“Ma quando escono i sub?” – Puntata #2: In cui si inizia a parlare di cose seriali

Ve lo confesso: avevo scritto un post lunghissimo su sesso e telefilm che continuava a lievitare come quando lasci i panni bagnati nella lavatrice, l’ho riletto e mi son detta

Dio, ma che merda!

Quindi ho fatto un favore a me e all’umanità e l’ho cancellato. In fondo, c’è sempre Wikipedia. Ho deciso d’improvviso, solleticata dalla brezza novembrina che spira in quel di Ostia Lido, di parlarvi di due prodotti televisivi di quest’anno. Ora sono in pausa, ovviamente, perché è estate. E, visto che è estate e sicuramente siete chiusi anche voi nelle vostre camerette a fare refresh compulsivi di facebook, direi che è ora di un bel recuperone (capirete alla fine quale delle due serie dovete recuperare).

Partiamo da THE CARRIE DIARIES. Trasmesso da CW, canale che ci ha regalato perle come Gossip Girl e il remake di Beverly Hills 90210, TCD (noto anche, grazie all’inventiva della subber Vickie182, come The Carrie Diarrheas) è quel che sembra: una bieca operazione commerciale. Candace Bushnell, ideatrice di Sex & The City, decide di stuprare anche l’ultimo ricordo positivo che abbiamo di quella serie e di regalarci uno spaccato di vita di Carrie adolescente.
Dimenticate il sex, dimenticate la city, dimenticate il buon gusto: TCD è un rutilare di brutti vestiti, personaggi antipatici e tanto tanto moralismo. La nostra Carrie pare uscita da una puntata della Famiglia Bradford, si comporta come un donnino cacacazzi e ha una sorella ribelle che manifesta la propria ribellione andando in giro spettinata. La trama, dite? Carrie ama un tenebroso dal cuore d’oro, si lasciano, si riprendono, lei fa la stagista in una rivista a New York, va in giro vestita male e ha le gambe storte.
A perfetto corollario, un’amica che è uno stereotipo razzista (l’asiatica secchiona), vari ragazzi che vogliono solo stare abbracciati, sarà bellissimo lo stesso, e un’altra amica che serve da monito (l’equivalente della Kelly Taylor dei tempi d’oro di Beverly Hills, quella che scopa perché non si stima).
TCD è verosimile quanto una banconota da tre euro, prolisso e noioso. E ho già detto che si vestono male?

Gambe storte? Check. Vestito di merda? Check? ragazzetto con faccia di gomma? Check.

Gambe storte? Check. Vestito di merda? Check. Ragazzetto con faccia di gomma? Check.

Oltreoceano, invece, nelle grigie lande inglesi, Channel 4 fa tripletta e, dopo averci scodellato dei capolavori (l’ho detto) come Utopia e Black Mirror, si gioca il tutto per tutto con MY MAD FAT DIARY. Dimenticate lustrini, adolescenti che parlano come vecchi e feste a Manhattan nel periodo pre-AIDS: siamo negli anni ’90, bene che vi dice finite a un rave in una fabbrica abbandonata.
MMFD è la storia di Rae, un’adolescente affetta da binging che esce dopo tre mesi da un ospedale psichiatrico dove è stata ricoverata per autolesionismo.

Madonna, la pesantezza! direte voi. E invece no.

MMFD riesce finalmente a farci vedere degli adolescenti VERI, che fanno cose da adolescenti, parlano come adolescenti e hanno sanissime e volgarissime pulsioni sessuali. E’ tenero, fa ridere e fa anche piangere un bel po’. Nessuno dei personaggi è un ricco rampollo viziato il cui unico problema è la mamma mignotta.
L’argomento, che di per sé sarebbe una roba da canna del gas, viene trattato con una delicatezza incredibile, ben lontana dagli spiattellamenti patinati e rumorosi di Hollywood in cui, invece di far capire, viene tutto iperverbalizzato. Ma soprattutto i protagonisti sono persone NORMALI. In MMFD non vedrete ragazzine perfette che si comportano come trentenni: vedrete adolescenti bruttini all’apice della loro bruttezza adolescenziale, che invece di sognare un paio di scarpe da 1000 dollari vogliono andare al concerto degli Oasis.

Toh. Una ragazza normale.

Toh. Una ragazza normale.

Ora, vedendoli da fuori, si potrebbe dire che siano due prodotti teen, vero?
Sbagliato.
Ormai i produttori si son fatti furbi e si sono resi conto che i sedicenni di oggi non stanno davanti alla tv a piagnucolare, no: ci stanno le trentenni tipo me. E allora, colpo basso supremo, c’è un fiorire di telefilm ambientati anni fa.
Ma mentre in TCD la colonna sonora è incastrata a forza (a nessuno dei personaggi interessa la musica, a nessuno dei personaggi interessa NIENTE), in MMFD la musica è quella della mia adolescenza. Perché anch’io nel ’96 avevo 16 anni. E c’è dentro TUTTO.

