Il popolo delle pentole


Penso che ricorderò fino all’ultimo dei miei giorni cosa provai nell’istante in cui, voltandomi, vidi viale Mazzini completamente invaso dalle persone. L’immagine che ho impressa nella mente risale alla prima manifestazione nazionale contro la costruzione dell’aereoporto militare Dal Molin.
All’epoca la stampa dedicò parecchio spazio all’evento, affermando però che buona parte dei presenti non erano vicentini.
Io so solo che non avevo mai visto un corteo del genere nella mia città e mai avrei pensato di vederlo.
Da quel giorno sono successe molte cose. Ad esempio è passata un’ordinanza che vieta qualsiasi tipo di manifestazione in centro storico, comprese quelle studentesche o dei sindacati. Pare che la fiaccolata della settimana scorsa, convocata appunto per protestare contro questa decisione, sarà l’ultima senza lo sfoggio di manganelli in corso Palladio.
Achille Variati, il nostro nuovo sindaco (PD, ex DC), qualche giorno fa ha detto che dobbiamo prenderci le nostre responsabilità ed accettare la costruzione dell’aereoporto, perché ogni tentativo legale di fermarla è andato a vuoto. Potrei anche accettare un’affermazione del genere se Variati non avesse costruito la sua campagna elettorale sul tema della base Nato. Moltissime persone che avevano dato la loro preferenza alla lista civica del No Dal Molin l’hanno votato al ballottaggio, me compresa.
È un momento triste e al contempo esaltante per i vicentini pensanti. I non pensanti continuano ad affermare che qualche migliaio di militari statunitensi in città non fanno altro che portare ricchezza e che l’imminente distruzione della nostra principale falda acquifera è una semplice frottola messa in giro dai comunisti.
Chi, per i più disparati motivi, ha difficoltà ad accettare lo stupro che si sta compiendo a pochi minuti di bici dal luogo in cui scrivo, ha difficoltà a contenere la rabbia. Si sono già registrati i primi casi di invasione del territorio militare da parte di signore incazzate.
Personalmente trovo conforto nei volti degli amici che, da tre anni, non si scompongono. Gli sguardi fieri dicono: “Resisteremo un minuto di più”, come recita uno degli slogan del movimento.
Anche se le macchine lavorano incessantemente, rovinando la quotidianità di chi vive letteralmente di fronte all’aereoporto, il ciclo di protesta non sta declinando, come molti si aspettavano. Da un lato c’è una granitica, sterminata certezza di essere stati trattati come merce nel grande gioco della politica internazionale. Dall’altro abbiamo avuto il tempo di creare relazioni. L’insieme di questi due elementi dà luogo ad un contesto estremamente inospitale per il giovane militare di ritorno dall’Iraq.

Non so cosa significhi vivere in una città non militarizzata. Quand’ero piccola i miei genitori mi portarono a “festeggiare” il quattro luglio all’interno della Ederle. Andando a scuola vedevo dei tizi enormi in tenuta mimetica che correvano lungo il Bacchiglione. Non mi davano fastidio; mi sembrava normale che dovessero esserci.
Attualmente, quando sento di una vicentina che si sposa con un militare e va a vivere negli Stati Uniti, tendo a considerla come una svenduta al nemico. Non è simpatico da dire, ma non posso farci niente.

I leghisti blaterano di sicurezza e del problema degli extracomunitari, dando poi dei violenti agli attivisti del No Dal Molin.
Gli episodi che provano il contrario sono molti. Ve ne propongo uno che mi tocca da vicino.
Qualche mese fa il mio ragazzo era fermo ad un semaforo con il motorino della pizzeria per cui lavorava. Erano le otto di sera. Ad un certo punto un SUV pieno di militari giovanissimi (diciannove, vent’anni) ha accostato alla sua sinistra. Questi tizi, senza alcuna ragione apparente, hanno cominciato ad insultarlo pesantemente e alcuni di loro hanno fatto il gesto di scendere per pestarlo. Erano ubriachi fradici. Il mio ragazzo è riuscito a scappare appena in tempo perché il semaforo è diventato verde.

Questi episodi non sono casi isolati. Oltre al problema dei militari si pone quello dei vicentini non pensanti. Persino Il Giornale di Vicenza è arrivato a pubblicare nella posta dei lettori alcune lettere di insulti agli attivisti che contenevano minacce varie. Non molto tempo fa il presidio permanente è stato vandalizzato e capita ormai spessissimo che durante le manifestazioni qualcuno venga caricato dalla polizia.
Per chi è sinceramente preoccupato per il futuro della sua terra questi episodi non sono semplicemente disgustosi; sono illogici.
La stampa nazionale e non solo si limita a diffondere qualche notizia di tanto in tanto, il più delle volte storpiando la realtà dei fatti.
Vorrei che almeno per una volta qualcuno di Repubblica scrivesse che gli attivisti del No Dal Molin non sono dei “no global”, dei giovani disadattati o chissà cosa. Vorrei che scrivessero che ci sono un sacco di persone che hanno trovato una casa nel movimento, che gli unici dibattiti e conferenze degni di nota di tutto il vicentino sono quelli che hanno luogo sotto i bianchi tendoni del presidio, che al mercato mensile dei produttori locali si trovano delle delizie di straordinaria rarità.
Prima del No Dal Molin tutto ciò non esisteva.
Guardatemi; io rientro a pieno titolo nella categoria densamente popolata dei giovani italiani che non vedono l’ora di andarsene, perché ci hanno stroncato la voglia di fare sul nascere, noncuranti delle conseguenze che questo avrà sul futuro del Paese.
Eppure c’è una parte di me che vuole restare, che pianta le unghie sul suolo berico dicendo: “è mio! Lasciate che ne faccia qualcosa di prezioso.”
Tutto ciò lo devo al No Dal Molin.
Pensateci la prossima volta che Repubblica titolerà “Scontri a Vicenza tra polizia e manifestanti.”