And I call forks… food rakes. #portofluviale

L’altra sera avevo voglia di mangiarmi una pizza. Solitamente quando mi prende questo comunissimo bisogno estremo di carboidrati infornati, mozzarella filante e pomodoro, vado da Sforno. Perché ce l’ho vicino casa, perché la patate & pancetta come la fanno qui non ha rivali, perché tra i dolci c’è la crema al mascarpone e amaretti che è felicità da prendere a cucchiaiate e perché in generale secondo me è la pizza migliore con cui posso sopire l’allarme lieviti.

Però… càpita quel momento in cui l’abitudine non ti basta più, un momento in cui persino la tua comfort zone ti viene a noia e vuoi buttarti nel mare aperto delle possibilità, pronto a scoprire nuovi preferiti (un po’ meno a prendere la sòla, che poi solitamente arriva proprio in queste occasioni). Ho passato in rassegna il mio file excel mentale delle pizze di Roma che ancora non avevo addentato e m’è caduto l’occhio su Porto Fluviale.

Che non è una pizzeria. O meglio, non solo. O, meglio ancora, è più o meno tutto: bar, cocktail bar, trattoria, cicchetteria e, sì, anche pizzeria. Vi dico subito tutto quello che di buono c’è da sapere in alcuni pratici punti:

  • Il locale è carino e mantiene una certa atmosfera intima pure con la tentacolare offerta enogastronomica di cui parlavo poco fa. Ci sono i tavoli con le mattonelle di ceramica decorata, mattonelle bianche ai muri, mattonelle ovunque.
  • La Fluvi-ale alla spina viene 10 euro al litro (ma si può ordinarne anche solo un bicchiere da 0.20cl) ed è buona, beverina e con la pizza sta da dio.
  • Cose da ordinare extra-pizza: i cicchetti, ossia i quarti di porzione. Anche un quarto di piatto di pasta, per dire. Io che di solito sono indecisa tra tre, quattro (a volte cinque) primi mi sento a casa. Don’t miss polpette di bollito con senape.
  • I tortellini PPP, ossia Panna Prosciutto e Piselli. A me fanno quasi lo stesso effetto della ratatouille ad Anton Ego.
PPP.

PPP.

Effetto tortellino (più o meno)

Effetto tortellino (più o meno)

Ma io stavo parlando della pizza, giusto? A Roma solitamente prima della tonda è costume ordinare dei fritti: un’abitudine mai sentita in terra meneghina e che ho subito preso come ogni buona abitudine che si rispetti. Ecco, non so voi ma io se leggo “mozzarella in carrozza” sul menu poi non riesco a pensare ad altro. E la ordino sempre, pure se fuori ci sono 40° e mi sudano anche gli orecchini. Siccome quando si tratta di cose calde, filanti e croccanti la mia capacità di giudizio prende le ferie anticipate, ho ordinato anche la voce successiva: mozzarelline fritte (“Tanto le dividiamo”). Abbiamo finito? No. Per spezzare anche un arancino ‘nduja e cipolla rossa leggero leggero. Non l’ho fotografato, ma ve lo dico: è buono forte.

Fritto è bello.

Fritto è bello.

Morbida più che croccante, con tre strati di pane e una colonia estiva di alici nel mezzo, la mozza-in-carrozza di Porto Fluviale è soddisfacente e saporita. Il mio benchmark è la mozzarella croccante di Luce, quindi finché non l’avrete assaggiata il paragone non vi dirà nulla. Ad ogni modo in Scala Luce questa prende un solido sette e mezzo.

Eat your heart out, Mozzarelli Buitoni.

Eat your heart out, Mozzarelli Buitoni.

Vi aspettavate quelle mozzarelline tonde che solitamente vi rifilano nelle pizzerie al taglio e che nascondono un cuore di acqua salata e mozzarellosa della stessa temperatura del pomodorino di Fantozzi? Pure io, lo confesso. E invece questi bocconcini rappresentano tutto quello che di meraviglioso può celarsi dietro le parole “mozzarella fritta”.

18.000 gradi.

18.000 gradi.

Sì, ma la pizza? Prima di ordinarla chiedetevi una cosa: siete più il tipo da napoletana soffice e alta o da romana bassa e scrocchiarella? Quante volte vi siete trovati a combattere per scegliere la pizzeria adatta con amici della fazione opposta che pur di non mangiare la vostra tipologia preferita vi hanno sottoposto a ricatti morali degni di vostra madre? Qui accontentano tutti: se la volete romana scegliete romana, altrimenti napoletana. No problem.

Io ho scelto napoletana, perché dovendo ordinare una marinara mi sembrava più appropriata. Parto col dire che in vita mia non avevo mai ordinato una marinara prima d’ora, almeno non una tonda. Non essendo io Berlusconi (uno che tra le mille nefandezze della sua vita può contare anche l’aver fatto servire del pesto senz’aglio ai pranzi del G8 di Genova) si tratta di una cosa quantomeno insolita. La marinara poi è una di quelle pizze dove non ti puoi nascondere, perché gli ingredienti sono pochi ma buoni e non puoi seppellire tutto sotto una coltre di carciofini o prosciutti. Qui tutto è alla luce del sole e ha il sapore giusto: salsa di pomodoro dolce, origano e olio saporiti, aglio pungente ma contenuto. Anche la miele & gorgonzola si difende bene.