La domanda allora è:
perché TCD è l’equivalente di un bel bicchierone di sabbia e sale mentre MMFD è una roba che ti fa venir voglia di costruire una macchina del tempo?
Perché, a meno che non siate usciti dritti dritti da un romanzo di Moccia, MMFD parla di voi, di me. Di un’adolescenza sgraziata e insicura. Del bisogno di sentirsi accettati, dei genitori soffocanti, della voglia segreta di potersi togliere il corpo di dosso come se fosse un vestito un po’ stretto. Delle risate, delle birre tiepide bevute sui prati, dei primi baci. MMFD ci parla direttamente perché parla al ragazzino brutto che ancora abbiamo dentro. Rae non è una ragazza grassottella che cercano di farci passare per obesa. Rae è obesa. Non è bella. Non ha il ragazzo più fico della scuola. Non ha nemmeno un padre. Devo continuare?

Per cui, se volete dedicarvi a un recuperone estivo, vi prego: scegliete MMFD.
E’ la prova che una televisione migliore è possibile, una televisione in cui la normalità nel senso più ampio del termine, non solo estetico, viene abbracciata. Dove non dobbiamo sognare un passato confezionato da qualcun altro, fatto di bei vestiti e capelli perfetti, ma ci basta sognare il nostro passato.
Il nostro bel passato normale.

“Ma quando escono i sub?” – Puntata #1: Tu saresti…?

Diciamoci la verità. Quand’eravamo piccoli era normale aspettare anni prima di vedere un prodotto televisivo d’oltreoceano. Le grandi operazioni “in diretta con gli Stati Uniti” per le serie di massa erano ben lontane.

Adesso quasi nessuno aspetta più la messa in onda, un po’ per furia da fan, un po’ perché l’importazione delle serie (soprattutto quelle made in UK) è limitatissima, un po’ perché siamo in un periodo in cui la splendida tradizione del doppiaggio italiano sembra sempre più lasciare il posto a un doppiaggio fatto in fretta da persone con spiccati accenti regionali e intonazioni da suicidio che lavorano su adattamenti fatti probabilmente sulla tazza del cesso fra un sudoku e l’altro.

Ma cosa si fa, se si brama vedere l’ultimissima produzione di Channel 4 e in inglese non si sa dire nulla se non Hi, my name is Peter (true story, era la prima unit del mio libro d’inglese delle medie)?
Semplice: ci si affida al fansubbing.

Nell’immaginario collettivo, il fansubber è un nerd occhialuto senza una vita che passa le giornate a torturare l’utenza traducendo IL PIÙ LENTAMENTE POSSIBILE l’ultima puntata uscita.

Tipico fansubber alle prese con il season finale di Arrow

Tipico fansubber alle prese con il season finale di Arrow

In realtà, il fansubber è sì un nerd (spesso occhialuto, la statistica non mente), ma un nerd ALTRUISTA.

Il fansubber potrebbe guardarsi The Scalzacans senza sottotitoli e poi gongolare mentre la maggior parte delle persone ne attende la trasmissione su Italia 1, ma non lo fa.
Il fansubber guarda Tha Scalzacans, lo traduce e lo REGALA agli altri.
Perché?
Perché quando vedi qualcosa di bello – ma anche di brutto, eh, tipo carcassa di riccio a lato strada – la prima cosa che vuoi fare è condividere, e lo dimostra la proliferazione dei social network e di cibi che lasciamo freddare per fotografarli invece di mangiarli.
Perché se ami le serie vuol dire che sei cresciuto con le serie, spesso forse un po’ reietto (la mia estate del ’93 fu scandita dalle repliche mattutine de I Ragazzi della Prateria, una roba talmente brutta che non si può descrivere), e non riesci a contenerti, e va a finire che quando tua madre ti diceva che passavi troppe ore davanti alla tv NON AVEVA PROPRIO IDEA di quante ne avresti ancora passate.

C'era tutto. Il ribelle. La ragazza. La minoranza etnica. Il bravo ragazzo. E tanta mestizia.

C’era tutto. Il ribelle. La ragazza. La minoranza etnica. Il bravo ragazzo. E tanta mestizia.

Ma ti pagano?
No. Non mi pagano, non mi pagheranno mai. In compenso spesso sarò vittima dell’astio dell’utenza, ma anche del loro amore. Non ci compro le sigarette, ma mi svolta qualche giornata.

A suo tempo, Calvino scrisse che un critico letterario è un lettore professionista. Probabilmente, stiamo arrivando al punto in cui il critico televisivo non è più solo uno spettatore professionista, ma anche un subber. Uno che va dritto alla fonte e propone a chi lo segue cose che altrimenti non vedrebbero mai. Uno che storce il naso di fronte alle produzioni simil-giovanilistiche italiane e ti fa vedere chi parla DAVVERO di giovani.

Uno che della tv ha visto (quasi) tutto, anche ciò che non avrebbe voluto, e ha voglia di dividerlo con chiunque capiti a tiro (Ehi, guarda! Un riccio morto!).

Allora fidatevi di questa nerd occhialuta e seguitela fra viaggi nel passato della tv e speranze per il suo futuro.

Con gli occhiali si noterebbe di più l'entusiasmo.

Con gli occhiali si noterebbe di più l’entusiasmo.

Luce
È l’unico pipistrello che si occupa di revisione e traduzione per Subsfactory.it.
Legge molto, guarda un sacco di serie tv e non si azzitta quasi mai.
Si nutre esclusivamente di popcorn al caramello e porta gli occhiali per darsi un tono.
E anche perché non vede a un palmo dal naso.