Un regalo da parte di tutta Junkiepop

Come da titolo noi di Junkiepop vi facciamo un regalo. Perchè ci leggete. Perchè commentate. Perchè vi lamentate, ma vi vogliamo comunque bene (magari a qualcuno un po’ di meno e ad altri un po’ di più). Per cui mettiamo da parte di rancori e apriamo tutti assieme il bottone dei jeans sotto il tavolo del pranzo del primo dell’anno ascoltando questa selezione di canzoni del 2011, che magari conoscete o magari no. Ne abbiamo scelte due ciascuno.

Tanti auguri, buttatevi dai camini e a vostro discapito troverete carbone o un grandissimo panettone sopra cui atterrare. Uno sguardo alle spalle per cercare la coda di paglia e uno all’alloro per darvi i bacini. Noi intanto vi mandiamo un abbraccio virtuale e vi auguriamo un buon capodanno e un buon duemilaedodici.

Tutta Junkiepop.

LATO A

Ghiboebd. Andriano In The Emergency Room – It’s Gonna Rain All Day

Quando Giorgio mi ha chiesto di scegliere due canzoni che avessi amato particolarmente durante l’anno mi sono trovato in difficoltà a scegliere qualcosa che non fosse già nella mia top 10. Ripensandoci attentamente mi sono ritrovato più ad immaginare momenti di questo 2011 piuttosto che a canzoni in sè, quindi con molta semplicità ho capito quali fossero le didascalie che dovessero accompagnare quelle fotografie. La prima è It’s Gonna Rain All Day dal disco di Dan Andriano degli Alkaline Trio, forse una delle mie voci preferite di sempre. Disco uscito in estate – ma per nulla estivo – che con tutta la spensieratezza della stagione calda mi ascoltavo sdraiato sulla spiaggia mentre leggevo Le Avventure Di Kavalier E Clay, con i bambini tedeschi sandalo+calzino che correvano verso la riva e il pacchetto di Chesterfield pieno sul telo da mare. Lo alternavo sempre con il best of di Crosby stills Nash and Young e il disco di Ben Gibbard e Jay Farrar quasi tutti i pomeriggi, o almeno per parecchio tempo è rimasto lì nelle cuffie. Ogni tanto veniva con me un mio amico, lui si ascoltava Hendrix, rileggeva libri di giurisprudenza che aveva già studiato e aveva appena smesso di fumare, però quando mi alzavo per accendermi una sigaretta si fermava sempre anche lui e partiva con una battuta su qualche vecchia arenata sotto un ombrellone. Purtroppo una sera ha chiesto ‘oh ma chi è sta Katy Perry?’ e lì mi è un po’ caduto ma lui vive a cavallo fra i ’60 e i ’70 e sta le ore ad ascoltarsi Frank Zappa.

Byron. Bon Iver – Holocene
In tutto quest’anno non ho sentito una frase più sincera e terribilmente vera di “at once I knew I was not magnificent” – è stata per me un’epifania, un momento di rivelazione di una verità profondissima. La canzone è triste – una serie di fotografie di infanzie passate ingiallite dal tempo (non da instagram), i filmini di famiglia del periodo dell’anno tra Halloween e Natale, girati in super8 nei primi anni ’80. Ma quel momento non è una fine, piuttosto un inizio. Prendere coscienza di non essere magnifici significa sapere che la perfezione non esiste, liberarsi del peso enorme di aspettative massacranti. Ecco, io nel 2011 ho imparato questo, e sono tanto felice. (E poi Bon Iver a Hammersmith è indubbiamente stato il concerto dell’anno – e non solo per il fighissimo merchandising, chiedi a Cidindon.)

Pistalkufi. The Soft Moon – Alive

I Soft Moon sono una band capitanata da Luis Vasquez in quel di San Francisco. Post-punk gelidissimo e synth-etizzato. Una delle espressioni più riuscite della rivalutazione primi anni 80. Dopo l’omonimo esordio dello scorso anno tornano con Total Decay, un EP su Captured Tracks che ribadisce la freschezza e la profondità del progetto.”

