Top Concerti 2013 – ale-bu

Quando mi sono trovato a pensare alla classifica dei miei dischi preferiti del 2013, mi sono reso conto che praticamente gli unici dischi che ho comprato quest’anno li ho presi ai banchetti di concerti vari. Con l’eccezione di una copia di Rockmantico di Camerini che continua a saltare presa usata a 3 euro al Libraccio.

A questo punto forse era meglio raccogliere i concerti più belli piuttosto che mettere in ordine a casaccio i pochi dischi capitatimi tra le mani.

Tra l’altro, qualche tempo fa, uscendo da un concerto dei Radio Days durante il quale un amico si era lamentato ininterrottamente dall’inizio alla fine, Chiara mi ha fatto una domanda che mi ha lasciato un po’ spiazzato. “Ma perché tu e i tuoi amici andate a vedere e rivedere Nmila volte gli stessi gruppi” e (corollario A) “in particolare perché lo fate con dei gruppi che nemmeno vi piacciono?”.

Per un attimo ho cercato di mascherare l’imbarazzo e articolare una risposta plausibile, possibilmente priva della parola proibita di cinque lettere che inizia per SCEN e finisce per una vocale che taccio per evitare indizi troppo chiari.

La famosa risposta plausibile non l’ho trovata. Con gli anni è diventato semplicemente la normalità, complice il fatto di avere gli amici di sempre che condividono su per giù questo modo di vedere le cose. Nella stragrande maggioranza dei casi una volta arrivato là trovo qualcuno che conosco, spesso è direttamente il gruppo sul palco, si scambiano 4 chiacchiere e alla fine una birretta bevuta guardando qualcuno che suona è meglio della stessa birretta bevuta senza qualcuno che suona.

Per questo, tante piccole cose viste dal vivo durante l’anno scivolano via, alcune più piacevolmente altre meno, ma fanno parte delle serate normali, come pizza&birra, cinema&bounty o risiko&bestemmie.

Altre invece rientrano nei “concerti dell’anno”, quelli che torno a casa contento e tendo ad etichettare subito come “TOP 5 dei concerti di sempre”. Se dovessi dare retta a tutto quello che dico sull’onda dell’entusiasmo, le mie top 5 di qualsiasi cosa avrebbero almeno 750 posizioni.

In ogni caso, questi sono quelli che mi sono piaciuti di più.

[EDIT: ho dimenticato i Blur in Arena. Mannaggiaammè. Mi merito un sacco di brutti sogni con protagonista il cartone del latte umano.]

Il Buio e Caso | Dappertutto

Li ho visti talmente tante volte che sono il mio “concerto a puntate” del 2013. L’oceano quieto e La linea che sta al centro sono i miei dischi preferiti dell’anno e mi dispiace solo non essere riuscito a vederli in una situazione “di entusiasmo” che rendesse giustizia a quanto si meritano.

* per non fare torti a nessuno scelgo un pezzo de Il Buio che fa una cover di Caso.

Amanda Palmer & the GTO | Factory (Milano) | 9/11/2013

Tutta la differenza che c’è tra il “fare la Diva” e “l’essere una Diva”. E visto che l’hanno lasciata suonare solo due ore ha pensato bene di chiudere con un po’ di Ukulele nel parcheggio, alla faccia della sicurezza di quel posto orrendo che è il Factory e dei suoi “allontanatevi grazie che adesso c’è la discoteca”. Ovviamente io mi ero allontanato.

Masked Intruder, Sugus, Kepi, Nobunny etc etc | Rotterdam Riot | 20/4/2013

Il disco Masked Intruder è stato uno di quelli che ho ascoltato di più di tutto l’anno scorso. Perdere l’occasione di vederli dal vivo visto che erano in Europa mi spiaceva un po’. E poi dicevano che Rotterdam non fosse male. Loro sono una bomba. La gente impazzita. Il festival fighissimo. Rotterdam invece fa un po’ cagare, e non sono neanche riuscito a vedere il porto.

mintruder

Dinosaur Jr | Bloom (Mezzago) | 15/2/2013

Hanno suonato il 15. Sono rimasto semi-sordo fino al 17. Con un sorriso da ebete.

djr

The Sensibles Release Party | Lo-Fi (Milano) | 12/10/2013

Il disco dei Sensibles mi è piaciuto talmente tanto che ho fatto il cavernicolo nel loro video. E il release party è stato divertente. Tanto divertente.

