unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

Those dancing days – I’ll be yours (2011)

 

Nudo di famiglia di Gaia Manzini (2009)

manzini09 Un libro di racconti, un esordio narrativo onesto, sincero in cui  si svelano protagonisti ed emozioni più che avvenimenti e grandi succedimenti. Le cose normali e quotidiane, lo scorrere del tempo e delle vite e quanto ciò possa essere disarmante e sorprendete.  Racconti che riescono ad essere pieni e a coinvolgere, a far pensare, a mostrare uno sguardo nuovo ed originale su temi che sono nella vita di ognuno di noi, a volte ben nascosti. Mai, mai, una semplice esibizione di stile.
Quindici pezzetti di  vite che sono anche le nostre in cui è impossibile non ritrovarsi, i miei preferiti sono “Bergson”, “Cassapanca” e ” Senza pieghe”. ma tutti, ognuno a suo modo mi sono rimasti appiccicati.
Leggetelo. e rileggetelo.

Delicatessen di Marc Caro, J.P Jeunet (1991)

 

 

 

RIP, Enrico Fontanelli

Non lo faccio e non lo facciamo (quasi) mai. Però questa notte è morto Enrico Fontanelli degli Offlaga Disco Pax. L’hanno annunciato loro, con un post su facebook pesante come un sasso gigante. Gli Offlaga Disco Pax li avrò visti millemila volte dal vivo. E una riga mi è venuta da scriverla. Così come mi è venuto da ascoltare in loop tutta la loro discografia.

Human Hands

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Gli Human Hands presumo siano ancora un culto di e per pochi, ma in realtà c’è stato un giorno di qualche anno fa in cui tutti sapevano della loro esistenza. Mi viene solo da ipotizzare, perché un paio di annetti fa sono stati compagni degli indimenticati Verme in uno split tape rilasciato da Eat A Book Records, la stessa etichetta che ha fatto uscire i loro dischi (uno solo, in realtà, e un numero esiguo di ep e split), quindi presumo che tutti sapessero di loro per quelle 24 ore. Idem per i Well Wisher, con cui i Verme hanno suonato oltremanica, ma non saprei nemmeno dire qualcosa con precisione, rimane però che la tradizione (per usare un termine che funga anche da sinonimo di ‘scena’) punk è evidentemente attiva in Inghilterra e gli Human Hands ne sono l’ennesima prova, sebbene siano ormai inglesi per 2/3 (nativi di Birmingham, ora in un ménage à trois con Stratford upon Avon e Reykjavik, quindi coraggiosissimi nel portare avanti un gruppo sebbene le distanze massicce che li separano).

Come da usanza, i tre vengono da un passato recente di split, demo, ep macinati per un po’ di anni e con i quali si sono fatti strada per arrivare con molta molta calma al disco intero, dopo una gestazione di due anni circa causata dallo spostamento in pianta stabile di uno di loro in Islanda e impegni vari, affinando però un suono meno crudo e più lento che nasce con il 7” del 2011 e da lì è progredito discostandosi dalle canzoni veloci e più immediate – e anche meno marcate dalle influenze slowcore e non che hanno costruito la base della più recente uscita – presenti nella cassetta (pure questa omonima, come il disco e l’appena citato sette pollici) . Human Hands è un abbuffata di ritmi lenti e suoni sporchi e abrasivi (sempre che l’aggettivo abbia un senso), registrati in presa diretta e senza sovraincisioni, sottoforma di canzoni nate un paio di anni fa e portate a termine durante il tour giapponese dello scorso anno. La distanza ha messo loro di fronte a grandi ostacoli, ma gli ha offerto anche l’opportunità (la scelta) di focalizzarsi maggiormente sull’attività live, momento in cui hanno avuto la possibilità (o l’obbligo) di provare le canzoni del disco nel momento stesso in cui le suonavano. Non penso che tutti riuscirebbero a resistere a questo tour de force, o almeno non a tutti sarebbe riuscito di scrivere un disco del genere in quelle condizioni. L’intensità della forza con cui questo disco si trascina in avanti ti prende lentamente per le spalle e ti gratta via il primo strato di pelle fino alla faccia. Human Hands è un abbuffata di Slint, Codeine, Moss Icon, Indian Summer e le fotocopie delle locandine dei Fugazi appese sopra il letto. Una sola chitarra, sezione ritmica e voce dolorante che non ha nessuna fretta di sputare parole dentro al microfono.

Lista di parole googlate durante la stesura del post:
– presto e bene
– David Pajo
– Yaphet Kotto

Quest’anno oltre al disco uscirà anche un ep (o un altro disco) di cinque canzoni e dovrebbe esserci un tour europeo durante l’estate.

