Un mixtape di fine anno

Giusto per augurarvi un buon anno abbiamo deciso che anche quest’anno, come il duemilaundici, si meritava un mixtape tutto suo. Il duemiladodici l’abbiamo saltato, ma il duemiladodici è stato un po’ una merda e alle merde non si regala niente.
Due pezzi per redattore, niente temino sul perché li abbiamo scelti, solo della buona musica. In sette pezzi c’è gente che urla e fa un po’ di casino, negli altri sette roba più tranquillona. Non l’abbiamo fatto apposta, è stato uno splendido caso splendido come Caso, che potremmo definire la via di mezzo, il tranquillone che un po’ urla.
Il quattordici è il mio numero preferito e anche questo è un caso.
La scaletta è divisa in due parti tipo lati delle cassette e si basa sul principio dei primi che saranno gli ultimi, anche se noi tutti siamo e sempre un po’ saremo gli ultimi.
Si scarica qui, si ascolta qui. Avrei fatto su spotify ma siamo così indie che ci abbiamo messo dei pezzi che su spotify non ci sono.
Credo di aver finito.
Buon duemilaquattordici, buon ascolto, buon resto.

cover

1a Gazebo Penguins – Difetto (Vinx)
2a Their / They’re / There – Their / They’re / Therapy (Tob Waylan)
3a Pity Sex – Wind Up (Davidebd)
4a The National – Graceless (Byron)
5a Ellie Goulding – Mirrors [Justin Timberlake] (Giorgiop)
6a DWNTWN – Chocolate (The 1975 cover) (Lauralali)
7a Il Buio – Parole alla polvere (Ale Bu)

1b Caso – Senza Luna (Ale Bu)
2b Volcano Choir – Comrade (Lauralali)
3b Kitty Pride – Dead Island (Giorgiop)
4b Nick Cave & The Bad Seeds –  Wide Lovely Eyes (Byron)
5b Hey, Joni – Isabelle (Davidebd)
6b Wade – Valerian (Tob Waylan)
7b Mogwai – Wizard Motor (Vinx)

Tema: “La mia collezione di dischi”. Svolgimento:

Dopo aver letto il pezzo di Kekko su Bastonate, ho subito gridato ANCHE IO! Ed ecco quindi la storia d’amore tra me e i dischini.

