Top Albums 2011 – Lenny Nero

Gli ultimi giorni dell’anno sono giorni di classifiche. Questi sono gli album che ho ascoltato di più, sono parecchi perché quando ci son da fare delle scelte non riesco mai a decidermi. Non c’è un ordine, ho aperto la cartella della musica scaricata quest’anno e ho copiato e incollato i nomi dei dischi che son stati la colonna sonora del mio 2011, tutto qui. Come al solito puntando la copertina vengono fuori nome del gruppo, titolo dell’album e cliccandoci sopra si arriva a qualcosa da ascoltare. Divertitevi.

                           

Duemilaeuno (odissea)

Me la ricordo benissimo l’estate del duemilaeuno. Avevo appena scoperto una vecchia canzone di Leonard Cohen che mi suonò in testa per tutta quell’estate a volte come una lugubre ispirazione, a volte come una marcia funebre. Di che cosa poi non si sa bene, perché mi sembrava tutto bellissimo: finiti gli esami del primo, durissimo anno all’università di Warwick, il primo album degli Strokes, la prospettiva dell’estate a Londra a lavorare a stretto contatto con uno che mi piaceva tantissimo. All’epoca pensavo di amarlo, quello lì, e non lo sapevo proprio che il vero amore si sarebbe presentato alla fine dell’estate, dopo tanti terremoti. E poi dopo estati di lavoro, vacanze studio a imparare le lingue, e viaggi culturali vari, c’era da andare al mare con la mamma, gratis, una vacanza senza pensieri, in un’isola greca. Erano anni che non andavo al mare per l’andare al mare, come si faceva quando ero piccola.

Del giorno della scuola Diaz mi è rimasto l’odore della crema doposole, una che non fanno più, un profumo di cocco e palme sulla mia pelle bruciata dopo un giorno cocente sul mar Egeo. Mi ricordo che avevo in mano quella bottiglia marrone con le righe una blu e una gialla, e mi spalmavo le spalle in fiamme mentre la mamma si faceva la doccia prima di andare a una di quelle serate tremende col Sirtaki per turisti e buffet dell’albergo. Accesi la televisione e il telegiornale greco faceva vedere delle immagini spaventose, violentissime, ma tutte riprese troppo vicine per capire precisamente che cosa stesse succedendo; si intuiva solo che della gente ne stava prendendo di brutto, e seppure senza suono, era intuibile il tonfo sordo dei manganelli sulle ossa che cedevano sotto i colpi. Quando la telecamera a spalla si allargava un po’, si cominciava a intravedere che i picchiatori erano tutti vestiti di tute blu e nere, come dei – poliziotti. Italiani. Si intravedevano un po’ alla volta delle insegne di negozi, dei nomi di strade. In italiano. Poi la scena si spostava in una scuola, anche quella riconoscibilissima, italiana. Un sacco di ragazzi, ma anche gente di una certa età, tutti ammaccati, con ematomi viola, blu e gialli sulla schiena, facce gonfie di botte, sangue sulle magliette. Sotto al doppiaggio greco si sentiva parlare tedesco, italiano, francese, inglese – mi ricordo che sentii distintamente la frase “I thought they were going to kill me”. Mollai la bottiglia di crema e mi misi a cercare un canale qualsiasi, in una lingua che conoscevo. Trovai la BBC. “Ieri è stato ucciso un ragazzo al G8 di Genova,” dissi a mia madre. Si vedeva non solo l’estintore che il ragazzo aveva in spalla, forse pronto a lanciarlo (non si vedeva il pezzo prima, quello in cui l’estintore usciva dal finestrino della camionetta), ma anche la pistola di ordinanza che gli sparava dritto dritto, e poi la camionetta che gli passava sopra come a un animale e gli maciullava il corpo.

La memoria è una serie di strati appiccicosi di crema, ti tocca, ti bagna, ti attacca il suo odore; la spalmi pian piano, prima è una cosa esterna e separata da te, a volte ha anche un’altra temperatura, ma poi si assorbe e diventa un’invisibile parte integrante di chi sei. Tre anni fa quando ho letto questo articolo del Guardian sull’assurda sentenza del processo di Genova mi è tornato in mente quel momento, l’odore della crema e il sentirmi piccola, con la mia mamma al mare, il sentore che quell’estate coi miei appena ventun anni che mi sembravano tanti, forse non sarebbe andata come pensavo. Era come il “segnale nel cielo” che cantava Leonard Cohen, qualcosa mi diceva che la mia odissea nel duemilaeuno era appena cominciata, che sarebbe stata lunga la strada per Itaca, che il viaggio che intraprendi col crescere, se mai ti riporta a casa, non ti ci riporta mai com’eri prima, che una volta che vedi certe cose non puoi più tornare indietro. Ma la telecamera era troppo vicina per mostrare immagini ampie e nitide lì per lì – per vedere le cose a volte ci vuole il campo lunghissimo, la prospettiva, il tempo, la storia, la memoria.

