Sunbather

Parlare di un disco così vasto, nel suo essere in realtà eccessivamente di nicchia, non è proprio una gran passeggiata, per me soprattutto, che di cose estreme ne ascolto in dose limitata. Succede, però, che la curiosità, il chiacchiericcio della rete e il marchio Deathwish sulla copertina del disco mi abbiano portato, con estremo ritardo, a togliermi la curiosità e scoprire cosa ci fosse di così particolare in Sunbather.  Non posso dire di essere andato a ‘scatola chiusa’, qualche recensione l’ho letta e qualche live l’ho visto, però è stata una bella sorpresa trovare un disco così enorme, capace di gonfiare il petto di una nostalgia sana, ferma su dettagli e piccoli ricordi di una San Francisco visitata anni fa e di cui ricordo poco – per precisare, i Deafheaven sono di SF e hanno pure scritto un disco, il primo, basato su una linea della metro della città. Per intenderci prendo la palla di Internazionale al balzo e rimando al video di Simon Christen postato ieri pomeriggio sul loro sito, gioco in time-lapse della nebbia tipica della città d’oro. Sunbather è una cornice al grigiore della mattina presto fuori dalla finestra di quei giorni oltreoceano, è la sorpresa di scoprire un negozio di dischi specializzato in musica estrema a pochi metri da Amoeba, su Haight Street, ed è l’odore del ferro dei Cable Car a contrasto con la rotaia quando frena in discesa. Tutto colorato apparentemente di nero, però.

Bisogna comunque saper riconoscere i propri limiti di ascoltatore e di fanboy Deathwish. Al primo ascolto di Sunbather non ne ero rimasto così entusiasta, troppo black metal, troppo poco black metal canonico, troppo fighetto, troppi ‘cosa cazzo sto dicendo, considerato che di black metal non so e non ci capisco un cazzo di niente?’. Sapevo, però, che un tipo di ascolto del genere, appunto un po’ fuori dalla solite fotte cicliche che mi riempiono il calendario, avrebbe richiesto un po’ di tempo per concludere la digestione. Al secondo ascolto, al contrario delle aspettative, il tuffo in acqua è stato immediato, digestione o non digestione. Sunbather è un disco enorme, costruito su contrasti che se la giocano bene con l’esagerazione della musica estrema, con le macchie post rock e shoegaze che lo rendono meticcio ed entrano di forza sottopelle e nei polmoni come la nebbia di San Francisco quando ti ci ritrovi senza accorgertene. Fa erba bruciata all’ombra nel concetto e si riflette nella wave post metal degli anni zero nella materia, raffinandosi in un’espressione gentile e brutale che manipola lo schiaffo in un blast beat ponderato. Non pensavo di potermi innamorare di un disco black metal a giugno, non pensavo proprio di potermi innamorare di qualcosa di eccessivamente estremo così a priori, senza la necessità momentanea del dover dare una scarica di adrenalina e doppia cassa ad un preciso istante, pronta a terminare da lì alla fine del disco. Alla fine, però, mi sono innamorato, con un piccolo scalino di partenza, dei Deafheaven, sentendomi abbastanza un Coglione per non averlo fatto in tempo per andarli a vedere a Bologna qualche mese fa.

Un post un po’ scontato

Deftones-Koi-No-Yokan

 

Scrivere qualcosa di eversivo sui Deftones è un’impresa disperata. Un po’ quelle tipo Expendables solo che poi finiscono tutti morti anziché fare il pugnetto.
Scrivere qualcosa di diverso, sul nuovo disco dei Deftones rileva un senso di frustrazione e di complicazione che raggiunge vette everestiane.
Il disco dei Deftones, per inciso, è un disco bello, bellissimo, e verrebbe da copia incollare o andarsi a rileggere quello che si diceva su Diamond Eyes (o Saturday Night Wrist) per trovarsi a ripetere gli stessi concetti e le stesse parole. Una cosa per l’appunto (e mi ripeto) frustrante.
Frustrante perché il canovaccio della critica al disco rimane quella, sempre, i Deftones ormai scrivono dischi talmente sensati, talmente pieni e talmente centrati che alla Snai non sarebbero quotati, su una recensione negativa (tolti quelli che non capiscono un cazzo e scrivono per mensili italioti, ma si sa, essere poser vince sempre soprattutto in un mondo di carta stampata). Koi No Yokan (trad. amore a prima vista) è un altro (ennesimo) disco di grandi canzoni, evoluzioni che a volte sono vertiginose, altre col freno a mano tirato ma dal risultato assicurato, un disco che entra dentro l’orecchio subito, con ritornelli e violenza, con arrangiamenti e magari qualche inclinazione verso il progetto Moreniano dei Crosses (che a me non fa impazzire ma viveva di uno spunto più che valido).
Insomma un’ennesima chicca. Scontata, ma chicca.
E’ per questo motivo che quello che dovevo dire è già finito, rimane solo da ascoltarlo.
Ecco, dovessi descriverlo a qualcuno, Koi No Yokan direi semplicemente “il solito disco grosso, lo ascolti e non smetti più”.

