Happy birthday Jason Becker

Domenica 22 luglio, a Londra c’è il sole. Te lo dico perché è un evento, più che altro. Probabilmente c’è il sole anche a Richmond, California, vicino alla Baia di San Francisco. Forse lì non è tanto un evento, ma non importa perché lì l’evento di oggi è un altro. Oggi pomeriggio in California c’è la festa di compleanno di Jason Becker. Non hai mai sentito parlare di Jason Becker? Eddie Van Halen, David Lee Roth, Marty Friedman, Jason Becker. Giuro. Jason Becker aveva 18 anni quando è diventato il chitarrista di David Lee Roth. Ha registrato un album con lui, stava per partire in tour e diventare forse il virtuoso guitarist più grosso al mondo. Poi un giorno è cascato per terra. Si è rialzato. È cascato di nuovo. Poi ha sentito un formicolio alle gambe, e il giorno dopo è andato a farsi vedere. A 19 coi capelloni alla Wayne’s World, i pantaloni di pelle attillati, un sorriso da bambino buono, e due mani precise e agili che neanche un chirurgo, una diagnosi di SLA dev’essere tipo una trave in testa mentre apri la porta della casa nuova che ti sei appena costruito. Seguono aggettivi: paralizzante, degenerativa, terminale, incurabile. Gli dicono: sei un bravo ragazzo, ma ti diamo cinque anni al massimo, se ti va fatta bene. E comunque la chitarra scordatela perché tempo qualche mese non riuscirai più a muovere le mani.

Potrebbe finire tutto. E invece. Passano 24 anni in cui i genitori di Jason, le sue varie fidanzate, gli amici (Marty Friedman e tutti i Megadeth soprattutto, ma anche Steve Vai, e la serie completa del metallo anni ’80) si prendono cura di lui, e Jason è ancora vivo. Non solo è ancora vivo, ma compone musica. Parla con gli occhi e scrive su un pentagramma computerizzato costruito appositamente per rispondere ai movimenti della sua testa, l’unica parte del corpo che Jason riesce ancora a muovere di sua spontanea volontà. Non solo è ancora vivo e compone musica, ma oggi pomeriggio va a fare un’intervista pubblica dopo la proiezione del documentario sulla sua vita diretto e prodotto da Jesse Vile.

‘Jason Becker: Not Dead Yet’ [Trailer – Extended Cut] from Jason Becker: Not Dead Yet on Vimeo.

Il film si chiama Jason Becker: Not Dead Yet ed è una delle cose più piene di vita che abbia mai visto. È un film sulla sopravvivenza e sulla passione per la musica, sull’essere giovani e dover accettare che la vita a volte è proprio ingiusta, ma che puoi sempre mandarla a fare in culo se hai coraggio. Dove il film potrebbe facilmente scadere nel sentimentalismo e nell’americanata non lo fa mai, probabilmente perché il soggetto di cui si occupa ha un senso dell’umorismo, un’urgenza comunicativa, e una cognizione della realtà talmente forti che non c’è tempo per la melassa. Tantomeno – e qui, respect a tutti quelli coinvolti –  per quelle robe pseudocristiane e manipolatrici che la storia potrebbe ispirare a mo’ di dimostrazione che a una persona attaccata a una macchina la spina non vada staccata mai. Jason lo dice chiaro e tondo: io ho deciso che voglio vivere, ma capisco bene chi non se la sente. Palle a forma cubica, corna rock e un gran buon compleanno, fratello.

Jason Becker: Not Dead Yet ha vinto il premio del pubblico al Biografilm Festival di Bologna in giugno. Sta facendo il giro dei vari festival internazionali, e uscirà sicuramente in DVD quest’anno, se non nelle sale italiane. Vedilo.

Ritratto dell’artista da donna di mezz’età


Marina Abramovic: The Artist is Present
 [info in italiano qui] è un documentario sulla mirabolante carriera della performance artist Marina Abramovic diretto da Matthew Akers. Il film è incentrato su uno degli ultimi lavori della Abramovic presentato durante una retrospettiva al MOMA di New York nel 2010, un’altra (ennesima) versione della cosa che da almeno una quarantina d’anni è il suo cavallo di battaglia: una performance in cui l’artista e un altro partecipante si siedono l’uno di fronte all’altro all’interno di uno spazio delineato e si guardano in faccia per un po’, in presenza di un pubblico. La performance ha una durata totale di tre mesi, durante i quali Marina sta lì per ore e ore (tutto l’orario di apertura del museo) senza muoversi mai né per andare al cesso (anche se c’è il barbatrucco, grazie al cielo) né per mangiare, bere, sgranchirsi le gambe, fare un cruciverba.