Giuda | Lo-Fi (Milano) | 21/12/2013

Così tanta gente al Lo-Fi presa così tanto bene non l’avevo semplicemente mai vista. Loro sul palco sono uno spettacolo. Pure Pallotta è andato a vederli a New York.

giuda

Pixies | Alcatraz (Milano) | 4/11/2013

Ho aspettato che ci fosse Kim Shattuck per vederli la prima volta. Ora che non c’è più Kim Shattuck posso dire che sono a posto così. E a Milano hanno comunque fatto un concerto della madonna, senza una pausa, senza un attimo di calo.

pixies

The BellRays | Magnolia (Milano) | 31/7/2013

Ha più voce che capelli. E i capelli sono tantissimissimi.

bellrays

El Vez | Edonè (Bergamo) | 15/6/2013

Lui è “the Mexican Elvis”. Serve altro?

elvez

The Leeches | Arci Demos (Talamona) | 14/9/2013

I Leeches a due passi da Morbegno. E due dei miei migliori amici di sempre che si divertono un sacco e tornano a casa stringendo le magliette. Anche la Valtellina loves The Leeches.

leeches

The Dopamines + Mikey Erg | Blue Rose Saloon (Bresso) | 24/4/2013

Perché i concerti di Mikey Erg spesso finiscono così (prendo in prestito un video del Crossbone perché si capisca meglio quello che voglio dire).

Gamits | Blue Rose Saloon (Bresso) | 29/5/2013

A me continuano a piacere molto. Come direbbe il mio amico Aro, sono bravi e hanno i pezzi. Last of the Mullet su tutti.

gamits

Offlaga Disco Pax | Carroponte (Sesto Sg) | 14/7/2013

“Benvenuti nel 224esimo anno dell’era giacobina.”

odp

The Thermals | Bastione Alicorno (Padova) | 11/10/2013

Concerto un po’ sottotono. Suoni un po’ oltre il limite. Però il posto era bellone. E Kathy è sempre Kathy.

thermals

Adam Green | Carroponte (Sesto SG) | 30/5/2013

Sarebbe stato molto più in alto. Ha anche intonato “Mi ritorni in mente”. Poi ho scoperto del tour con Francesco Mandelli. E mi è scesa la poesia. E non gli metto neanche la fotina.

Tutte le foto le ho fatte io ai concerti. Perché sì, sono uno di quelli che il telefonino lo tira fuori e rompe il cazzo a quelli dietro per portarsi a casa un ricordo in più. Prima o poi imparo anche a farle decentemente.

Metti una toccata e fuga a Milano e Ellie Goulding (e la gente bellissima dentro)

E’ una di quelle classiche cose per cui se te lo dicono “guarda che sarà così” te passeresti ore a dire “ma no ma dai” e oh, alla fine è così.
Io mai nella vita pensavo che mi sarei mosso, in trasferta a Milano per vedere Ellie Goulding. Il me di qualche anno fa si è mosso per qualche concerto, mettiamo Springsteen, Deftones, Isis, Jesu, Korn (sic), Dredg, Tool, Living Colour (cazzo ve ridete), Tori Amos, Queens of the Stone Age, Lamb, Glassjaw, Interpol poi boh, dimentico sicuramente un bel po’ di roba calcolando festival etc.
Ma Milano / Ellie Goulding alla Snai me lo davano 20 a 1.
Premesso questo alla fine voi potreste dire “questo è matto” eppure mi sono mosso per una che è un po’ la sintesi del disagio pop, una con la voce a metà tra Topo Gigio e gli acuti dei Chipmunks a tratti che però ha un dono, sapere scrivere canzoni (per l’appunto pop) come pochi in questo momento sanno fare. Pop eh, niente di più e niente di meno, non arty pop alla Bat for Lashes, ma proprio quella cosa che batti il piede dimeni i fianchi mandi i ritornelli a memoria, come Robyn per intenderci.
Ellie Goulding sul palco ci sa stare come una che fa maratone, corre salta e si aggiusta i capelli continuamente. Veste in maniera imbarazzante (vabbè che ha gli anni che ha, molto pochi rispetto ai miei trentotto), è sensuale come uno scaldino e tiene le braccia larghe come chi fa pesi. Poi quando parla diresti “cosamidicimaaaai” eppure le vuoi bene anche per questo perché il disagio scorre potente in questa padawan e alla fine infila uno show breve, con pochissimi fronzoli in cui fa quello che una normale artista pop dovrebbe fare, infilare una canzone dietro l’altra, che tanto sono tutti singoli o quasi.
La semplicità di Ellie Goulding è questa, dalla ballad alla Explosions alle strappamutandissime Only You o Anything can happen o Starry Night, la ragazza ha pressochè gioco facilissimo anche di fronte ad un pubblico (e io che chissà perché avessi preconcetti sul pubblico milanese) che canta tutto manco fosse Ligabue dall’inizio alla fine.
Pensavo una cosa fica, come sanno essere le cose pop ma non il coinvolgimento e la totale adozione da parte del pubblico e del live act e soprattutto del personaggio tanto dall’essere a tanto così dalla botta da discoteca insomma.
Gioco facile e bis con I need your love (pezzo di Calvin Harris a cui presta la voce), che se uno lo dice non ci credi, ma è così, manco Ibiza, manco Vasco, sudati, senza voce e con due occhi grandi così.