Ciao a tutti, mi chiamo Lenny e ho un problema. Sono un collezionista e sono ossessivo compulsivo in maniera, a volte, preoccupante. Ho cominciato da bambino aspettando che tutti i mercoledì mia madre mi portasse la dose settimanale di Topolino, per poi passare, alle medie, a Dylan Dog, a Videogirl Ai e all’ondata manga della seconda ora fino alle calzamaglie di Marvel e Image, al fumetto d’autore e un sacco d’altra roba che ancora mi porto dietro. Questa cosa dell’accumulare credo di averla nel dna, mia madre è una donna vecchio stampo, di quelle che non buttano mai via niente e mia nonna era come lei. Negli Stati Uniti ci chiamerebbero Hoarders. Con i dischi ho cominciato facendomi regalare Big Ones degli Aerosmith in cd, per inaugurare lo stereo nuovo. Credo di averlo ancora da qualche parte, il disco non lo stereo, quello non ha resistito ai traslochi e alla vita da fuorisede. Invece i primi album che ricordo d’aver comprato di tasca mia, ad una svendita in un negozio che noleggiava dischi, quando ancora non era illegale farlo, sono stati Troublegum dei Therapy?, The Bends dei Radiohead e Disintegration dei Cure. Nemmeno io so perchè li presi, probabilmente erano cose che ascoltavano i miei cugini e io non volevo essere da meno. Fatto sta che tutto è cominciato lì (e ancora li ascolto). Poi è arrivato Dookie e la risacca dell’ondata punk di metà ’90. Offspring, NOFX, Pennywise, Vandals e tutta quella roba, i capelli decolorati, le creste, le sbronze, le braghe larghe, i primi veri concerti. I pellegrinaggi alla bancarella del Cattaruzza alla fiera di Senigallia e da Zabrieskie Point, il sabato, dai quali non si tornava mai a casa senza almeno un disco nuovo da ascoltare, passare su cassettina e far girare come una canna tra gli amici fino a consumarlo. La scoperta che i vinili non erano solo quelli di Battisti e degli Eagles dei miei genitori, la scoperta dei Gorilla Biscuits, dei Sottopressione e dei Growing Concern, delle distro, gli ordini online a Rudy degli Indigesti e a For the Kids del Paso che vendeva i cd a 16.000 lire. A casa mia c’era più traffico, tra pacchi di dischi e fumetti, delle poste centrali. Come se non bastasse è arrivato il peer to peer e, dagli mp3 ultracompressi a 128kbps che potevi scaricarti come sampler dai siti delle etichette, si è passati a scaricare gli album. Soulseek è stata la svolta e ho cominciato ad accumulare cartelle di file e cd e dvd masterizzati, zeppi di file pure loro. Una mattina è persino arrivata la polizia postale a sequestrarmi tutto, ma a parte qualche mese di stallo, appena son riuscito a rimetter le grinfie su un pc, sono ripartito come niente fosse. Ancora penso a qual dvd zeppo di album Black Metal e a quanto sarebbe stato bello vedere la faccia del brigadiere addetto al controllo del materiale. Immagine che probabilmente è successa solo nella mia testa.  Sono uno di quelli che una manciata di anni fa s’è riscoperto fanatico del vinile e ha smesso di comprare cd. Invece del Billy ho un Expedit, che sembra fatto apposta, coi suoi cubi, e li ho messi lì. Un vinile colorato gatefold con la copertina serigrafata in 100 copie mi provoca un’erezione istantanea. Le edizioni limitate, anche di dischi che ascoltiamo solo io, i componenti della band e probabilmente i loro parenti, mi fan correre a cambiare le mutande. E lo so che è da poverini. Faccio la spesa all’altromercato e tutte quelle robe lì, cerco, per quanto possibile, di evitare di comprarmi cazzate inutili ma fammi vedere un doppio vinile black/marble splatter da 180g e non capisco più niente. Niente. Zero. Dimmi che è in 100 copie e ti do in cambio mia sorella. In uno dei miei film preferiti (se volete apro una parentesi anche sui film, che non compro se la locandina stampata su dvd o bd non mi soddisfa esteticamente) c’è una battuta che fa più o meno così “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”. Io di questa frase sono l’emblema. Ho comprato un disco anche prima di mettermi a scrivere questo pezzo, Old Pride dei Pianos become the Teeth, rosso trasparente in 200 copie. Sono anche uno di quei disperati, e questo lo so bene che è roba da pazzi, che i vinili non li ascolta per paura di rovinarli, tanto ormai c’è il download code a 320 kbps. L’importante è supportare le band. Mi ripeto che li ascolterò quando riuscirò a comprarmi un impianto con i controcazzi che non me li graffi e per il momento mi accontento di metter su una playlist, tirar fuori il vinile, ben attento a non lasciare ditate, e leggermi testi e credits rimirando l’artwork in formato 30×30, cosa che, peraltro, accade sempre meno spesso. Il tempo a disposizione è quello che è. Non so quanti dischi ho, mio padre dice troppi, io non ho mai avuto voglia di contarli, la mia malattia arriva fino ad un certo punto. E’ che credo di essere davvero ossessionato dalla musica. Secondo la mia morosa ho paura del silenzio e magari ha ragione, perchè lo stereo è sempre acceso. Per fortuna non sono uno di quei rompiballe che sta sempre a dire quanto fossero più fighi i gruppi di una volta e quanto facciano cacare quelli di adesso, anche se probabilmente è vero. Io se sento nominare un gruppo devo correre a sentire che roba fa e leggere di dov’è originario e quanti album ha fatto uscire. Se no muoio. Una volta pure io ero più fico, ora faccio un lavoro merdoso, senza prospettive, e tra i pochi piaceri che ho ci sono lo scoprire un gruppo nuovo, un bell’album, spulciare i dischi in una distro o in un negozio, anche online, magari un album usa e getta che tra sei mesi nemmeno ricorderò, perchè ormai a furia di scaricare l’ascolto è più superficiale. Ma sticazzi se è bello.