Unavoceacaso. Jens Lekman – Run Away With Me

Jens Lekman (per non parlare del suo tour buddy) incarna pienamente il concetto di pucciness di cui ogni compilation natalizia deve essere pregna. La stupidinità però non è cosa di Jens, che pure in una canzone di natale (in free download qui) riesce a tirar fuori un testo elegantissimo e fare l’uso più fico che si sia mai sentito dei campanelli-della-slitta, di cui sinceramente c’eravamo un po’ rotti il cazzo. In other news: quello di Jens & Ciccio uno dei concerti dell’anno.

Tob Waylan. Veronica Falls – Wedding Day

I Veronica Falls sono un gruppetto che ha fatto un dischetto pieno di canzoncine semplici semplici che suonano come cose ripescate tra i 45 giri di papà. Wedding Day è dritta veloce e orecchiabile è la mia preferita e canta fino alla nausea you don’t love her like you love me.

Alebuagain. J Mascis – Is It Done

In questi ultimi anni saranno usciti 4.000 dischi del “cantante del gruppo X”. La maggior parte dei quali è una palla che metà ne basta. Questo però è diverso. Non è il disco del cantante dei Dinosaur Jr. E’ il disco di J Mascis. Ed è una bomba. In particolare questo pezzo, uno di quelli per cui togli la polvere al tasto repeat dell’autoradio. Tantissimo disagio, tantissimo talento. E vederglielo suonare dal vivo, seduto al buio, con il leggio davanti, è uno spettacolo.

Junkiepop. James Blake – Measurements

è la chiusura del disco di Blake, minimale, piccola un quasi gospel fatto di bassi che ti entrano dentro e ti spaccano in due
e le voci che si incrociano e fanno un tappeto. Si invertono quasi le parti.
Quando uno scrive cose grosse scrive cose così

LATO B
Ghiboebd. The Lonely Forest – Be Everything

Prima l’estate e adesso la primavera. Maggio inoltrato su un treno da 50 minuti che si ferma in tutte le stazioni. Un sms del coinquilino che chiede cosa volessi per cena perchè ci sarebbero stati ospiti le nostre due amiche solite che venivano tutte le settimane a cena da noi. Il treno continuava ad andare e a fermarsi in tutte le stazioni con il sole alto fuori dal finestrino e una donna di colore che come al solito aveva preso il vagone per una cabina telefonica insonorizzata. Il disco intero dei Lonely Forest forse l’ho ascoltato una volta sola o due, mandavo in repeat questa canzone per un sacco di volte di fila fino alla stazione di Ferrara stravaccato alla meno peggio sullo scomodo seggiolino Trenitalia. Non so nulla di chi siano questi Lonely Forest, mi sa che l’avevo scaricato perchè c’è lo zampino di Mogis di mezzo o qualcosa inerente a quel giro lì. Il testo fa pensare che ci sia del cattolicesimo di mezzo ma la melodia e quel crescere di voci è una cosa da pelle d’oca.
Di gennaio ricordo poco, era appena uscito il leak del nuovo dei Get Up Kids, dei mesi dopo qualcosa e quest’autunno è stato più da recuperoni e fisse momentanee. Per me il 2011 è stato solo primavera ed estate, qualcosa prima e dopo, ma il nucleo sta lì nella stagione dei fiori e in quella del mare. Mare a cui arrivavo in bici o spostandomi di poco in macchina.

Byron. Patrick Wolf – Armistice

Patrick Wolf potrebbe essere il figlio di Rufus Wainwright, Neil Gaiman, e un personaggio a caso di Labyrinth, ovvero tre motivi per cui io normalmente ne starei più alla larga possibile (e scusatemi, davvero, ci ho provato a leggere Neil Gaiman ma proprio non fa per me). E invece dopo un ascolto a casa di un amico verso la fine dell’estate, e un’opera di conversione molto efficace da parte di PopTopoi, è diventato amore. Dovete sapere che l’estate 2011 a Londra è cominciata verso la fine di Agosto, ma tipo che a ottobre c’erano 30°C e gli inglesi in canottiera. Insomma, io da lì in poi ho sentito quasi solo le cose più pop di Patrick Wolf, quelle estive e leggere (tipo The City e Bermondsey Street). Adesso che è arrivato l’inverno vado in letargo con Armistice a farmi da favola della buonanotte, sperando che i lupi e le volpi non mi mangino.