Battiato live in Monza | Che poi chi le ha mai viste le cavigliere del Katakali?

Quando ero piccolo, ancora a Morbegno, ricordo che sul mobile sopra la televisione era appoggiato un giradischi. Non che venisse usato un granché, in realtà. Però era lì, e se mia mamma non fosse stata una campionessa mondiale di pulizie probabilmente avrebbe avuto anche quell’affascinante velo di polvere che adesso nei negozi vintage ce lo mettono apposta. Col pennellino. Ad ogni modo, nonostante le casse rimanessero spesso mute, di fianco al giradischi c’era una piccola pila di dischi. Venti, venticinque vinili al massimo. Nulla di ricercato. Ma spulciandoli si potevano riconoscere tre punti fermi nei gusti musicali dei miei genitori. C’era una simpatia condivisa per il Celentano del periodo molleggiato. C’era una evidente “più che simpatia” da parte di mio papà per Mina. E poi, per quanto riguarda mia mamma, c’era un non nascosto debole per Battiato.

Per cui, in un certo senso, Battiato in casa mia c’è sempre stato. Ad essere onesto, però, non è che io lo divorassi. Ma quando mi capitava di mettere su una cassetta, facevo una gran fatica a toglierla. Mi ero anche appropriato della Live Collection che avevo regalato proprio a mia mamma quando si era comprata il lettore CD da tenere in cucina. Brutto gesto, col senno di poi. Era una passione malcelata. Come la carbonella alla fine della grigliata. Che magari non la caghi per mezz’ora, ti sembra spenta, ma poi ci appoggi sopra la mano per sbaglio e ti ci bruci comunque. Ecco, magari se fossi meno goffo non mi scotterei con la carbonella, ma su per giù la metafora dovrebbe essersi capita.

Dopo l’infatuazione giovanile, gli anni dell’università hanno portato un momento di distacco. Ma non era nemmeno colpa di Battiato. Era colpa di Sgalambro. Che quando studi filosofia e riconosci che il sogno di passare la vita con un bicchiere di brandy in mano – dico brandy perché fa figo, ma in realtà era braulio – a fissare l’orizzonte in vestaglia e a riflettere sulla natura umana è destinato a rimanere tale, beh, un po’ di antipatia per i filosofi di successo ti viene. Se poi lui neanche ha studiato – accademicamente parlando – e tu ti stai chiedendo per quale ragione al mondo dovresti sapere chi cazzo è Pietro Pomponazzi, te ne viene ancora di più. E allora cominci a dire che sì, vabbeh, ma che roba è Shock in my town? E poi siamo onesti, La cura è un po’ una paraculata. Facilotta.

Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.

Seeee, come no. Facilotta il cazzo.
Poi il moto di antipatia passa, a Sgalambro arrivi quasi a volergli bene, i testi non ti limiti ad ascoltarli ma li leggi e li rileggi, cercando sull’enciclopedia – wikipedia come facevamo senza di te? – chi era Nijinski. E grazie ai tuoi amici cominci a finire tante belle serate bevendo l’ultimo sul balcone della casa della serenità, a meno due, cantando Alexander Platz senza sapere quanto i vicini possano apprezzare. Ma tanto sono i vicini dei tuoi amici, mica i tuoi, e il pensiero ti passa. Allora ti viene da chiederti perché cavolo non ci sei mai andato ad un concerto di Battiato. E scopri che una ragione vera non c’è…una volta la pigrizia, una volta i biglietti finiti, una volta sempre gli stessi biglietti che costano troppo..insomma, spesso e volentieri non decidere è semplicemente più facile che decidere.