Un altro post su Drive (e un mixtape)

Diciamocelo chiaramente, tra le regole auree di un blog c’è di non parlare dello stesso argomento più volte, di non essere retorici, di scrivere post non lunghi e di non spoilerare film.
La risposta è che questo posto è mio e faccio un po’ come mi pare e che Drive è un film che fa un po’ fottere di regole scritte da nessuno.
Quindi se andate avanti sappiate che questo post: parla di Drive di nuovo, sarà lunghetto e spoilererà qualcosa. A vostro rischio insomma.
Che questo posto è mio lo sapevate già

(ah prima del post e collegandomi al lato prettamente musicale di Drive, totalmente fuori tempo, pop e oscuro ho immaginato per un attimo una playlist fittizia ispirata all’esperienza del film stesso, qui il file rar da scaricare sempre vogliate, dove i titoli sono scritti all’apertura del file, magari la suonate mentre leggete, magari no)

Io sono uno di quelli che ai film dà un peso enorme. Che L’infernale Quinlan sia il film più bello della storia lo capisci dai primi 3 minuti, che The Social Network sarà studiato per anni dai primi 5, che Watchmen è un film sottovalutatissimo dai primi 3, che Il nastro bianco è un film che ti spaccherà in due dai primi tre e via dicendo.
Nei primi 5 minuti di film Drive è un film che fa la spiega, “ti fa vedere come si fa e come se ne esce”. Una cosa che per la maggior parte dei registi ci speculerebbe per 45 minuti abbondanti magari con uno come Robert Duvall a spiegare chi è il driver, qualche giogioneria tipo sul non fare domande, seguito poi da mezzora di botti macchine che fanno stridere le gomme, chioschetti di hot dog investiti sorrisetti del driver. Insomma Fuori in 60 secondi l’avete visto tutti no?
Qui la storia è diversa, il principio è quello della razionalità, della diversità GTA che diventa realtà, perchè a GTA se sei furbo vai dentro al garage con la macchina e chiudi lì, sennò puoi scegliere di guidare fino in Canada o cose simili alla Blues Brothers. Ecco, il primo riferimento plausibile oltre a Michael Mann è il gioco GTA. E già scriverli vicino fa uscire il sangue dal naso figuriamoci al cinema.

L’onestà, e la grandezza (perchè tutti i film grandi sono onesti) di un film come Drive è nelle radici. Le radici di un western (non un noir, non un road movie) dei più classici, il quasi cattivo incontra la bella, si innamora di lei, aiuta il marito e poi lo vendica e se ne va al tramonto. Questo è un western figlioli, Gary Cooper c’ha fatto una carriera sopra, abbiatene un minimo di rispetto. Il western dicevo, e la rarefazione dei noir Lynchiani, le stranezze e il nichilismo (che poi nichilismo non è) dei personaggi, i personalissimi tic e deformità sociali e il senso di inadeguatezza. Tutto è strutturato non sulle parole ma sugli sguardi che raramente tradiscono emozioni e raramente sono rilevatori di per sè. Inseriti nel contesto prendono invece un’altra piega. Come per la rivelazione della cotta prima e della vera natura del driver, una scena che messa allo stesso modo, in due punti diversi ha un significato opposto.

è un western dicevo. Ma voi non volete credermi.

