Non è un pesce d’aprile

Io non so Trondheim come sia ma la Norvegia mi è sempre piaciuta, sai tutte quelle storie sui finnici che rompevano il culo a tutto e tutti, mettevano a fuoco e fiamme e poi ci hanno fatto il film Dragon Trainer no? Ecco, io dei norvegesi ho grandissima stima.
I Dominic hanno un nome un po’ della minchia ma non è questo il punto perché alla fine chiamare un disco Persona LP (e il precedente NORD, ma che me stai a prende per culo?)  non è anch’essa una cosa di cui vantarsi, il fatto è che abbiamo parlato la settimana scorsa dei Caravels, solo che moltiplicateli per tre (almeno a gusto mio) metteteci sopra qualcosa dei La Dispute oppure facciamo così, mettete insieme punk/hardcore/post hardcore/post-rock. Come le cose più belle degli anni 90 insomma con l’aggiunta del post hardcore, quindi aspettatevi un po’ di screamo.
Detto questo quello che mi fa adorare e letteralmente uscire di testa per gruppi così è la parte post rock inserita in tutte quante le canzoni (lì dove c’era una volta “lo speciale” c’è qualcosa che ricorda June of 44 o Don Caballero ma un attimo dentro al quasi prog). Insomma un disco così è di quelli che metti nel lettore e levi dopo tanto tempo perché ti ci affezioni, perché è uno schiaffo in faccia e non fa niente che ci sia più luce e faccia meno freddo ma alla fine è la classica cosa giusta al momento giusto.

Vorremo loro bene, vedrete.

 

267237_10150214769743440_5178706_n

Doppio: Caravels – Lacuna e Alkaline Trio – My Shame Is True

Double Feature come al cinema, con un film che fa saltare dalla sedia ed un sequel di uno che ha smesso di essere bello parecchi episodi fa, ma che finiamo sempre e comunque a vedere (e forse usciamo dalla sala pure più felici e spensierati di quando siamo entrati).

Lacuna potrebbe essere recensito in quattro parole in croce: è un gran bel disco dei Daïtro, parte con la stessa marcia di Laissez Vivre Les Squelettes, e in mezzo a tutti gli altri starebbe da dio fra i dischi dei Pianos Become The Teeth, dei We Were Skeletons e dei Celeste (di cui ricordo un concerto strumentale al buio, tutti con la fascetta in testa con attaccata la lucina da bici ed il cantante impegnato nel vomitare dentro ad un secchio. Davvero). Chiuso in fretta e felici tutti quanti. Potrei davvero farlo, perché preso di petto mi è sembrato così, però appena è finito ho sentito il bisogno di farlo subito ripartire, un po’ perché la prima sensazione di disco unico diviso in singoli atti, una volta arrivato alla settima canzone, Hanging Off, era scomparsa, e un po’ perché mi aveva onestamente lasciato un po’ di confusione. Difatti, al secondo giro, la sensazione di solidità e di divisione in parti un po’ forzata scompare lasciando maggior spazio alla comprensione del tutto, facendo risultare una nitidezza in crescere con l’ascolto, sebbene quella sensazione di intricata omogeneità del pacchetto intero rimanga, ma sembra quasi l’architettura su cui si basa il gioco, colpevoli le linee melodiche fatte intrecciare dalle chitarre ed il cantato recitato screamo, entrambe ragioni per il paragone con i due gruppi francesi. La prima parte rimane comunque la più compatta, mentre la seconda è più frammentaria. In totale confonde e lascia pochissimi attimi di respiro, alle volte pare quasi essere una corsa che non si ferma nemmeno un secondo a tirare il fiato perché ha altri giri di campo da fare. É un disco in cui perdersi e ritrovarsi, che trasmette ansia e richiede un po’ di tempo perché cresca per bene e per riuscire ad ascoltare con attenzione tutti i piccoli passaggi che sembrano essere lì nascosti apposta per essere scoperti, per ribaltare la struttura e trarne il senso, però è un ragionamento che ho fatto per parecchi dischi del genere ultimamente, quindi potrebbe essere solo un ‘problema’ mio. Va digerito.

Se il disco dei Caravels sta al nuovo slasher movie pieno di sangue e girato con un certo gusto artistico, My Shame Is True è, sulla carta, l’ultimo episodio di Saw o di Final Destination, quello che guardi per fedeltà e sentimento nel rispetto di chi l’ha girato e delle idee che avevano reso belli quelli precedenti (ma qui sto già parlando degli Alkaline Trio, non dei film). La cosa bella è che per quanto sia ancora il ‘solito’ disco degli Alkaline Trio, quello che più o meno ci si aspetta da loro, riesce ancora a scivolarti addosso senza pretese e con freschezza, forse anche meglio dell’operazione Damnesia e delle ultime cose prima di questa. Le dodici canzoni sono uno scoppiettare di ruffianaggine e voci intercambiabili. I feat. con Brendan Kelly e con Tim McIlrath ci stanno più o meno bene (forse meglio la canzone con il cantante dei Lawrence Arms, ma io i Rise Against li digerisco a fatica di mio. Mi è capitato di vederli e dopo un’ora e tre quarti di concerto, con tanto di tre encore, sono andato a sedermi sulle sedie in fondo all’Estragon, quelle che quando entri e le vedi ti chiedi ‘chi cazzo è che paga il concerto per poi andare a rompersi i coglioni lì?’.) e come al solito sembra prendersi per nulla sul serio. Basterebbe I Wanna Be A Warhol con ‘I wanna be a Warhol hanging on your wall, you down there looking up at me’ per far capire chi vince a mani basse il premio semplicità pur facendoti battere il piedino in felicità. Le voci di Matt Skiba e soprattutto quella di Dan Andriano non mi hanno ancora stufato, ritorna sempre a cadenza regolare la voglia di ascoltarli quindi un disco nuovo fa solamente bene. Dai che quando si fa veramente primavera torna la fotta Alkaline Trio e ci sono dei cd vuoti da riempire.

E’ solo l’inizio (forse)

I Caravels sono una di quelle cose per cui uno come me (fesso anche, ma nel senso di ascolti) non può non innamorarsi. Parliamo di un quintetto di Las Vegas con due punti di riferimento: lato sinistro At the Drive-In, lato destro Botch. Parliamo di hardcore insomma di quello fatto bene, con aperture melodice e tagli chitarristici che spaziano dalla violenza al melanconico, con spunti al limite del post-rock (a me sono venuti in mente i June of 44).
Un ep che porta via il cuore, di quelli che lasciano intuire che qualcosa di buono, molto buono, è all’orizzonte anche perchè si parla di un ep di 6 tracce dal titolo Floorboards, produzione impeccabile, canzoni che mi sento di dire una più bella dell’altra che rende complicato sceglierne una per una valutazione
Secondo me se ne riparlerà da qui in poi, ci scommetto su. Non fosse così sarebbe comunque un abbaglio troppo bello per essere vero.

Caravels – Sixty Acres (Mp3)