Genius loci e Andrew Bird

Nel giardino frontale di casa mia ci sono due pini, uno enorme e uno più piccolo, e un amareno ormai da abbattere Quest’ultimo era una volta sede della mia casetta-sull-albero, il mio regno personale di un metro quadrato e invidia di tutto il paese (in famiglia ci si ricorda ancora di quella volta che il prete durante la messa mi chiese quando l’avrei invitato a bere un caffè, e io senza mezzi termini dissi che se ci fosse salito sarebbe crollata).

Ricordo che in quegli anni alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” rispondevo senza indugi “l’esploratore”. Di fatto non esploravo proprio niente: raramente scendevo dalla casetta, me ne stavo solo lì seduto con il mio binocolo a cercare gli uccelli nei due pini di fronte. Dico “cercare” perché sai che ci sono degli uccelli, li senti, non cantano, litigano, non sai cosa si dicano ma sai che non sono belle parole, ma nel folto dei pini non riesci a vederli. Il mio “esplorare” consisteva quindi nel cercare la fonte dei suoni che sento anche da camera mia anche nel momento in cui scrivo, quello schiamazzare (creature minuscole che fanno un casino infernale, quando gli gira), che cominci a notare a primavera, che si fa più forte fino all’estate per poi diminuire d’inverno fino a farti dimenticare che ci sia mai stato, e poi ricominciare. Mi rendo conto solo ora che la mia indole di osservatore (/ascoltatore) distaccato, più che di esploratore, era chiara fin da piccolo.

Se fossi stato più versato nel fare più che nel guardare, avrei imparato a suonare uno strumento? E se avessi avuto talento, la mia musica suonerebbe come quella di Andrew Bird? Con quel cognome didascalico, il violino a imitare il volo e il fischio come il canto degli uccelli, se fosse stato mio vicino di casa l’avrei invitato sulla casetta?

Mi vengono in mente 3 dischi meravigliosi di questi ultimi anni creati sotto influsso di un forte genius lociFor Emma (2008) di Bon Iver nell’ormai leggendario capanno nel Wisconsin, Ravedeath, 1972 (2011) di Tim Hecker in una cattedrale islandese, e Break It Yourself di Andrew Bird, composto nel suo granaio.

I luoghi e i non-luoghi della nostra vita – la casetta sull’amareno, il divano sul quale sono seduto, il treno che prendo tutti i giorni – agiscono su quello che creiamo con la stessa influenza che ha il cibo che mangiamo sul corpo che abitiamo.

Difficile dire come per se stessi e impossibile tirare conclusioni per gli altri, mi limito a sognare ad occhi aperti di intervistare un granaio. Non so come descriverebbe la musica che ha ispirato a Andrew Bird, come l’ha aiutato a comporre Break It Yourself; quello che so è che questo disco folk (quindi) senza tempo, fatto di violini, chitarre acustiche e voci cristalline (insieme a St.Vincent in Lusitania, per dire), storie, grilli e fischi, accompagnerà il primo sole della mia primavera, ispirandomi in modi che non so.