Chiunque può partecipare: questo qui nella foto è quel gran puccettone di James Franco (che fa le faccette persino quando prepara i dolci con Marina), ma potrebbe essere un altro artista o, soprattutto, una persona qualsiasi che compra il biglietto per la performance e sceglie di prendere parte invece che rimanere spettatore. Si siedono e si guardano in faccia. E basta. L’idea è non recitare, non parlare, non muoversi, non fare niente. È lasciare che sia il momento a dettare le condizioni, che si crei un istante di comunicazione pura, trascendentale e presente tra due persone, e tra loro e il pubblico che li osserva.

Questa cosa diventa a volte intensissima: il film mostra gente che durante quei pochi minuti eterni in cui si trova al cospetto dello sguardo di Marina ride nervosamente o sorride beata, crolla, si denuda (letteralmente) e viene portata via. La stragrande maggioranza delle persone piange. Non disperatamente o per tristezza. Piange davanti a una qualche rivelazione che per me sarebbe impossibile raggiungere in queste condizioni, ma che di base capisco. Piange perché l’esperienza del presente più puro è una cosa che mette in ginocchio l’ego più smisurato, che ti riduce a gomitolo di pelle ossa muscoli nervi cellule e pura emozione. (Se ci pensi bene si vive quasi sempre al passato o al futuro; vivere al presente è un po’ spiazzante e accade quasi solo in condizioni un po’ estreme tipo un attacco di panico, o facendo paracadutismo, o a un concerto di Springsteen.)

Io la performance art la odio. Lo sa bene Mattia, il vero connoisseur dell’arte contemporanea qui all’Osteria JunkiePop, che mi ha portata a vedere la retrospettiva sul Metodo Abramovic al PAC di Milano e si è sorbito un pippone infinito sul fatto che nella performance amo la narrativa e la finzione, e quindi come non amo la fiction di David Foster Wallace odio la performance art. Per forza la odio: ho un passato come regista teatrale, e per quanto il teatro e la performance art si dividano la custodia della parola “performance” come due genitori separati, in mezzo a loro c’è un abisso teorico insormontabile. Come dice Marina nel film:

nella performance art prendo un coltello, mi taglio e sanguino per davvero. Nel teatro la lama del coltello è finta e il sangue è ketchup.

(Qui sta a te decidere cosa preferisci vedere, con tutte le implicazioni morali, estetiche e artistiche del caso. Non necessariamente una di queste forme è a priori meglio dell’altra, ma se una fa per te probabilmente l’altra non ti prende.)

A dispetto dei miei gusti, Marina Abramovic è già un buon candidato per il titolo di Film del 2012, perché non è un film sulla performance art, ma uno stupendo ritratto dell’artista da donna di mezz’età. Se c’è un problema nel film (oltre all’inutile e invadente musica di sottofondo – che poi è sempre la mia croce, soprattutto nei documentari) è la posizione di esaltazione totale della donna-artista vs. una certa mancanza di posizione critica del film sia verso l’arte che ella pratica, che verso gli invasati che ne fanno un culto. Perché Marina Abramovic come donna ne esce talmente bene che chiunque capisca che i documentari non sono più “veri” di un qualsiasi film narrativo si rende conto che è il personaggio femminile meglio riuscito al cinema da parecchi anni a questa parte.

Il cinema in genere ha paura delle donne. Pensaci bene: quanti personaggi femminili ti vengono in mente che siano rappresentati come donne
a) forti e determinate ma non a discapito della femminilità né del senso dell’umorismo;
b) in controllo della propria vita ma capaci di lasciar spazio ai sentimenti;
c) capaci di gestire una posizione professionale e finanziaria di grosso rilievo;
d) in possesso di sessualità ma non soggiogate al tanto mitizzato quanto reale (per non dire spietato e inesorabile) sguardo maschile?
(Se hai pensato “ehi, Lara Croft!” puoi puoi chiudere questa finestra e tornare nel paese dei procioni.)