 

Quel punto dell’anno in cui parli dei Converge

Quando ti ritrovi di fronte a gruppi come i Converge sai che pollice più pollice meno stai parlando di gruppi che in un momento, per un genere, stanno scrivendo la storia.
A me interessa poco l’attività di flaming e puntualizzare che chi non capisce in Converge pur ascoltando un determinato genere dovrebbe parlare d’altro, perché è una posa masochista e di convenienza (e a suo modo fintamente oltranzista), ma l’ho detto quindi, peste mi colga.
All We Love We Leave Behind è l’ennesimo disco chirurgico, slayeriano e hardcore (o meglio post) del gruppo di O’Bannon che ti lascia a bocca aperta, più per il fatto che ancora ti stupisci che un gruppo così, dopo così tanto, abbia ancora così tanto da dire, più per la sua concretezza e perchè no la sua perfezione.
Quello che distanzia il parlare di un disco così da altri dischi, di quest’anno (tolti due o tre) è tutto questo, e pertanto il post non sarà lungo perchè allo stesso tempo un disco così feroce ti lascia come dopo un cazzottone allo stomaco con così tante cose da dire che ti rimangono tutte alla fine della trachea.
Eppure eccoli lì i riff che diventano magma e la furia così chirurgica che ti fa quasi storcere la bocca perché in alcuni casi diventa “troppo” chirurgica e ti fa sembrare di ascoltare un Lamb of God qualsiasi, ma quando sei lì lì c’è la rabbia oscena, il sangue e le tempie che scoppano facendo tanto rumore.
Ricordo sempre ogni primo momento in cui ho spinto play di ogni disco dei Converge, lo colloco giorno, ora e momento preciso, nella mia mente e nel mio stomaco.
Anche se questo 2012 è una merda, quel momento, quest’anno, è stato un grande momento.

Polpettoni buoni (o quasi)

C’era una volta l’hardcore, l’emo e il metal. Verso l’inizio degli anni zero (oddio l’ho scritto, questo blog imploderà nel giro di 20 secondi) a qualcuno, non so chi, viene quest’idea un po’ bislacca, un po’ cogliona, un po’ affascinante del tipo “massì dai uniamo tutti gli stilemi di tutti i generi compreso il pop e facciamo un polpettonissimo indigeribile (che per gli ingredienti sembrerebbe uno di quelli della mensa di Byronic bambina)”. Insomma ci provarono.
Iniziarono ad uscire gruppi come i Killswitch Engage che sostanzialmente facevano gli Slayer (a modo loro) coi ritornelli paraculissimi. Ed era il versante quello più metal, coi riffoni con le corde tirate su e il doppio pedale. Dall’altra parte c’erano i RE quelli scritti maiuscoli i From Autumn to Ashes che con i Poison the Well (un pochino più oltranzisti) spalancarono le porte agli hardcorari che sentivano Britney e le TATU. I RE per l’appunto, a cui seguirono poi gruppi più che buoni come Underoath o gruppi scimmiotteschi e inutili come i Coheed and Cambiria (che giocavano a fare i MaidenEmo senza grandissimo gusto).
Tutto ciò si è autoalimentato e per anni, un sottobosco di muffe in continuo sviluppo, più orizzontale che verticale, verso la qualità. Tanto che alla fine i gruppi che si aspettano di più sono sempre gli stessi e il ritorno dei Poison the Well due o tre anni fa fu salutato con una ola che partiva da Honolulu e finiva a Tivoli.
In questo sottobosco ci sono i The Amity Affliction che a tutto tondo possono essere considerati un guilty pleasure; nel loro ultimo Chasing Ghosts mettete i doppi pedali, il growl, i TASTIERONI che manco i Rush e i ritornellini carini simpatici e tutti in 3d che sembrano usciti da Teenage Dream di Katy Perry, mischiati per lo più bene, mai una riga fuori posto, mai una sbavatura, certo non parliamo dell’accademia della crusca dell’eleganza hardcore eh ve lo dico.
Sulla carta solo leggerlo fa schifo però è di facile ascolto, è tarato su un ascolto basso, parlando di livello però qualcosa, qualche “light into your darkness” di Mazzy Stariana memoria si vede.
Lo ammetto che magari è l’influenza, il caldo e l’umidità di questi giorni però oh, a me piacciono