Altro punto, e finalmente ci siamo arrivati, sono i personaggi, taciturno, scarsamente rivelatore, con doppia identità (o con un’identità che esce fuori per motivi lavorativi e morali) ed estremamente viscerale e profondo (attenzione non in maniera cinematograficamente logorroica, il Driver. Donnina del west senza difese lei.
I gesti, in questo sono a dir poco sensazionali. Il dito puntato ricorda da vicinissimo le due dita di Dennis Hopper di Velluto Blu, incastrato nel personaggio più da vicino le due dita sotto il collo del Mortensen di Eastern Promises. Io a quel punto preciso lì ho pensato “il potere di un dito”, del silenzio, delle pause e della paura. Michael Bay non hai capito veramente un cazzo.

Il tocco e la concessione al pop è il giacchetto, un simbolo del protagonista (tolta una scena usato solamente nei momenti della sua attività lavorativa) e di cui viene spogliato nel momento dell’intimità del ritorno alla vita reale, della necessità e della percezione di essere una persona normale, con una vita normale. La chimera rivoltata al contrario.
Che il riferimento sia Carpenter e il giacchetto di Snake Plissken anche qui credo sia pacifico (anche se a dirla tutta è la bruttezza vera dell’oggetto a contestualizzarlo nel pop decadente e plasticoso figlio degli anni 80).

Il film fatto presto a definire il senso della storia, il succo e dove si vuole andare a parare miracoleggia a destra e manca fino all’ora e quaranta (i titoli di coda) con concessioni al senso della posizione dell’occhio che scruta la storia, alla vista dello spettatore più che all’ascolto. Senza linee di sceneggiatura memorabili, o esplosioni di regia (escluso l’enorme tributo a William Friedkin nei vari inseguimenti) e si decontestualizza, mettete che storie del genere alla fine se siete nella sala vicino sentite i rombi del THX o del surround. La quiete invece è la base di Drive, il nocciolo. La pietra inscalfibile che regge tutto. Nessuno urla, non ci sono concessioni agli strepiti, le rivelazioni sono fatte in silenzio, con un gesto (la pallottola consegnata dal bambino), come la vendetta e l’accettazione di una vita che non sarà per ora come si desiderava fosse.
Refn leva la parola “destino” che nel noir è probabilmente la pietra fondante e la riduce a sacrificio (a sua volta pietra fondante del western) e riscatto.
Anche se con la seconda (in questo caso) col senno di poi uno ci si soffia il naso.
Drive è un film enorme perchè riesce ad andare senza mezzi (sceneggiatura, dicevamo su) dove vuole lui, la magia del cinema vera e propria è questa, una storia chiusa con degli occhi chiusi e poi aperti, una macchina che viene messa in moto e se ne va e una donna che bussa alla porta. Sembrano scene sconnesse ma sono cose così che fanno il cinema e la storia.
Alla stessa stregua del bacio più bello mai visto della storia del cinema (la sto sparando probabilmente me anche no) nato tra due amanti in un ascensore in presenza di un killer. Un braccio che si allunga e ripara, un balletto di danza classica senza le isterie di Aronofski, un ralenty che diventa una sceneggiatura e poi la bocca dell’inferno.
Se vogliamo chiamare così una storia d’amore e riscatto che non vedrà mai soddisfatto il suo senso.