L’anno scorso, però, mentre suonava in Villa Reale a Monza e lo ascoltavo in lontananza dal ballatoio di casa mi sono detto: “la prossima volta non si scappa”. E invece quest’anno ho rischiato ancora. Per fortuna all’ultimissimo abbiamo deciso di andare. I nostri 4 biglietti li abbiamo trovati e sulle note di uno spettacolo dei Krisma al limite del surreale abbiamo fatto il nostro ingresso trionfale al Brianteo. Che non è la cornice della Villa ma mica possiamo star qui a fare gli schizzinosi. Mentre cercavamo il nostro posto mi sono cominciato a chiedere cosa mi sarei dovuto aspettare. Ok, c’è la filarmonica Toscanini con lui. Ma la scaletta? Come si fa a ipotizzare una scaletta potenzialmente infinita? E poi i pezzi…come saranno suonati da 35 archi? Shock in my town – e l’ultimo retaggio della mia antipatia sgalambriana – la farà comunque? Per forza? E poi altre 27 domande, che avevano sbagliato a numerare i posti e ci abbiamo impiegato mezz’ora a capire dove dovevamo sederci.

Poi però l’esercito di violinisti&co. è salito sul palco, seguito da un Battiato elegantissimo, in giacca e gilet, con tanto di cuffie, che si è seduto e ha attaccato Stati di Gioia. E tutti si sono zittiti. Tranne quella che si lamentava ogni volta che accendevamo una sigaretta. E poi Oceano di silenzio, Le sacre sinfonie del tempo e una bella Era d’estate di Sergio Endrigo (confesso, me l’ha detto Google via Aro). Sempre in silenzio. Inframezzate da dei minuscoli siparietti che ti fanno dire che alla fine Battiato è anche un burlone. E tollera poco le zanzare.

Poi è arrivata La stagione dell’amore (per inciso, uno dei videoclip più brutti&belli allo stesso tempo di sempre), ed è come se avesse dato il via libera. L’hanno cantata in tanti, quasi tutti. Anche quella della lobby anti-tabagismo. Il resto sono state due ore e 28 momenti – nel senso che ha suonato 28 pezzi in due ore, non per 2 ore e 28 minuti – di “e adesso? e adesso cosa farà? me le farà Alexander Platz e la Prospettive Nevsky?”. Due ore di balletti di classe sul palco, con un paio di mosse che neanche la Marisa Laurito della mossa (cit. @writer_arbeiter). Due ore elegantissime. E cinque minuti di delirio collettivo su Voglio vederti danzare, con lo stadio in piedi a saltare che neanche a Monza – Pisa finale dei playoff per tornare in B.

E lui ha 67 anni e sta sul palco come un saggio che ti prende per mano e ti accompagna durante il concerto. Si emoziona quando canta. Non si nega e a un “Franco sei unico” risponde “Sono d’accordo”. Best quote award della serata. Mi ha emozionato anche La cura, riappacificandomi definitivamente con Sgalambro, che temevo facesse un po’ l’effetto Losing my religion al concerto dei REM (aka bella, bella, ma per una volta non potete saltarla e fare Find the River?) e alla fine ho anche avuto il 50% delle mie richieste soddisfatte. Cosa potevo chiedere di più? (ok, potevo chiedere il 100%, ma sono un morigerato e mi accontento)

Con Chiara, uscendo, riflettevamo sul fatto che in fondo è strano che Battiato abbia un successo così “popolare”. Insomma, non si può dire che sia un artista facile. Anzi, tutt’altro, soprattutto negli ultimi anni. Eppure di fianco a noi una signora sui 60, con gli occhi lucidi, ci confessava “la prima volta l’ho visto nel ’78. Era così diverso” con un misto di gioia e nostalgia. E alla fine una risposta mica ce la siamo data, perché ci siamo distratti andando a prendere una bottiglietta d’acqua a modici 2 euri al baracchino. Però magari ha semplicemente ragione la signora, che si emoziona ancora dopo 35 anni. Magari il segreto è tutto lì.