Oggi che con lo sguardo più vecchio di dieci anni ripenso alle connessioni imprevedibili e inimmaginabili di quell’estate, la memoria mi sembra uno specchio che continuamente cade e va in mille pezzi – cerchi di rimetterli insieme, ma ogni volta che ti ci guardi l’immagine è distorta in un modo nuovo, e rivela qualcosa di diverso di te. Uno di questi riflessi spezzati mi fa tornare in mente proprio quell’articolo letto nel 2008, che diceva:

Cinquantadue giorni dopo l’attacco alla scuola Diaz, 19 uomini utilizzarono aeroplani pieni di passeggeri come bombe e spostarono la montagna di presunzioni sulle quali le democrazie occidentali avevano basato i propri affari. Da allora politici che non si descriverebbero come fascisti hanno permesso intercettazioni telefoniche di massa, monitoraggio di email private, detenzioni senza processo, tortura sistematica, waterboarding di detenuti, arresti domiciliari illimitati e l’assassinio mirato di sospetti, mentre la procedura di estradizione internazionale è stata sostituita dalla deportazione clandestina. Questo non è fascismo da dittatori con stivaloni e bava alla bocca. E’ il pragmatismo di politici vestiti a puntino. Ma il risultato è molto simile. Genova ci dice che quanto lo Stato si sente minacciato, la legge può essere sospesa. Ovunque.

Ed ecco che la memoria appiccicosa incolla evento A con evento B, e mi catapulta in quell’altro giorno, cinquantadue mattine più avanti, e non solo perché tutti in qualche modo se lo ricordano (o tutti noi, ma i miei studenti diciottenni no), e non solo perché è diventato il mio argomento di studio. Ero a lavorare in teatro al Globe, durante uno spettacolo in cui gli attori non lasciavano il palcoscenico fino all’intervallo. Intorno alle tre del pomeriggio feci una pausa caffè, e incontrai uno delle guardie di sicurezza del teatro, che stava attaccato alla sua radio con una faccia spiritata. “Hanno bombardato il World Trade Center,” mi disse. Capii “World Trade Organization” e pensai al G8, a Seattle, a Genova, alla guerriglia di strada, a una bomba tipo molotov. Quando gli attori scesero dal palco per l’intervallo le torri erano già crollate, il Pentagono colpito, il volo United 93 precipitato, gli spazi aerei del mondo chiusi. Quando lo dissero agli attori a uno di loro crollò la faccia. Suo padre era in viaggio da Milwaukee a Londra, in aria da qualche parte. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo, non si sapeva se ci fossero altri dirottatori e ogni uccello di metallo ancora in volo avrebbe potuto trasformarsi in una bomba da un momento all’altro. Era il capo, quell’attore lì, e decise di continuare lo spettacolo. Salirono sul palco tutti insieme e lui si avvicinò al pubblico dall’orlo del palco e fece un gesto per chiedere silenzio. Disse a tutti quelli che come noi erano stati chiusi in quella specie di capsula del tempo teatrale che c’era stato un attentato a New York e uno a Washington, e che molte persone erano morte, ma non si sapeva quante. Si sapeva molto poco. Un gruppo di ragazzi Newyorkesi nel pubblico collassò di botto, tutti insieme, tutti a dire ohmygawd, ohmygawd, scoppiarono in lacrime, si accasciarono al suolo o corsero fuori a cercare di telefonare dalle cabine pubbliche. Lui disse che lì lo spettacolo sarebbe andato avanti, e chi voleva andarsene era libero di farlo, ma si sentiva di avere il dovere di arrivare alla fine della commedia, perché Shakespeare (un po’ come Bruce Springsteen) ha sempre le parole giuste. E così si fece, la maggior parte del pubblico rimase, improvvisamente il testo si fece più scuro, più pericoloso, ma per la prima volta realizzai che la parola finale della commedia era ‘Peace’.

 

Questi sono i miei frammenti, sul blog Io Ricordo Genova trovi tanti pezzi di tanti altri.