Quello che al cinema fa più paura delle donne è il corpo. Perché il corpo delle donne è una cosa abbastanza complessa, in continua evoluzione e in contraddizione con se stesso. Non è una cosa che dove la metti sta, che fa come le dici, che si possa rappresentare facilmente per com’è davvero. Raramente il cinema sa gestire un personaggio come Marina Abramovic, una donna che usa il corpo tanto come strumento di sfida e seduzione quanto come un’arma da guerra, e lo riconosce come una cosa estremamente vulnerabile eppure resistentissima. Figurati per giunta una donna matura, non tradizionalmente bella, che non ha nessuna remora a spogliarsi completamente in pubblico, squarciarsi la pancia (la pancia che secondo i canoni patriarcali è il sanctum della maternità), sdraiarsi in mezzo al fuoco, o appendersi crocefissa ignuda a mo’ di quattro di spade, né, soprattutto, nessun problema con l’essere single, non madre, famosa, ricca, persino un’icona della moda. (Se hai pensato “ah, proprio come Madonna e Lady Gaga”, il paese dei procioni è sempre da quella parte.)

La parte per me davvero straordinaria del film è la sequenza in cui Marina ritrova l’ex marito Ulay, altro mostro sacro della performance art, quello col quale fece la rivoluzione da giovane. Per dire, uno dei lavori di Marina e Ulay è Lovers (1988), nel quale i due camminano separatamente dai due estremi della Muraglia Cinese per incontrarsi a metà dopo duemila km a testa, e tre mesi di viaggio e di separazione. Il motivo del viaggio è incontrarsi per lasciarsi definitivamente. È una cosa teatralissima, ma il dolore di quell’incontro, i tre mesi di viaggio e di separazione, il percorso per arrivare a trovarsi e poi questo cataclisma sono cose che neanche lo sceneggiatore più perfetto saprebbe scrivere. È anche una cosa abbastanza pornografica da guardare, l’oscena autopsia di una storia d’amore consumata attraverso la sublimazione dell’arte e dei corpi, che, davanti ai tuoi occhi, muore.

Perché in effetti Marina nel film dice che pensava che quando si sono lasciati sarebbe morta, perché si muore sempre un po’ quando un vero amore si estingue, ma anche perché dice candidamente che non riusciva a pensare che sarebbe sopravvissuta senza quell’uomo col quale viveva una simbiosi artistica, emotiva e sessuale talmente forte che tutte queste componenti le sembravano inseparabili. Morta la coppia Marina-Ulay sarebbe morto tutto. E invece. Non solo da queste dolorose ceneri nasce la fenice di Marina Abramovic multimiliardaria superstar dell’arte contemporanea, ma anche la donna che sopravvive alla morte per amore e di quella sopravvivenza ne fa un’arte, un po’ come Frida Kahlo. (L’altra grande balla che ti racconta il cinema è che il motivo di esistere di una donna sia trovarsi un uomo. Se adesso dici “maccome, e allora Thelma e Louise?!” vengo a cercarti nel paese dei procioni e ti percuoto con violenza. Che se ci pensi sarebbe un’ottima performance piece.)

Prima della separazione Marina viveva con Ulay in un furgone, perché fare i performance artist negli anni ’70 voleva dire fare la fame e vivere davvero in un underground che il fottuto hipster medio del secolo XXI non può neanche immaginare. Ulay guidava il furgone, Marina non sapeva guidare. Dopo tutto questo tempo senza vedersi, Marina e Ulay si rincontrano nel 2010 con la scusa della performance al MOMA, ripresi dalle telecamere del film.  E allora cosa fa il film? Ti fa vedere la reunion non come l’incontro di due grandi genii predestinati, o la Carrambata del come eravamo. No. Ti fa vedere che Marina ha imparato a guidare. E lei porta Ulay a casa sua e Ulay l’aiuta a parcheggiare il suo SUV nel garage, come una qualsiasi coppia di umarell nostrani. Poi si fanno una pasta con le zucchine e chiacchierano con la serenità e l’intensità degli ex amanti che sanno che saranno sempre parte integrante gli uni degli altri, e che con questa consapevolezza procedono per le loro strade.

Nel momento in cui successivamente Ulay si presenta alla performance e si siede di fronte a Marina, sorridendo, incapace di concentrarsi, ecco che lei rivela come sa applicare tutte le regole del suo metodo sia all’arte che alla vita. I due piangono, sorridono, ridono, e poi lei spezza l’incantesimo della performance e gli allunga le braccia, le loro mani si toccano. È lei che gli dice ora puoi andare, e lui va. È un lasciarsi più maturo e meno drammatico, un lasciarsi da persone di mezz’età, un lasciarsi da partner equi e consapevoli, un uomo e una donna completi.

