Questo è quello che manca, che mancherà e che lascia dietro una serie (bellissime tutte, la seconda un po’più debole per lo sciopero degli sceneggiatori) come questa.
Ah dimenticavo, la cosa più importante che lascia (è mio).