 

Di bruciature e tradimenti

untitledMettere da parte le cose, qualsiasi cosa, è un po’ sempre una fatica, di quelle grandi.
Metterle da parte, scriverle, porle in mezzo ad un microcosmo in cui ogni parte è destinata a mettere qualcosa da parte, scansarla (per quanto possibile in alcuni casi) o farsene travolgere è un po’ il centro dell’ultimo libro di Antonella Lattanzi. Prima che tu mi tradisca.
Il titolo di per sé è in un certo senso una mezza sinossi, la storia complicata di due sorelle, un segreto che le divide, le fa perdere e le lascia appese col dubbio se si ritroveranno mai.
E’ un libro sospeso a metà come l’essere irrisolte di Angelagei e Michela (Micky Mouse) le due sorelle protagoniste, in un certo modo così lontane così vicine, così vittime di un sistema che ha mentito da sempre e che le ha portate ad essere loro stesse bugiarde di sé stesse.
Prima con sé stesse anzi, poi con tutto il resto che le circonda.
Una storia sospesa tra una Bari descritta in maniera coraggiosa e di “cuore” nei suoi lati più nascosti, più reali e nei suoi passaggi più dolorosi come il bombardamento durante la seconda guerra mondiale (uno dei più bei incipit di romanzi che io ricordi è in Prima che tu mi tradisca) e l’incendio del Petruzzelli; una storia sospesa in dinamiche famigliari che tutto fanno pensare tranne all’epilogo, alle motivazioni, a quei momenti, quei dettagli che possono far deragliare un rapporto classico, customizzato quasi, “padre madre figlia figlia” o possono sostenerlo.
Antonella Lattanzi non ha alcun tipo di accondiscendenza verso i suoi personaggi, vuole loro bene, e si vede, ma sa porre l’accento sulla critica dell’irrisolutezza, sulle dinamiche distorte, ottuagenarie, sui credo di quartiere, di città, di religione. Non c’è un “giusto o sbagliato” tra le righe, c’è una visione, una visione tra il severo e il chirurgico che a tratti sfocia nell’empatia pura.
E’ un passaggio all’inizio piccolo, quello delle due sorelle che partono dalle strade di Bari Vecchia e poi si spostano su Roma, su San Giovanni, San Lorenzo, dall’afa e dall’asfalto di Bari al caos, le macchine, il senso di dispersione di Roma, un passaggio che le porta a cercarsi, più che perdersi o ritrovarsi (e sto facendo il bravo cercando di non darvi alcun indizio), a cercarsi per capire, una di fronte all’altra cosa sia successo, chi sono veramente.
Il punto centrale di Prima che tu mi tradisca è il tradimento ma anche la relatività, cosa si è per chi, cosa non si vuole essere rispetto a chi, quale posto guadagnarsi nella graduatoria famigliare, nella considerazione popolare o nella propria vita. Logiche che viviamo tutti i momenti, ogni istante della giornata. Fulcro centrale invece della storia delle due sorelle. La vita dell’una vissuta come mancanza della vita dell’altra. Ruolo compreso, affetto anche.
Angelagei e Michela sostanzialmente sono protagoniste di una tragedia di stampo quasi Shakespeariano, in cui un trono c’è ma è invisibile ed è quello della quiete dopo la tempesta, una tempesta di vent’anni, un luogo a suo modo tanto metaforico quanto fisico quanto sostanzialmente voluto e non voluto da nessuno.
Antonella Lattanzi dopo Devozione scrive quello che si può definire il suo “grande romanzo” (e spesso i grandiromanzi passano per raccontare saghe famigliari) supera ampiamente i dubbi della mole del libro (430 pagine) lascia un senso di appartenenza a Bari (pur non avendola vista io quasi manco in cartolina) e alle due sorelle Angela Jr e Michela, che prenderesti a pizze, abbracceresti, a cui urleresti in faccia e da cui scapperesti. E di corsa.
E a cui rimani comunque legato e stretto fino all’ultimo punto.

unacanzoneunlibrounfilm. (la rubrica inutile)

Air – All I need (1998)

€13,89 di Frédéric Beigbeder (2001)

9788807817915_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleLetto ancora quando il titolo era “Lire 26.900” poi diventato “€13,89” e in originale “99 franchi”. Poco cambia, siamo sempre più merce su uno scaffale, consumatori plasmati a tavolino che vivono vite pilotate nei desideri senza nemmeno saperlo. Paranoia. Ma vera, e questo libro di sicuro si fa portatore di un pensiero a cui non possiamo sfuggire.  Anzi, prima  lo mettiamo a fuoco prima possiamo educarci a trasformarlo, a non subire passivi e a sfugire alla libertà illusoria di cui siamo vittime. E’ la storia di Octave Parrango che ci racconta la sua vita, gli amori, le illusioni, la quotidianità, i meccanismi di un lavoro, il pubblicitario, che arriva ad odiare; un lavoro in cui tutto ha un prezzo, tutto si vende, tutto si compra, tutto si può perdere.

“…nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma.”

Sherlock jr.  di Buster Keaton (1924)

Buster <3