United by life

Due parole sui Rival Schools non bastano. 202 neanche. Cercherò di non essere prolisso e di infilare meno possibile gli affari miei in questa lunga storia.
Ho due magliette che mi porto dietro da dieci anni, solo quelle due. Una è dei Tool e la prima bruscata che ci ho fatto sopra a momenti si portava via una aritmia al mio sistema cardiaco, l’altra è blu ed è col logo giallo di United By Fate, finto esordio dei Rival Schools. Diciamo che con quella maglia ho vissuto i primi cinque di questi dieci anni, e gli ultimi due. Per tre anni è stata in un contenitore di plastica sotto a un letto.
Con me che pensavo ad un certo punto di averla persa, magari l’ho lasciata a casa di quella e magari il suo nuovo convivente la mette come fa con un altro paio che ho lasciato lì. *
Che la gente ha comunque buongusto, se non nella vita almeno a vestire.
I Rival Schools sono stati qualcosa che in momenti come questi (e come quelli) sono stati da vestire, in tutti i sensi e parlo di me. Del resto del mondo non me ne frega molto.
Fatto è che non parliamo del gruppo della vita in senso canonico, come i Beatles, per dire, ma di un gruppo che il destino sembra fartelo apposta di tirartelo fuori a cavolo, nei momenti più disparati. E neanche ci fai caso subito ma dopo. In un certo senso ilgruppodellavita (o “uno dei” come gli AC/DC per dire), quelli che ci sono stati e non te ne sei neanche accorto.
Metti quando un mio amico partiva per lavoro per Milano e gli regalai United by fate, metti l’unica volta che noi i giovani di Spoilerin siamo stati nello stesso posto per un giorno, Matteo Valido aveva messo la maglietta dei Rival Schools.
Certo non sono i segni dei Maya e della fine del mondo ma sono segni miei. Con quel cerchio così retrò e quel ragazzo e quella ragazza che corrono per mano.
Io non so se mi spiego e mi faccio capire se dico che ad un certo punto parlare del nuovo disco Pedals sia quasi diminuitivo almeno per me. Non perchè sia meno che bellissimo (lo è, bellissimo) ma perchè quanti gruppi puoi dire di averti steso di avere sentito 5000 volte su disco, a repeat (e il nuovo vive la stessa sorte, come lo split con i onelinedrawing, come united by fate, come quello che non è mai uscito) per ricordarti che se c’è qualcosa, qualcuno, che ha inquadrato quello che volevi dire per come lo volevi dire puoi essere tranquillo che esiste, c’è.
Che insomma Undercovers On è una canzone che negli anni ha fatto bene e ha fatto male ma rimane Undercovers On e che dieci tracce bastano per cercare la nuova che farà bene e farà male. Anzi no, neanche dovrai cercarla, perchè verrà lei a trovare te.
Ecco perchè i Rival Schools, ecco perchè Pedals è qualcosa per me talmente oltre da essere sopra qualsiasi giudizio, mentre il mondo magari cerca di non fare altro

*per inciso (hai visto mai che qualcuno sia suscettibile) con la persona in questione io non ho mai convissuto.

Volere bene

è nel momento in cui ho letto che un malware aveva infettato questo blog che ho visto le sfighe di un mese e mezzo sbattere la loro coda veementemente.
Più facilmente mi sono reso conto che volente o nolente io a questo posto, al pensiero di perderlo, di ricominciare da capo e magari lasciarlo alle cazzo di foto Justin Timberlake con i Neptunes che portano la sfiga dentro, beh io voglio un bene grande così.
Presente quando il film sembra finito ed era solo il primo tempo?
ecco.

