minuti di recupero: Slingshot Dakota – Dark Hearts

Ultimamente ho scritto poco e male, gestendo nella medesima maniera il mio tempo e la mole di cose di cui avrei potuto spendere due righe striminzite al riguardo. Ad ogni modo, visti questi ultimi tempi e prese in considerazione le ultime ‘fatiche’, noto di essermi ritrovato spesso a rivestire il capoccione di Uatu L’Osservatore e dall’alto controllare quel mio piccolo sottobosco in cui un filo rosso collega talvolta cinema e musica (o solo cinema, dal piccolo del mio punto di vista di fronte alle fantastiche penne qui addette al settore) molto volentieri, laddove il primo sta ad una vena di indipendenza così come la seconda si sbuccia ancora le ginocchia cadendo e correndo con Vans mezze rotte.

Ora, considerato che la mia classifica di fine anno è già stata pubblicata qualche tempo fa ed essendo già nell’anno nuovo, parlare di minuti di recupero mi sembra lecito, così come recuperare un disco che mi sono perso in mezzo alla fuorviante quantità eccessiva di prodotti che cercano di invogliarmi a prestar loro interesse (di solito basta poco, tipo la parolina di tre lettere che fa capolino fra le tag a tema calcistico sotto il titolo del post ed il frì daunlò, per citare il capo delle cit.) e una malsana dose di pigrizia. Parlare in ritardo di un disco che avrei voluto mettere nella classifica è forse tanto lecito quanto doveroso.

Sul macro pippone appena esposto ci salto sopra come un bimbo in un campetto da calcio e sfrutto lo spazio da porta a porta come ponte per arrivare al nocciolo della questione: sono arrivato tardissimo al disco nuovo degli Slingshot Dakota, il primo fatto uscire dalla uberpresente Topshelf, e mi pento e mi dolgo di ciò, perché sarebbe entrato a mani basse in una classifica fin troppo ridondante (e considerato che questo post è il primo dell’anno, quello appena detto copre il sotto testo della promessa di ascoltare cose differenti fra di loro, smettendo di versar benzina sulla fotta del momento o almeno cercando di cambiare benzinaio una volta ogni tanto) a cui magari avrebbe potuto dare una sfumatura diversa. Dark Hearts non è niente di differente rispetto a quello fatto in precedenza; è ancora musica pop per cuori in camicia a quadri, poco diversa dalle cose che hanno fatto prima, ma penso che nessuno vada a bussare alla loro porta chiedendo la svolta crust o altro. Anzi, e qui riprendo il filo del discorso, sempre che ce ne sia mai stato uno, canzoni come Cassette dovrebbero assolutamente essere materia di lotta per registi e produttori alla ricerca della canzone perfetta per il drama con i giovani o i meno giovani in crisi che si sdraiano sul prato di casa e guardano per aria. Ed era questo qui il punto a cui sarei voluto arrivare: alla maturità del testo di Cassette, alla voce di Carly ed al contro canto maschile verso la fine, come se volesse dire ‘sì, ho capito e la penso pure io così; da tutto l’alone di sincerità che la pervade e quella chitarra che suona così piano nei primi secondi come se fosse un rumore fuori dalla finestra fino a quel paio di brividi alla schiena che salgono e bloccano tutto il corpo per qualche attimo ogni volta che la tastiera fortifica il proprio suono. La ascolti e ti ci vedi, forse per quello vengono subito alla mente così tante immagini da poterci fare un film. E’ un modo sincero per partire con il piede giusto, o magari faccio solo finta che scoprire una canzone del genere voglia significare qualcosa.

Il disco, che è ovviamente tutto molto bello, lo si può ascoltare in streaming qui o qui.