Poi ci siamo ri-distratti perché sulla via del ritorno 3 macchine (tre!!) si sono fermate a bordo strada, per chiederci cosa stesse succedendo allo stadio. Non erano già ferme. Hanno messo le 4 frecce, hanno accostato e tirato giù il finestrino. “Ueh ragazzi, ma cos’è che c’è al Brianteo? Cosa fa tutta quella gente?”. Per dire quanta mondanità si respiri normalmente da queste parti.

Il mio momento preferito del concerto. Anche se il video pare girato con la webcam. Per dovere di cronaca, Shock in my town alla fine l’ha fatta. ‘naggia!

I got three chords and a f*ck you

Alla fine, se ascolti punkrock et similia in Italia, dal piacentino/parmigiano ti capita di passare spesso. E non solo per mangiare pisarei e fasò.

A Fidenza c’è il Taun, che è uno dei posti più belli che esiste dove guardare/ascoltare un concerto (prima o poi giuro che scrivo la top5 delle mie venues – che parolone, sembra di essere a Santa Monica – preferite). Perché il palco è rasoterra, il concerto sembra sentirsi sempre perfetto anche quando per un qualche motivo non si capisce un cazzo, le facce della gente sono simpatiche e le birre in bottiglia sembrano più buone che altrove. E in più il biliardino nella sala accanto sembra messo lì apposta per farti tornare a casa molto più tardi di quanto avessi preventivato.

01:13 PM
“Oh, appena finiscono però ce ne andiamo che domani mi alzo presto.”
“Ok dai, ne facciamo una veloce al 6 e ci mettiamo in macchina”
…….
02:21 PM
“Dai, siamo 9 partite a 2 e sei passato sotto tre volte…domani non ti dovevi alzare presto?”
“Non rompere le palle. Stai zitto e butta la pallina che ti buco col portiere”.

A Salsomaggiore c’è il Devil’s Den, dove ho passato uno dei più bei capodanni che si possa immaginare, dove ho visto il concerto acustico di Kepi Ghoulie più intimo che si possa immaginare (intimo è un eufemismo per “eravamo in 4 gatti”, ma è stato divertente come se fossimo in 100), dove c’è il proprietario che suona in uno dei gruppi più sopra le righe che si possa immaginare e che tiene il blog più addictive che si possa immaginare. E Massoneria Ramonica è uno dei nomi più belli che…vabbeh, si è capito dai.

Poi c’è il Madly, che non so ancora bene dove sia e ogni volta per arrivarci pare di fare un viaggio di 600km. Non ho mai conosciuto qualcuno capace di ricordarsi la strada e di [mode esagerazione]evitare un’odissea tra buie stradine sulle colline[/mode esagerazione], tranne Steps che ogni volta cita un aneddoto casuale di sua zia che abita lì vicino e della pizzeria dove andava anni fa. Poi c’è ‘sto Spazio4, di cui io non avevo mai sentito parlare ma nelle prossime due settimane ci suonano i Sepultura*(!!!) e soprattutto i Chixdiggit.

Poi…poi…poi….vabbeh, poi ce ne saranno sicuramente altri che adesso non mi vengono in mente, e alla fine di questa lista c’è anche il Fillmore. Uno di quei posti di cui senti parlare da una vita ma non ti è mai capitato di metterci piede. Tipo il Covo a Bologna o il New Age Club a Roncade, per intenderci. Il capannone fuori città, in mezzo al nulla col parcheggione davanti. Un Alcatraz di provincia. Che magari né Covo né New Age c’entrano nulla con questa descrizione, ma io me li immagino così. E invece una volta arrivato scopri che è tutt’altro posto, un vecchio teatro riconvertito in mezzo al paese, ed è anche bello. Proprio bello.

In ogni caso, il Fillmore è poco che ha ricominciato a far suonare.  O almeno così mi hanno detto. E sabato ci siamo andati per il Three Chords Fest, che era una sorta di capodanno del punkrock. Sì, capodanno: se i cinesi festeggiano il capodanno a fine Gennaio, non vedo perché i “punkrocker” non possano festeggiarlo a Marzo. Informazione di servizio: quest’anno siamo nell’anno del Drago. Per il calendario cinese, non per il punkrock.
Comunque, Highschool Dropouts, Leeches, Manges, Queers e per la prima volta in Europa gli Head. Se ascolti quella roba lì (i Tre Accordi – volutamente maiuscoli – cui sopra) e abiti ad una distanza ragionevole (diciamo 200km, che sono un po’ la linea di confine tra la “sbatta” e il “domani sarà un dramma” per andare a vedere un concerto in serata) una tappa semiobbligata.