Pistalkufi. Naked On The Vague – Clock Of 12’s

Attivi da 5 anni, gli australiani Naked On The Vague approdano su Sacred Bones nel 2009 ed incidono Twelve Dark Noons, un EP che accompagna il cortometraggio che porta lo stesso nome, atmosfere psichedeliche scure in salsa lo-fi

Unavoceacaso. Los Campesinos! – Kindle a Flame in Her Heart

Piuttosto recentemente ho scoperto che una delle piccole band che amo ha pubblicato l’anno scorso aggratis una canzone di natale molto carina. Approfitto per dire due cose due sui Los Campesinos!. Purtroppo il discorso che portavano avanti benissimo nel primo disco, quello del tweecore, negli anni se n’è andato un po’ a puttane rendendomeli meno interessanti, ma restano una cosa-del-cuore: non ce la faccio ad odiarli e continuo a supportarli a prescindere. Detto questo, Gareth continua a scrivere dei testi della madonnissima e se qualcuno li portasse in Italia sarei comunque in prima fila con gli occhi a forma di <3 come una fangirl dei Kooks.

Tob Waylan. Gazebo Penguins – 300 Lire

I Gazebi hanno fatto ‘sto disco che dura 23 minuti ed è facile quindi riascoltarlo riascoltarlo riascoltarlo finchè non ti si pianta nel petto come un’accetta nel legno. Alla fine di 300 Lire dicono che non mi hai mai visto in un film con i tuoi eroi, il verso dell’anno per me.

Alebuagain. The Peawees – Don’t knock at my door

Il nuovo Peawees lo aspettavo da 4 anni. E non mi capita spesso. Però i Peawees mi sono sempre piaciuti un sacco. E quando finalmente è uscito, me lo sono andato a comprare. Anche questo non mi capita spesso, visto che ormai i dischi li compro quasi solo ai concerti (in realtà anche questo l’ho comprato a un concerto. Ma non loro. Quindi vale). E quando l’ho ascoltato ho detto che è bello, molto meno punkrock di quanto mi aspettassi, ma proprio bello. E le chitarre di ‘sto pezzo mi sono entrate in testa subito.

Junkiepop. Ryan Adams – Do I wait

Pensarne una sola di Ashes and Fire è impossibile, questa per mille motivi è il loop dell’anno per come la canta, per quello che dice, per come lo dice. Per tutto

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I libri del 2011

Pensavamo che una delle cose migliori da fare per chiudere il 2011 fosse una lista di libri, senza graduatoria, semplicemente io, Emiliano e Irene abbiamo messo su il nostro contributo dei libro del 2011 che ci sono piaciuti di più. In calce a ogni post c’è la firma del colpevole della scelta.

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (A Visit From The Goon Squad)

Questo è un libro che va letto prima che diventi – come annunciato – una serie TV della HBO. I capitoli sono vari racconti collegati ma indipendenti, che puoi leggere in fila come sono presentati o no (ma se li leggi in fila è meglio). Sono storie di americani di fine secolo, di New York dopo l’11 Settembre e prima di qualcos’altro ancora non ben definito, forse la fine del mondo, forse solo un silenzio enorme. Goon Squad è un libro che parla di rock e linguaggio, di silenzi e paranoie, di cleptomania e catalogazione compulsiva, di attimi e forme. Ora che provo a parlarne mi rendo conto che è un libro davvero difficile da descrivere, ma in pratica è la cosa più vicina a un concept album che mi sia mai capitato di leggere; è un libro che se lo leggi ad alta voce è musica. C’è un verso di T.S.Eliot famoso e sdrucito dalle citazioni che dice ‘ho misurato la mia vita in cucchiaini di caffè’; io misuro la mia vita in canzoni: hai presente come la musica diventa un modo particolare di occupare il tempo, di rendersi conto di come e quanto passa, di organizzarsi la vita? Ecco, il tempo è un bastardo così, è un libro con le madeleine di Proust e le citazioni dei Sopranos, col rock’n’roll e il punk, con gli anni ’70 e il futuro che ci aspetta tutti, un po’ più vecchi, un po’ più tristi, un po’ più pieni di ricordi, un po’ più capaci di comprendere il silenzio nella musica.