Caro Silvio Berlusconi

Caro presidente del consiglio, questa è forse l’unica lettera che le arriverà in questi giorni che 1) non le auguri qualcosa di male 2) che scriva “forza silvio vai avanti così”.
La mia, è una semplice constatazione, lunga vent’anni ma alla fine giunta a una tesi finale.
Io la ringrazio.
La ringrazio di aver fatto capire veramente a tutti, slogan elettorali a parte, cosa sono veramente gli italiani. Ce l’eravamo un po’ scordati dopo il ventennio, la seconda guerra mondiale e l’epoca dorotea. Gli italiani sono un popolo di vacche, neanche tanto floride e anche un po’ sceme. Non tutti, certo, ma sopra il 60% sì. Dovrei rammaricarmene? No presidente, perchè mai? Leggo fumetti e anche lì ci sono i Pippo, i Jonah Jameson, insomma, non si può essere tutti Spider Man. Sai che noia poi.
Uno dei modelli degli italiani è Totti, un altro è Belen Rodriguez, un altro ancora Corona. Per finire lei, presidente. Si immagini una foto presidente, vi vedete in formazione tipo squadra di calcio? Metà in piedi metà accovacciati. La Belen accovacciata e vicino a lei, così si capisce chi è il vero maschio dei tre.
Pensi che le vacche sceme aspirano a diventare Totti senza saper giocare a pallone e parlando come lui, Belen rifacendosi le tette e Corona vestendosi come un pappone di dubbio gusto. E come lei andando in giro a dire “meglio un figlio morto che frocio. Io col pisello mio ci schiaccio le noci. Io quella me la sono fatta, lei la su’mamma e la su’sorella. E viva il Milan”. Scusi se la taglio qui ma non basterebbe un blog per breviario.
Io la ringrazio presidente perchè lei dicendo che “è meglio guardare le belle donne che essere omosessuali” mi (ci) ha dato uno slogan. E non uno slogan da partito, uno slogan per andare avanti di fronte a tutto questo (sempre per chi magari invece di sentirsi una vacca scema si sente una vaccapunto).
Io sono meglio di lei. Io sono meglio di tutto questo.
è qui che lei ha scritto la sua sconfitta Presidente. Non elettorale certo, ma più importante. Quella morale.
Per quelli come me, disillusi da un cambiamento politico e sull’orlo dell’annientamento beh, fino all’altro ieri era dura, davvero. Ci si poteva appigliare al calcio, al 2012, a rifarsi la tessera alla videobank e sfondarsi di porno.
Poi quella sua frase “meglio le belle donno che essere omosessuali”.
Erano anni, anni, che una frase non mostrava che il re viziato e vizioso era un essere umano, ormai preso dai deliri di onnipotenza, lontano dalla realtà. Craxi la disse nell’hotel Rafael con la gente pronta a tirargli 500 lire e a sventolargli le famose mille al grido di “vòi pure queste, Bettino vòi pure queste”. Craxi disse “questo è il popolo”. Le vacche sceme secondo lui, le vacchepunto, secondo me che ero lì.
Lei mi ha dato una speranza Presidente Berlusconi, che io sono meglio di tutto questo, io sono meglio di quello che fa 20 gol a campionato e tromba la Belen. Io sono meglio di razzisti e omofobi come lei e la stragrande maggioranza delle vacche sceme. Io, presidente, ce la faccio da solo e non chiedo aiuti a nessuno, e soprattutto non cerco scorciatoie, non uso telefonate per fare pressioni, aiuto gli amici ma per cose semplici, se gli si scarica la batteria o sono giù per altri motivi, io non picchio e non voglio vedere morto chi la pensa differentemente da me.
Una delle persone a cui voglio bene è una giornalaia che la vota, pensi un po’. E ha anche conosciuto la mia ragazza.
Io, presidente del Consiglio, sono meglio di lei. E ora lei può anche restare anni dove è, ma questo, Lei, non potrà mai cambiarlo. Grazie per avermelo fatto capire.

Forse il titolo non serve

Ci sono dei momenti in cui a occhio e croce la massima idea che ti balena in testa è che non ci stai capendo un cazzo. Non intendo un cazzo “di qualcosa” ma un cazzo “della vita” e piacevole è forse l’ultimo aggettivo che si possa mettere vicino allo stato d’animo. La prima volta che è successo a me non lo ricordo, davvero (e non è una voglia di fare l’incasinato, ma davvero non so dove sia cominciata sta roba qui) ma so l’ultima, me la ricordo bene. Ed era il primo giorno di febbraio di quest’anno qui. So che ero su un treno e che arrivavo in mattinata a Roma Termini, e so che avevo un numero di cellulare su una mail sempre sullo stesso cellulare di quella che a conti fatti è la migliore amica che ho. Scendo dal treno e chiamo.
Spiego la situazione e da quella persona vado una volta a settimana, da due giorni dopo quel punto e prima di andarmene lascio sul tavolo sessanta euro. Qualche coglione magari farà la battuta ora, ma vado oltre, come fai con le merde per strada, le vedi, le scavalchi. Io so che avevo paura, che fosse una cosa lunga, che non fossi pronto, che non avrei parlato e non avessi la forza di portare a termine la cosa e che non ne sarei mai uscito. Ne parlai con una grande amica a Londra, mi rincuorò a metà e quel a metà mi fece bene da un lato e male dall’altro.
Ero con i piedi, le ginocchia e l’inguine nella peggiore situazione di tutta la mia vita eppure per la prima volta avevo deciso di non turarmi il naso ed andare giù a candela ma di provare ad andare verso una riva. La cosa brutta di una situazione così è che metti in conto delle buche che non vedi, la corrente e una cascata di merda che ti piove dal cielo anche senza una nuvola. La cosa buona è che sei così disperato che non fa niente e vai avanti, perchè forse è l’ultima cosa che fai prima di rinunciare ad essere una persona decente.
Per te, non per gli altri.
Mi sono sempre detto “Giò a te (ti) fottono le canzoni tristi”, in quel momento avevo capito che mi stavo fottendo da me. In ogni posizione immaginabile. C’è che da una parte c’era la paura di perdere qualcosa di grande e dall’altra l’essere fatti così a cazzo dal non sapere altro che fare di tutto per perderla. E forse questo è rendersi conto di cosa voglia dire amare qualcuno e di “fare di tutto” per qualcuno.
Questo per me ad oggi è “di tutto”, lo è anche ora che dopo 8 mesi si passa sopra a tutto ma non sopra al fatto che si è sputato sangue veramente, e da soli, senza coinvolgere nessuno per arrivare a quella riva.
Ci sono quasi ma la vedo bene. Non so se profuma o è inodore ma almeno non è la melma dove stavo piantato mani e piedi.
C’è che per quanti difetti possa avere V for Vendetta ha una cosa bellissima, i titoli di coda. Ed io non me li ricordavo più.
C’è che ora Street fighting man la sento.