It started with a mix: Materiale per futura nostalgia

Strano quando hai un’idea, la proponi, viene accettata, e poi sei il primo a tradirla.
Quando ho proposto a Giorgio questa rubrica, col tema bello nostalgico dei nostri mixtape (compilation, nastroni o come vogliate chiamarli) pensavo mi sarei ritrovato a parlare di ricordi pesi e di gente con cui in fondo non-è-più-come-prima.
Alla fine il fatto che sia giovine l’ha spuntata e ho deciso di non lasciarmi andare alla nostalgia ché ancora non è tempo.
La nostalgia che verrà però sì. Si basa su “quei momenti privi di eventi che lì per lì sembrano soltanto un anello tra il piacere passato e il piacere futuro, ma poi si rivelano come il piacere stesso“. Il piacere di cui parla Francis Scott Fitzgerald – grazie Francis, ora puoi andare – voglio intendere sia quello di stare insieme a una persona di quelle la cui mera esistenza conferma che chi dice che una sana amicizia tra sessi diversi non può esistere è fondamentalmente un coglione – e ci spiace tanto per lui che se ne priverà per un malriposto darwiniano istinto di scopare con qualsiasi cosa abbia un buco al posto che si diverte a definire giusto. (Ma LOL!!! No. Coglione.)
Greta ha una Panda bianca e come ogni Panda che si rispetti non ha un lettore cd ma solo il MANGIACASSETTE (di questa parola e dei suoi perché ne parliamo nei commenti) di serie. Questo fatto ha la sua importanza nel contesto perché lo scoprire che è costretta a sorbirsi il rock – il “ROCK, fratello!!! (x ∞)” – di Virgin Radio mi ha mosso a compassione. Insomma, ho fatto compile a gente verso cui avevo solo un “darwiniano istinto di-” e ti pare che non la faccio all’unica persona che è capace non solo di completare le mie frasi, ma anche proprio di dirle al posto mio? No ecco, proprio no.
Listare le canzoni in fila è una cosa bellissima e piacevole se non hai il disturbo ossessivo compulsivo dell’organizzazione estrema della musica. E quindi nei mixtape non solo si guarda ai typo ma ad altre mille cose collaterali: alla fine significa consegnare un piccolo saggio sui nostri gusti (e noi siamo qualcos’altro oltre a quello che amiamo? Via al dibattito) e quello che vogliamo dire. Almeno, per me ha sempre funzionato così. Così il cd diventa una protesi di me o di quello che vorrei essere: è eclettico pur cercando di rimanere coerente, porta avanti un discorso che che spera di essere sensato e dice delle cose che spera siano capite. Non ricordo di aver fatto compilation senza in mente queste cose.
Sarà un discorso zeppo di luoghi comuni fino a questo momento quindi mi impegno di aggiungerne subito un altro: agli amici, quelli migliori almeno, non devi dimostrare nulla.1 Sto facendo una fatica immane a fare questa cassettina – in questo caso posso dire “cassettina” senza sentirmi un hipster con le false nostalgie, ma di dire “fatica” non ho nessun diritto – proprio perché stavolta non devo dimostrare nulla. Cercare di mettere da parte il discorso coerente che mi sono sempre proposto mettendo in fila canzoni non è così facile come sembra. Il primo lato, almeno quello, lo è stato: ci ho registrato il mio album preferito prima di uscire una sera che necessitava assolutamente di una colonna sonora. La playlist che ho in mente per il lato b al momento è piena solo di cose del cuore. Sto combattendo controla mia fissa per il concept per metterci dentro anche le tracce che nei loro album originari si mischiano alle successive, non sto badando al mio senso estetico che altrimenti mi direbbe che no, non ci puoi mettere una traccia così ultraprodotta subito dopo una smaccatamente lo-fi.  (“Dai, sei disposto a cotanto sacrifizio in onor del sacro legame dell’amicizia?” “Pensa un po’ che brava persona che sono”)
Arcade Fire, Bright Eyes, Sebadoh, Broken Social Scene, Built to Spill senza soluzione di continuità; e non mancheranno gli inside jokes che può capire solo lei. A questa cosa sto lavorando il meno duramente e con meno testa possibile perché le cose del cuore vanno così.
Questa cassetta spero di tenerla a volume bassissimo per ascoltare meglio quel che la sua destinataria ha da raccontarmi.

1Chi dice che questo è un luogo comune (ché poi se questi luoghi sono COMUNI.. insomma, rifletteteci) è perché non ha mai avuto un rapporto del genere; io e Greta ci dispiacciamo anche per loro.