(Byron)

Compra | Articolo di Matteo Colombo

The Art of Fielding di Chad Harbach (uscirà in Italia col titolo L’arte di vivere in difesa, Rizzoli nel mese di marzo 2012)

La prima cosa da dire è che The Art of Fielding ha tutta l’aria di essere un romanzo di baseball. La seconda è che però The Art of Fielding parla di baseball come Moby Dick parla di balene, o come The Social Network parla di Facebook – né più, né meno. Ovvero: con la scusa, parla di tutt’altro. Il baseball qui è un concetto che potrebbe essere una qualsiasi altra cosa che si fa tra i pomeriggi di scuola e l’università, quando si cerca di capire quale attività è quella che in sostanza ci definisce – c’è chi suona, chi va al cinema, chi fa sport, chi scrive. (Un certo cialtrone che ha scritto che nel romanzo “il baseball di provincia è metafora della vita” si è limitato a ricopiare la frase da un press release preparato da uno che di sicuro non ha mai visto una partita di baseball in vita sua, e che non ha capito che tutta la letteratura è metafa d’avita.) La terza cosa, che è la più importante, è che The Art of Fielding parla del fatto che spesso crescere significa dover accettare il fallimento, e di come avere tanto talento a volte possa essere un ostacolo enorme al successo. La quarta cosa è che i personaggi di questo libro diventeranno amici, compagni di studi, di allenamenti quotidiani e di sbronze nel mezzo della notte, sia che ti interessi il baseball che no. La quinta cosa è che spero che un mio futuro figlio diventerà un catcher coi fiocchi, perché mentre il pitcher è quello che conosce la solitudine, e l’hitter quello che corre per la gloria, è il catcher lo stoico che capisce Marco Aurelio, quello che fa il gioco, quello che sa che l’arte di vivere in difesa fa male alle ginocchia.

(Byron)

Compra

L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender

La bellezza nel libro della Bender sta tutta nell’essere piccolo, minimale e farti vedere senza rendertene conto un caleidoscopio di generi e iter narrativi che fanno spavento (dal dramma al famigliare, al fanta horror, al visionario) con una delicatezza che richiama il gusto (toh) dello scrivere e della lettura.
Lei è una che del lettore ha capito tutto, ma veramente tutto, sa portarlo a spasso per mano quando gioca sulla disfunzionalità alla base del romanzo (una ragazzina che “sente i sapori” in funzione dell’umore di chi li ha preparati) e lo trasporta con delicatezza dalle parti del romanzo di formazione prima, di semi-pastorale americana dopo e infine, come dicevo sopra chiuso con un gusto quasi Cronenberghiano.
Libri così non è che siano rari, non ce ne sono proprio

(GiorgioP)

Compra 

Impossible Man di Michael Muhammad Knight

Tante, tantissime volte ho letto su prime o quarte di copertina richiami al giovane Holden, questo è l’unico (di quelli almeno letti da me) che un senso a quel richiamo glielo dà (anche se il richiamo, in questo caso è per il suo romanzo d’esordio e non questo). L’autobiografia dello scrittore di Islampunk prende le traiettorie disegnate  da un vero e proprio richiamo alla prima adolescenza, alla fascinazione per Guerre Stellari prima e il Wrestling fine anni 80, per poi avvicinarsi all’Islam grazie alla lettura dell’autobiografia (e qui sul fatto che quel libro possa cambiare la vita siamo tutti d’accordo, suppongo). Michael Knight trasmette l’idea di sentirsi un personaggio in cerca d’autore, di identità, religiosa e famigliare, viaggia, galleggia negli anni scolastici del liceo con la presenza del vero freak e risolve tutto trovando la propria strada e una possibile chiusura di tutti i conti aperti dal droghiere.

(GiorgioP)

Compra

L’ultimo inverno di Paul Harding

Io amo le storie sui ritorni a casa, sulla ricerca della propria identità sul capire chi si è e oerché si è così. Il ritorno a casa, il rapporto padre e figlio e anche qui scusate mi ripeto è forse adatto il termine di pastorale. Harding, che è Pulitzer 2010, ha uno stile fatto di graffi e di sventure, di profonda depressione (nel senso di economia americana e spaccato storico) come il migliore McCarthy che a tratti sembra prestargli la mano a mettere virgole, creare sospensioni e fare uscire delle lacrime.
Un libro duro, ed enorme nell’allargarsi dentro i personaggi, nelle dinamiche, nei loro dubbi e nei loro sentimenti. Superbo e a tratti destabilizzante

(GiorgioP)