Infatti c’era un sacco di gente che veniva un po’ dappertutto. Bergamaschi, bresciani, genovesi, milanesi, modenesi, noi brianzoli e tanti altri che non ho idea di quanta strada si siano fatti. Ma soprattutto tantissime facce conosciute. Ma proprio tante. Quasi tutte, a dire il vero. Senza scomodare la parola innominabile (s___a), una testimonianza di una passione condivisa. Che va al di là del semplice “mi piace quel gruppo lì e vado a vederlo stasera”. E che rende il giro saluti alla fine della serata una specie di tour de force di un’oretta buona, tempestato di “cazzo, un attimo che ho dimenticato quelli là”, col risultato che la mattina dopo le occhiaie arrivano dove comincia la panza ma il sorriso ti resta stampato sul muso come il timbro sul polso.

Nel suo piccolo, dicevo, un evento. Franz, appena entrati, ci ha detto “se volete comprare una maglietta degli Head sbrigatevi, che stanno finendo”. “Finendo? Ma se sono le 9? Ostrega, mi sa che è una serata un po’ diversa dal solito”. Non trovo un modo più facile per dirlo: è stato divertentone. A partire dagli Highschool Dropouts, che io sinceramente conoscevo proprio poco se non per essere un pezzo dei Proton Packs (nel senso che ci suona gente dei, non una canzone dei) ma sono stati un’ottima apertura.

I Leeches invece sono senza mezzo dubbio la migliore live band italiana (per me sono probabilmente la miglior band italiana tout court, ma voglio essere parco e moderato coi giudizi), suonano ogni volta meglio di quanto si possa sperare, sono talmente potenti e pieni che sono riusciti a rompere il palco e i pezzi nuovi promettono una bomba di disco (che in più glielo produce Daniel Rey, non un Maurizio Seimandi Seymandi chiunque). Non che il mio giudizio valga qualcosa, ma se qualcuno non li ha mai visti dal vivo ha una lacuna da colmare. Che poi uno scelga di non farlo, beh, quello rientra nella sfera delle sacrosante libertà individuali e quindi son cazzi suoi. In fondo, anche Lucio Dalla loves The Leeches and I Know Why. E resta il fatto che si meriterebbero il doppio del pubblico che li segue.

Gli Head sono la testimonianza vivente che dopo 20 anni di volontaria reclusione nell’autoanonimato (parafrasando Andrea Manges) si può continuare a spaccare i culi, a divertirsi e a far divertire (perché, personalmente, gran parte del segreto si nasconde in questa parola) senza farsi le pippe con tecnica, precisione e minchiate varie, ma mettendo sul palco una camionata della seconda parola proibita (a________e, le soluzioni a pag.37 del prossimo numero). Best review della serata:

Sono la cosa più simile ai primi due Ramones che io abbia mai sentito – cit. RT ex RB

Mi girano un po’ le palle per non averli cagati come avrebbero meritato prima del concerto, perché mi sarei divertito un sacco di più conoscendo di più i pezzi. Ma la speranza è che a questo punto tornino presto. Mal che vada come testimonial della gelateria più punkrock d’Italia.

Per Manges e Queers cosa si può dire? I primi sono l’unico gruppo italiano capace di crearsi quel tipo di seguito, e un motivo ci sarà, no? E se le prime esibizioni di Mayo alla chitarra mi avevano lasciato un po’ così, questa volta mi son piaciuti molto di più. E pure gli ho comprato il 7″ con gli Head. I secondi quando hanno voglia di suonare (mannaggia a due settimane prima all’Amigdala) sono la definizione esatta di quello che, per me, vuol dire punkrock. E lo sono da 30 anni, tra le altre cose.
Fortunatamente sabato di voglia ne avevano, oltre a dei pessimi occhiali da sole (Joe Queer) e una parrucca discutibile (Lurch). E chi se ne incula se Debra Jean l’han seccata più o meno dall’inizio alla fine. Non penso di aver abbassato il dito o smesso di cantare per un solo minuto, se non per schivare il genio che si è sfracellato a terra 3 volte rivisitando il concetto di stage diving.