Happy birthday Jason Becker

Domenica 22 luglio, a Londra c’è il sole. Te lo dico perché è un evento, più che altro. Probabilmente c’è il sole anche a Richmond, California, vicino alla Baia di San Francisco. Forse lì non è tanto un evento, ma non importa perché lì l’evento di oggi è un altro. Oggi pomeriggio in California c’è la festa di compleanno di Jason Becker. Non hai mai sentito parlare di Jason Becker? Eddie Van Halen, David Lee Roth, Marty Friedman, Jason Becker. Giuro. Jason Becker aveva 18 anni quando è diventato il chitarrista di David Lee Roth. Ha registrato un album con lui, stava per partire in tour e diventare forse il virtuoso guitarist più grosso al mondo. Poi un giorno è cascato per terra. Si è rialzato. È cascato di nuovo. Poi ha sentito un formicolio alle gambe, e il giorno dopo è andato a farsi vedere. A 19 coi capelloni alla Wayne’s World, i pantaloni di pelle attillati, un sorriso da bambino buono, e due mani precise e agili che neanche un chirurgo, una diagnosi di SLA dev’essere tipo una trave in testa mentre apri la porta della casa nuova che ti sei appena costruito. Seguono aggettivi: paralizzante, degenerativa, terminale, incurabile. Gli dicono: sei un bravo ragazzo, ma ti diamo cinque anni al massimo, se ti va fatta bene. E comunque la chitarra scordatela perché tempo qualche mese non riuscirai più a muovere le mani.

Potrebbe finire tutto. E invece. Passano 24 anni in cui i genitori di Jason, le sue varie fidanzate, gli amici (Marty Friedman e tutti i Megadeth soprattutto, ma anche Steve Vai, e la serie completa del metallo anni ’80) si prendono cura di lui, e Jason è ancora vivo. Non solo è ancora vivo, ma compone musica. Parla con gli occhi e scrive su un pentagramma computerizzato costruito appositamente per rispondere ai movimenti della sua testa, l’unica parte del corpo che Jason riesce ancora a muovere di sua spontanea volontà. Non solo è ancora vivo e compone musica, ma oggi pomeriggio va a fare un’intervista pubblica dopo la proiezione del documentario sulla sua vita diretto e prodotto da Jesse Vile.

‘Jason Becker: Not Dead Yet’ [Trailer – Extended Cut] from Jason Becker: Not Dead Yet on Vimeo.

Il film si chiama Jason Becker: Not Dead Yet ed è una delle cose più piene di vita che abbia mai visto. È un film sulla sopravvivenza e sulla passione per la musica, sull’essere giovani e dover accettare che la vita a volte è proprio ingiusta, ma che puoi sempre mandarla a fare in culo se hai coraggio. Dove il film potrebbe facilmente scadere nel sentimentalismo e nell’americanata non lo fa mai, probabilmente perché il soggetto di cui si occupa ha un senso dell’umorismo, un’urgenza comunicativa, e una cognizione della realtà talmente forti che non c’è tempo per la melassa. Tantomeno – e qui, respect a tutti quelli coinvolti –  per quelle robe pseudocristiane e manipolatrici che la storia potrebbe ispirare a mo’ di dimostrazione che a una persona attaccata a una macchina la spina non vada staccata mai. Jason lo dice chiaro e tondo: io ho deciso che voglio vivere, ma capisco bene chi non se la sente. Palle a forma cubica, corna rock e un gran buon compleanno, fratello.

Jason Becker: Not Dead Yet ha vinto il premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna in giugno. Sta facendo il giro dei vari festival internazionali, e uscirà sicuramente in DVD quest’anno, se non nelle sale italiane. Vedilo.