Compra

Libertà di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen è uno di quelli che uno la mattina si dovrebbe alzare, buttare in ginocchio come i Musulmani e ringraziare il Dio dei cieli perchè quel giorno come mamma Adele per Springsteen ha deciso di scrivere o chi per lui.
Libertà è il suo libro forse più completo, il più disilluso e allo stesso tempo quello con forze più speranza. Perchè l’uomo è disadattato anche se non è malato, la famiglia è un coacervo di disadattati e la vita è una serie di situazioni disadattate.
Ecco cosa ha capito Franzen, siamo marci, tanto borghesi quanto marci
E la libertà è solo uno specchietto che pensiamo di tenere in mano ma potrebbe essere anche fatto di legno.

(GiorgioP)

Compra

Omega lo sconosciuto (di Jonathan Lethem e Dalrymple Farel)

Lethem è sempre stato fan dei fumetti e di Philip Dick, nel momento in cui gli hanno chiesto di scrivere una graphic novel credo il dio del fumetto abbia ringraziato chi avesse avuto questa splendida idea.
Diviso in due parti e disegnato con uno stile asciutto e minimale, a tratti disturbante, Omega lo sconosciuto riprende il discorso del fumetto di Gerber (1976)  a cui aveva già tributato omaggio richiamandolo nel suo capolavoro La fortezza della solitudine. Storia di fantascienza virata superoistica o storia superoistica virata in fantascienza, fate un po’ voi, ha la sua forza nelle parole e nella costruzione dei colpi di scena (chiamiamoli così). Lethem è indubbiamente il personaggio più poliedrico del mondo letterario attuale e questa graphic novel è uno schiaffo in faccia a tutti i critici che gli dicono che per diventare il migliore dovrebbe abbandonare il suo legame coi fumetti.
E’ già il migliore, punto

(GiorgioP)

Compra vol 1 | Compra vol 2

Habibi di Craig Thompson

Craig Thompson è l’autore di Blankets, così c’è scritto sulla fascetta.
Io Blankets l’ho letto parecchi anni fa e devo dire di averlo apprezzato solo in parte: disegni meravigliosi, toni molto delicati, ma una trama non proprio esaltante. Di quelle che alla fine ti guardi in giro e ci rimani un po’ così. Se dovessi consigliare un suo libro, se dovessi regalarlo, mi butterei dritto su Carnet De Voyage.
Perché per Habibi tocca prepararsi: bisogna sentirsi disposti ad affondare in un’ossessione. Quella per l’Islam e la sua cultura. Bisogna essere concentrati per entrare (come nel 3D) davvero nei disegni – incredibili, lo giuro – e abbandonarsi alla storia. Al centro di tutto c’è ancora una vicenda intima: un rapporto d’amore che lotta contro i condizionamenti sociali e religiosi.
Ma c’è soprattutto una grande attenzione al racconto epico.
Per portarlo a compimento ci sono voluti almeno sette anni. Io l’ho letto in tre ore

(Colas)

Compra

Open. La mia storia di Andrè Agassi

Baricco ha scritto su Repubblica che questa autobiografia è una bomba. Io non sono Baricco, ma qualche capello grigio comincio ad averlo.
La maestra diceva che quelli con i capelli grigi sono più saggi, io resto un pirla ma non avrei mai pensato di leggere l’autobiografia di un tennista (che poi non è tanto auto visto che l’ha scritta J.R. Moehringer, un Premio Pulitzer). E invece l’ho fatto e l’ho trovata perfetta
Il ritratto di un’anima scissa in due costantemente in lotta con le proprie inclinazioni naturali e le sue passioni reali. Agassi odia il tennis, ma sa solo giocare a tennis.
Passa per ribelle, per un punk, ma si chiude in casa ad ascoltare Oh Mandy pensando al modo di rinforzare il toupée che spaccia per capigliature.
Esce con le modelle, ma s’innamora delle tenniste nasone.
Ha un pessimo rapporto con il padre, ma non riesce ad odiarlo. Si mette in discussione di continua e non dà mai l’impressione di volere salire su un piedi stallo.
“Open” è il libro di un uomo normale. Non quello di un poster appeso in camera.