Ehy Joe, do you remember San Francisco? - pic by Laura Donati

In entrambi i casi, 500 persone e 1000 All Star (secondo l’organizzazione, 13 secondo la questura) sotto il palco a cantare tutti i pezzi dall’inizio alla fine, a sudare tutti i 30 anni che in parecchi avevano sulle spalle, a chiederne ancora – di pezzi, non di anni – quando finisce e a commentare la buona riuscita del concerto (thumbs up per Otis Tours, quando ci vuole ci vuole) per l’intero viaggio di ritorno, mettendoci tutta la soddisfazione che l’umarell più accanito manifesterebbe di fronte alla costruzione del Ponte di Brooklyn:

Eh però, sono stati proprio bravi. Quando un lavoro è fatto bene, è fatto bene

* Fillmore. Cartello fuori che recita “Sabato 17 Sepultura Live @ Spazio4”. All’arrivo vediamo una volante della Finanza che parla con un po’ di gente sulle scale. “Si sono fermati qua davanti. Hanno letto il cartello e hanno chiesto se c’era un funerale.” #truestory

Ps: thanx a Danny e ai Secretions per il titolo del post

Jess, I still taste you, thus reserve my right to hate you

Com’è la questione con i Brand New? Indubbiamente complicata se ci si approccia solo ora, familiare se li si è visti crescere come il nonno con la nipotina. La band di Jesse Lacey è una bestia strana, che è riuscita ad evolversi – forse meglio dire stravolgersi – nel tempo senza far sentire i primi dischi come prodotti obsoleti voluti dal senno di poi ma lasciando al fruitore la possibilità di mettere i cd sul letto e dire ‘molto bene, oggi mi sento più Your Favourite Weapon, me lo metto in macchina’ o ‘mi gira il cazzo a manetta, me ne rimango in casa ad ascoltare Daisy a volumi da denuncia’ senza dare quel senso di band bollita o passata ad un livello superiore. Il filo rosso è sottile fra i due scaglioni YFW – Deja Entendu, i più ‘pop punk’ se mi si possono passare sia il termine che le virgolette di rigore, e The Devil And God Are Raging Inside Me – Daisy, quelli con la fotta rumorosa e tanta rabbia, ma c’è sembra più una scia che congiunge le sinapsi di Lacey e un ipotetico abuso di psicofarmaci o qualsiasi altra droga che gli auguro di continuare ad usare se è questa la condicio sine qua non necessaria per dischi così belli. Non è volergli male, è voler pretendere dischi favolosi, ancora più arrabbiati e potenti come ormai è abitudine nel mio valorizzare pretese e/o aspettative.

Da qualche giorno gira in rete un leak di un tale concerto al Messiah College di cui la pagina wiki e tanto meno il sito ufficiale della band non proferiscono parola, ma che sarebbe l’unica spiegazione di una serie di concerti in Inghilterra a febbraio per cui altrimenti non ci sarebbe motivo. E si sente anche discretamente bene quindi non so quanto possa essere un bootleg anche solo di qualche fonico simpatico o giù di lì. O magari c’è da aspettarsi un dvd live della band sul mercato, che sarebbe un regalo bellissimo dato che il santo natale si avvicina e Jesse mi manca, che ormai sono due anni buoni che non lo vedo e voglio avere news sulle sue condizioni fisico psicologiche per accertarmi se l’uva pestata per fare un ipotetico prossimo disco è stata buona o sarà un’annata vinicola scarsa e di poco gusto, anche se per ora mi sembra tipo impossibile. A maggior ragione il live è la conferma che i quattro + uno/due (tipo la maglia di Ivan Zamorano) riescono ancora a sparare la stessa botta che m’ha colpito dritto in pancia al concerto di Londra e a suonare i pezzi vecchi con un po’ di cattiveria in più, quasi eliminando la barriera sopracitata.

Tutte queste preoccupazioni sono giustificate e l’rvm sottostante lo spiega più di mille parole.

La scaletta prende da tutti i dischi ma soprattutto finisce con Moshi Moshi, che è IL pezzo dei Brand New, e infila Millstone al secondo posto, con il grande rimorso di non averla mai potuta sentire personalmente dal vivo. Poi in Soco Amaretto Lime fa la stessa modifica che fece al concerto di Milano anni fa – ‘I’m just jealous ‘cause you’re young and in love’ – e pure dalle cuffie attaccate al portatile mi è salita una pelle d’oca tremenda.