Classici & meno classici (ma comunque buoni).

Classici & meno classici (ma comunque buoni).

Il dolce è… una cheesecake. Forse vi ricorderete di lei per il ruolo della cheesecake cattiva nel mio primo post su Junkiepop. Quella col topping che sembrava uscito da una bottiglia e le sembianze di una panna cotta coi biscotti. Dato che una seconda chance non si nega a nessuno (figuriamoci ad un dolce), ho voluto provarla di nuovo.

Mirtilli alla riscossa.

Mirtilli alla riscossa.

La base è corretta e il topping stavolta è homemade: una salsa ai frutti rossi corposa e vivace. Il problema è ancora il cheese, cremoso il giusto, ma ancora troppo zuccherato e con un’aroma di limone spinto quasi al limite. E’ un dolce ben fatto e gustoso, ma come cheesecake… not so much.

Tutto sommato stavolta la sòla ha veleggiato altrove. Ora via verso altre pizze, in attesa di ritornare in questo approdo sicuro.

Porto Fluviale – via del Porto Fluviale 22, Roma.

And I call forks… food rakes. #cheesecake

Cheesecake is not torta alla ricotta.

Partiamo dal principio: a me la cheesecake piace nella variante cotta, che in fondo è quella che va per la maggiore. Non datemi torte dall’aspetto anemico, la velatura dorata (anche un po’ bruciacchiata) è un must su cui non accetto compromessi. E poi dev’essere preparata con il cream cheese, ossia il philadelphia.

C’è uno snobismo di fondo che sommerge il philadelphia a ondate. Ogni tanto mi capita di sentire che fa schifo, che è prodotto con gli scarti del latte usato per fare altri prodotti, che è molto più indicata la ricotta per un dolce al formaggio. Vogliamo veramente mettere in competizione la cheesecake con una delle torte alla ricotta per antonomasia, la cassata siciliana? Non mi pare il caso. Anche perché si tratta di due dolci senza nulla in comune, eccezion fatta per un piccolo e fondamentale particolare: non devono essere eccessivamente zuccherosi.

Sì, perché una cassata siciliana la cui ricotta potrebbe essere un qualsiasi altro prodotto caseario annegato nello zucchero non ha senso. Se la ricotta c’è si deve sentire. E se è di pecora, pure.

Per la cheesecake il discorso è molto meno poetico, nel senso che il cream cheese il casaro non ve lo porta ancora caldo nel canestro o comunque non è facile trovare del philadelphia Kraft-free (ma se mi dite che fate la cassata con la Santa Lucia allora è un altro paio di maniche). Però: esagerate con lo zucchero e avrete una torta tristissima e anonima, senza un minimo di personalità. E non basterà un’eccellente base di biscotti, burro e zucchero a salvarla. Non c’è altro modo di dirlo: nella vita l’acido, a volte, serve. Che ve ne fate di una torta “rotonda”, priva di qualsiasi pungolo gustativo che vi spinga a prenderne un altro boccone?

In Italia è facile imbattersi in diverse cheesecake wannabe. C’è la variante “panna cotta su base di biscotti con topping colorato”, blanda e insipida, proprio come una panna cotta fotocopia di mille altre alla fine di una cena memorabile. C’è poi la “cheesecake italiana”, ossia la torta di ricotta (e a quel punto perché ordinare una cheesecake e non la torta ricotta e visciole?) e infine la peggiore di tutte, la “torta allo yogurt Cameo che però costa tipo 5 euro a fetta perché la ordini in questo locale così carino”.

A volte la cheesecake giusta si può riconoscere al primo sguardo.

 

Yes, please: dorata, dall’aspetto cremoso, pare acidula quel tanto che basta a sostenere la base burrosa e zuccherosa (comunque spessa il giusto).

IMG_2179

 

No, thanks: bianca come la neve, annegata da uno strato di topping che pare spremuto da una bottiglia di plastica. Quasi già lo sentite quant’è dolciona.

E se non potete vederla prima, qui di seguito trovate alcuni indirizzi abbastanza validi per andare sul sicuro.

  • California Bakery – Milano, varie sedi.

Piena di fashion bloggers e un po’ costosa, ma serve cheesecake perfette. Anche la variante Choco-coffee N.Y. cheesecake merita uno strappo alla dieta. O un attacco di ghiottoneria random.

  • Sweety Rome – via Eurialo 5, Roma.

Rimanete sul classico (cheesecake con topping di frutti rossi), perché quella caramello & cocco, per quanto deliziosa, vira pericolosamente sul dolce-dolcissimo.

  • That’s Bakery – via Vigevano 41, Milano.

Più bassa delle sue colleghe, ma davvero buona. Già che siete lì fate scorta di red velvet (sia la torta che le cupcakes).

  • Fonderia Dolci & Design – via Fontanellato 50, Roma.

La crema al cioccolato sopra potrebbe distrarvi, ma è anche un buon accompagnamento alla leggera acidità della torta. Siete arrivati fin qui? Bene, portatevi a casa anche qualche macaron al caramello al burro salato.

batfrangetta scrive di cucina qua e là, ma il suo sogno è aprire una birreria cat-friendly. Nel tempo libero cucina dolci per gli amici o cerca la felicità (e spesso la trova) nelle cose che filano.