(Colas)

See a little light di Bob Mould & Michael Azerrad

Non è un’autobiografia. È la bibbia.
Giuro.
Mould è un uomo difficile: infanzia violenta, adolescenza punk, maturità hardcore e mezz’età da idolo della comunità bear americana. Oltre che di tutte le persone sane di mente presenti su questo pianeta. Dentro questo libro c’è tutto il suo cammino umano e artistico.
Scritto con Michael Azerrad – Our Band Could Be Your Life – stupisce per la lucida freddezza con cui Mould riesce a mettere in fila il suo vissuto.
Non ci sono rimpianti e neanche spazio per il romanticismo: Mould non vuole risultare simpatico, non è il suo scopo primario, preferisce piuttosto smitizzare la sua figura mettendo al centro di tutto il suo percorso pieno di inciampi, cadute e risalite.
Si prende il lusso di dare – di nuovo – il colpo letale agli Husker Du, magnifica il periodo con gli Sugar, quello da autore di storyline del Wrestling (il lavoro più bello del mondo) e la sua rinnovata consapevolezza.
Non sarà mai tradotto in italiano, quindi compratelo in inglese. Se proprio non riuscite a leggerlo almeno potreste ritrovarvi con un soprammobile di qualità

(Colas)

Retromania di Simon Reynolds

Si può essere d’accordo o meno, non è quello il punto: Simon Reynolds con Retromania cerca di analizzare il presente concentrandosi sul ruolo predominate che il passato – la nostalgia del passato – ha nella cultura pop odierna. Sulla carta sarebbe un libro musicale, ma lo stesso discorso è facilmente affrontabile anche da altre prospettive.
Che cos’è “Super 8” se non un piccolo saggio di “retromania cinematografica”?
Reynolds usa il suo vissuto personale per provare a sviluppare una teoria, non centra sempre il punto, ma non è importante.
La sensazione di vivere continuamente lo stesso tempo, e di viverlo ripetutamente, c’è ed è innegabile.
Non fornisce risposte, si limita a fare il punto della situazione e dà la stura a un possibile milione di discorsi collegati.
Comunque io una volta sono stato a un dj set di Simon Reynolds: metteva solo cose di quaranta o venti anni fa

(Colas)

Le vostre serie dell’anno

Che ormai la tv se non il primario è il quasi primario mezzo per la stesura di nuovi linguaggi, tanto per quello che riguarda le sceneggiature quanto i personaggi e le trame vere e proprie (Aaron Sorkin per dire, viene da lì e ora di là se lo litigano) per il cinema il 2011 è stato forse l’anno con più alto valore qualitativo di sempre sparso nelle varie serie tv. Ormai (o siamo noi che ci facciamo caso ora) il panorama è completissimo, ogni branca tematica è occupata da uno o più racconti e insomma. Se vi va qui sotto c’è l’elenco (non completissimo ma quasi) delle 30 serie tv completate (iniziate o finite, o solo finite) nel 2011.
Ci abbiamo messo anche American Horror Story per una questione di voyeurismo e masochismo, insomma lo abbiamo fatto per i lol.
5 voti come per i dischi dell’anno (avete controllato i risultati? A chi legge JunkiePop è piaciuto tanto Bon Iver, giusto per spoilerare un po’ – e anche I Cani). Mi rendo conto che dopo cenoni e pranzi sia complicato avere la lucidità però insomma, se vi va siamo curiosi (e se volete dire la vostra sul perché e il per come i commenti sono a vostra disposizione)
Insomma fate il vostro gioco. Io potrei al limite anche dare un solo voto: Clear eyes full hearts can’t lose.

