Army of Fire: Arcade Fire live at the O2, London 02.12.2010

Gli Arcade Fire sono in sette ma si presentano in otto, e quando salgono sul palco sembrano trenta: il piccolo esercito di uno staterello immaginario dell’ex Unione Sovietica, in cui i ragazzi hanno fatto un colpo di stato e gli adulti sono scappati. Si mettono in posizione come dei barricaderos: quattro davanti in piedi con chitarre bassi e violini come fucili, due seduti alle batterie dietro come ai cannoni, due che corrono su e giù con tamburi e quant’altro come alfieri e messaggeri tarantolati. Portano tagli di capelli e vestiti che ho visto solo in certi revival post-moderni di cose scritte da Frank Wedekind o Max Frisch, robe da inizio secolo – un secolo che si prospettava molto meno buio di quello che ci ritroviamo davanti noi, e mettere le cose in prospettiva fa pensare al peggio per noi. Arrivano armati di punk. No, arrivano con due armi: punk e pop. No, aspetta, arrivano con tre armi: punk, pop, e rock. Nessuno si aspetta l’Inquisizione Spagnola. No, scusa, ok, riparto daccapo: arrivano armati di punk, pop, rock, indie, fede, saggezza, umiltà, rabbia, delusione, amore. E soprattutto scintille.

Non scordiamoci che gli Arcade Fire, come me, sono figli di quegli anni ’80 in cui Padre Springsteen cantava che non si può accendere un fuoco senza una scintilla. E gli Arcade Fire si portano da casa le pietre focali fatte di corde, tasti, bacchette, rullanti, microfoni, video. Le prime scintille sono due canzoni: Ready to Start, e poi la parabola di Alexander, un ragazzo che avrebbero dovuto chiamare Laika. A questo punto Win dice “sentite, ieri sera abbiamo aspettato fino quasi alla fine, ma oggi no. Siete a un cazzo di concerto rock, ora alzatevi tutti in piedi” e il fuoco divampa verso un posto dove non vanno le macchine. I vecchi, quelli che si accarezzano la barba con ammirazione si risiedono dopo poco, ma noi – che proprio bambini non siamo – noi no: si canta, si urla, si lanciano le braccia al cielo, e c’è un’intensità bruciante che fa sembrare il tutto la festa della rivoluzione.

Che Win Butler la stoffa per fare il grande arringatore di folle, il lider maximo di una piccola repubblica anarchica ce l’abbia è innegabile, e questa rivoluzione potrebbe anche funzionare. Parla dei loro viaggi e del lavoro che fanno ad Haiti con grande emozione – Régine, sua moglie, vestita di paillettes dorate, è Haitiana, e gli Arcade Fire cantano del suo paese, e donano per ogni biglietto venduto un’unità di moneta in beneficenza per l’isola Caraibica (un dollaro, una sterlina, un euro). Lo facevano già da prima del terremoto, e ora lo fanno con un’urgenza ancora più impressionante, e senza il circo pubblicitario di gente tipo Bono o Chris Martin. Poi si rivolge agli studenti Inglesi, quelli che da tre settimane stanno occupando e manifestando, quelli che David Cameron sta cercando di zittire (ma poteva anche parlare agli studenti Italiani che vanno a piedi sull’A14), e dice: “continuate ad andare in strada, urlate e fatevi sentire, perché quando si taglia l’arte si comincia da lì a tagliare pian piano tutto il resto” e poi si lanciano tutti e otto in una versione divampante di Rebellion (Lies).

A proposito dell’A14. Sul palco c’è un enorme traliccio che sorregge un cartellone digitale da autostrada, un display luminoso che passa clip di film dell’espressionismo tedesco, commoventi video di Spike Jonze confezionati su misura, B-movies Americani, e immagini di strade, superstrade, autostrade. Sono le strade generiche di un paese qualsasi del Primo Mondo, e sono uguali alle strade dove ho imparato a guidare io, nella macchina di mia madre. All’entrata ho comprato una spilletta che dice “I’m from the Suburbs” e di certo la periferia del Bolognese sulla quale da adolescente proiettavo le storie di Springsteen – la via Emilia come la New Jersey Turnpike, la pianura nebbiosa come il paesaggio lunare di State Trooper – non assomiglia per niente ai posti dove sono cresciuti gli Arcade Fire: Texas, Haiti, Montreal. Ma la realtà non conta niente, siamo figli di un immaginario globale che omogenizza le esperienze e che appiattisce i paesaggi locali. Che gli Arcade Fire riescano a interpretare questa cosa non come motivo di desolazione ma come minimo comune denominatore per avvicinarci gli uni agli altri, quando invece saremmo così distanti, è il grande pregio dei pezzi del loro ultimo album, quello più adulto, quello meno rivoluzionario, quello più nostalgico e profondo. Io vengo dalla periferia, loro vengono dalla periferia, tutti veniamo dalla periferia di qualche posto.

Il momento più emozionante per me viene da Neighborhood #1 (Tunnels), la prima canzone del primo album, del primo momento in cui ho cominciato davvero ad ascoltare quello che gli AF avevano da dire (sì, ok, avevo anche l’EP prima di quello, mica sono indiesnob per niente, però, capito, quel momento in cui una band si infiltra nella tua vita tra le crepe dell’indie-snobbery, quando smetti di criticare e cominci a seguire il discorso). E con la neve che scende fuori e il ghiaccio che ha impedito a GiorgioP & signora di essere lì con me, mi commuovo tantissimo. Penso a tutte le storie d’amore, mie e altrui, tutte le persone che si promettono che se la neve cadrà e seppellirà tutto il quartiere scaverò un tunnel dalla mia finestra alla tua, per arrivare da te nonostante tutto, e penso che cosa bella da dire, e che ci si può credere solo quando si è molto giovani o solo quando si è qui in mezzo a questo fuoco.

Gli Arcade Fire hanno trent’anni come ce li ho io. Chiudono la serata con Wake Up, innegabilmente la canzone più grande degli ultimi dieci anni, la Smells Like Teen Spirit di questi ragazzini che ballano giù nel parterre, dei miei studenti che cerco di svegliare in tutti i modi possibili. Non è la mia generazione e neanche quella degli Arcade Fire, ma non si canta e non si insegna per se stessi, lo si fa per gli altri. Per passare il fuoco e tenerlo vivo. Uscendo nel gelo della notte Londinese c’è un’aria cristallina che fa male alla faccia e la gente continua a cantare il coro “ooooooh oooooooh ooooh ooh oh oooh oh.” Non c’è niente in questo momento che mi faccia sentire più viva.

Bonus: setlist; flickr set by melbourneflower