Top Film 2011 – GiorgioP

Assicuro che metterne dieci, i primi dieci, in ordine é stata una fatica vera. Mettere i secondi dieci anche, non é stato un anno eccelso ma insomma, la qualità media é stata alta. Di alcuni, non tutti, ne ho scritto da queste parti.
Se vi interessasse sapere il parere “a stelline” (di tutti gli altri film, anche quelli non nominati) invece potete andare sul mio profilo Mubi. Lì le metto il giorno stesso e per quello che mi riguarda é forse il migliore social network a tema in circolazione.
Partendo dall’inizio e dalla coda: The Artist é un film onesto, unico nel suo genere e che personalmente mi ha stordito come poche altre cose, ma in anni. Non é un film in malafede, anzi (qui credo che avremmo qualche punto su cui discutere con l’amico Michele ma ci vogliamo bene lo stesso spero). Una considerazione fare di un film del genere una cagata informe é un attimo, farne un capolavoro é complicato, complicatissimo. Ecco perché é lì, ecco perché amo il cinema. Per la coda dovrei ripetere quello che ha detto Irene su The Tree of Life nel caso qualcuno rabbrividisse vedendo la posizione, un film a tratti superbo, a tratti ridondante ed eccessivamente panteista. Si risolve in un pamphlet a tratti distonico sull’animismo e la natura dell’uomo. La parte della ciccia era poca, insomma. Per me neanche si discute su cosa (e non come, é il cosa che conta) sia meglio tra il film di Malick e Hereafter che vince il premio film sottovalutato dell’anno.
Innamoramento vero dell’anno Warrior; forse un film da minchioni per i più, film profondamente emozionante per chi sta scrivendo. Penso di aver pianto le migliori lacrime della mia vita. Habemus Papam a conti fatti é forse uno dei migliori Moretti di sempre, così come True Grit dei Coen che fanno il western (ma sempre una storia Coen é). Su Drive si é già detto tutto l’immaginabile e su Leigh, e l’ennesimo grande ritratto della mid-class inglese no; Another Year se non l’avete visto avete sbagliato.
TinTin é stato fonte di discussione in giro, é forse una delle più (se non la più, calcolando il punto della carriera in cui arriva) grosse prove di Spielberg come creatore di cinema, così come Detective Dee é un enorme e bellissimo quasi esercizio di stile di Tsui Hark, così come The King’s Speech. Ma bellissimo, appunto.
Melancholia é la mia pace con Von Trier e forse l’apice di carriera con Dogville, Una separazione un film che dovrebbe essere visto da chiunque abbia un cuore. é il “film che non ho sentito arrivare e mi ha preso in pieno sui reni dell’anno”.
Film sorpresa dell’anno: Incendies.
Premio Amore disperato dell’anno: This must be the place.
Qualcuno lo salto ma prima lancio un’esclamazione: Dio dacci un film dei Dardenne all’anno (e magari anche di Kaurismaki).
Faust vince il premio film enorme dell’anno.
Vince il premio film da cinema che rivedrei 25 volte (ma solo al cinema) Black Swan. Un orologetto quasi perfetto, visionario e bipolare a cui mancava peró un pizzico in più di follia e con un pizzico di troppo di voglia di stupire.
Thor é il film dei fumetti dell’anno, ah e sul personalissimo: Vaughn, non sei nessuno e sei andato a tanto così dal fare degli X-Men una robetta innocua. Aridateci Synger e pure di corsa. (In realtà Vaughn non mi ha fatto niente, Kick-Ass era pregevole ma ad un Marveliano non toccate gli X-Men, non si fa, è cattiveria pura e ce la portiamo dentro manco fosse un insulto a una sorella).

Cotta non duratura dell’anno o pensavo fosse amore invece era un calesse va assegnato a Source Code. Via facendo si é trasformato in un buon film ma niente di più, così come Super.
Su Super8 da subito ho nutrito forti dubbi e gli assegno il “mannaggia” dell’anno, perché di una storia così ne avevamo bisogno. Il dubbio che questa frase sia da considerare un’affermazione valida é lo stesso punto debole del film (la risposta alla resa dei conti era un no, per me).
Film da deridere dell’anno Lanterna Verde, se ce ne fosse bisogno.
Film che ringraziamo siamo riusciti a vedere in sala sarebbero dovuti essere in classifica ma sono usciti da troppi anni: This is England, e Singolarità di una ragazza bionda del 101enne Manoel de Oliveira, un gioiellino.
Film che vince il “mi sono vergognato di metterlo in classifica“: Paul. Ma mi rendo conto che al dunque é un profiterol per chi manda a memoria Star Wars, per gli altri boh, mah.

Si ringrazia SpiritoC per l’inifinita pazienza nelle varie modifiche dell’immagine riepilogativa

Top Film 2011 – ale-bu

Fino a poco più di una settimana fa questa classifica sarebbe stata completamente diversa. Drive era saldamente ancorato al primo posto, apparentemente inscalzabile, e tutto il resto dopo. Poi però sono andato a vedere Miracolo a Le Havre, parcheggiando anche sul marciapiede come un Lapo Elkann qualsiasi. Io non parcheggio mai in divieto di sosta. Mai. Mi viene un’ansia insopportabile. Però ero in ritardissimo e alla fine ho fatto la “pazzia”. Beh, per farla breve il film è riuscito a farmi dimenticare per un’oretta e mezza il rischio di non trovare più la macchina una volta uscito. Questo vorrà dire qualcosa, o no? La sera dopo poi ho finalmente visto Senna (dopo aver letto n volte il post di byron). E mi sono tenuto il magone per 48 ore. Quindi ecco quello che risulta da questa piccola rivoluzione.

ps: non ho visto tante cose che son sicuro sarebbero entrate in classifica. Penso a Melancholia, Il ragazzo con la bicicletta e This must be the place, ad esempio. Ma il tempo è tiranno. E io mi sono anche comprato l’X-Box, per averne ancora meno.
pps: alla fine non ho preso neanche la multa. Miracolo. Non a Le Havre, bensì a Milano.

10 mi parevan poche, a 20 non ci arrivavo, quindi virtus stat in medio. come dice il saggio. ps: tanx a Tob Waylan per l'idea del template della classifica.

Se di Le Havre e Senna ho già detto, qui in fondo posso permettermi di giustificare la paraculata enorme della prima posizione. Io This is England l’ho visto la prima volta nel 2007, credo. E la stessa cosa avrebbe dovuto fare chiunque. Ma mentre cercavo di recuperare le puntate del neo-uscito TIE’88 mi sono ricordato che quei geni dei distributori italiani hanno deciso di farlo arrivare al cinema in Italia nel 2011. E l’occasione era troppo ghiotta. Semplicemente non potevo non mettere in classifica quello che è uno dei miei film preferiti di sempre. Uno da Top 5 della vita, per intenderci.

Per quando riguarda il resto…beh, Drive (ne parlano – e bene – Giorgio e TobWaylan qui e qui) resta comunque una perla, fatta di pochi dialoghi e tanti silenzi che parlano un sacco, con una colonna sonora che fa spavento. Il Grinta, a dispetto delle apparenze e del fatto che sia un remake, ha un’impronta dei Coen grande come una casa. E dalla scena dell’impiccagione, dopo circa 3 minuti, avevo già deciso che sarebbe entrato in classifica. Carnage dal canto suo non esce mai da un appartamento e riesce a non essere noioso. E Kate Winslet/Christoph Waltz  vs Jodie Foster/John C.Reilly 3-2 ai supplementari. Dopo che nel primo tempo erano in vantaggio di due gol e la partita pareva abbondantemente chiusa.

Scendendo in classifica (man mano che si prosegue, l’ordine lascia sempre più il tempo che trova), si incontrano semplicemente quei flm che appena finiti mi hanno strappato un “ancora, ancora, ancora!!”.  Ok, forse dopo The Tree of Life non ho urlato “ancora”, ma nemmeno “basta”, come quei dieci che hanno abbandonato il cinema smoccolando a proiezione in corso.

Due parole su It’s Kind of a Funny Story: in Italia credo sia uscito direttamente in DVD senza passare dal cinema, con un titolaccio tipo 5 giorni dentro. Però è proprio una bella storia. E tre su Paul: è vero, non è nemmeno paragonabile a Shaun of the Dead oppure Hot-Fuzz, ma se sullo schermo ci sono assieme Simon Pegg, Nick Frost e Jason Bateman io rido a prescindere. Pure se dovessero stare fermi immobili per due ore, semplicemente a mettersi le dita nel naso. Infine, per quanto riguarda X-Men: First Class, in un anno con così tanti film tratti da fumetti uno lo dovevo mettere per forza. E Thor e Green Lantern non erano alternative praticabili. In più qui c’è Mystica che si lava i denti come una teenager qualsiasi.

Sul modello di quanto fatto da Byron, per finire ritaglio una riga per la delusione dell’anno. Per me, senza mezzo dubbio l’ambito premio se lo prende Green Hornet. Voglio dire, Gondry+Seth Rogen+il ruolo che fu di Bruce Lee+una sceneggiatura che ha sostituito quella scartata di Kevin Smith che a leggere il fumetto era tutt’altro che male. Penso fosse lecito aspettarsi qualcosa di più di un Superbad un po’ moscio. Peccato.