Marina Abramovic The Artist is Present è quindi un film su un personaggio visto in un momento presente in tanti sensi – una persona che c’è, e che si trova qui ora; un personaggio ben consolidato nel quale l’identità di donna è interamente donna e quella di artista interamente artista. Chiunque abbia provato a essere una o entrambe le cose – donna e artista – sa quanti compromessi siano necessari non dico per riuscirci, ma persino per provarci. La forza del film sta nel mostrare questo processo di bilanciamento tra donna e artista con grande chiarezza. Io la performance art non la reggo; se a te piace probabilmente troverai nel film molti altri spunti interessanti che io non colgo. Ma questo è un film che parla di una donna vera, e che la tratta con serietà, rispetto, (magari anche troppa) ammirazione. In pratica è un documentario su una specie che al cinema appare pressoché estinta, e a me, in quanto donna che lavora nel cinema, donna che una volta aveva le mani in pasta nel teatro, o in quanto donna e basta, basta e avanza.

Senna

A un certo punto mi batteva così forte il cuore che pensavo che sarei dovuta uscire dal cinema. Il punto in cui il film sta per finire e lo sai come andrà la storia. Il punto in cui non c’è musica, non c’è nemmeno il rombo del motore. Il punto in cui la curva sta lì e lo aspetta.

Il film di Asif Kapadia (scenenggiato da Manish Pandey) racconta un copione che molti di noi conoscono bene: la vita di Ayrton Senna dai go-kart alla Formula 1, tre campionati del mondo, la rivalità con Prost, la santificazione in Brasile, fino alla fine a Imola, a venti minuti da casa mia. Diciamolo subito: 100% su Rotten Tomatoes e 8.5 su IMDB in questo caso sono criteri di valutazione assolutamente affidabili. Senna è un esempio magistrale di film sportivo, un modo potente di fare biografia al cinema, e un prodotto di archivio video-documentaristico di qualità altissima: ce n’è sia per cinefili che per connoisseurs della F1.

Ma soprattutto ce n’è per chi non ne sa quasi niente: anche senza ricordare Ayrton Senna, anche senza interessarsi alla F1, Senna mette a fuoco una serie di comportamenti umani e conflitti professionali talmente essenziali al personaggio che alla fine potrei anche dire che è semplicemente il ritratto più riuscito della storia. Come Zidane: A 21st Century Portrait è un ritratto in movimento, e al quale il movimento è essenziale. Non solo la velocità delle gare, ma anche la rapidità dell’animale maschio che le donne non le sciupa ma le travolge – si vede negli occhi della giornalista giapponese che non riesce a levarsi il sorriso a trentadue denti dalla faccia solo perché gli sta vicino; lui sghignazza e la investe con un bacio, e poi un altro, e poi un altro; lei per poco non ci resta secca. Diciamolo come vogliamo, era un figo, Senna.

Non sorprendiamoci quindi se Senna diventerà un testo sacro nelle scuole di cinema: è un capolavoro del montaggio e della capacità di sceneggiare una narrativa lineare e coerente organizzando materiale pre-esistente – perché non c’è un’immagine né un parola del film che siano state girate o registrate apposta. E le immagini di repertorio sono quelle della Formula 1 che guardavo da bambina: un formato televisivo a bassissima definizione, dove una macchina in sorpasso è una costellazione di punti colorati impossibili da fermare, e la moviola riempie il monitor di righe bianche e nere, tempeste di neve in un globo di vetro. E’ un film digitale composto di materiale interamente analogico, giusto per ribadire il concetto che la nostalgia è la colonna portante del cinema.

La nostalgia è anche una grossa parte di quello che Senna significa per me, un esercizio di memoria, un viaggio del tempo. Quello che mi ricordo io di quel giorno terribile è il caldo di inizio Maggio a Bologna, il sole negli occhi mentre io e mio fratello cercavamo di individuare l’elicottero che portava Senna all’ospedale Maggiore, il suono tremendo delle pale nel cielo, il rumore invadente del motore che interruppe il pranzo a casa di mia nonna.

Pochi giorni dopo, all’ora d’oro di un pomeriggio polveroso, andai con un paio di compagni di scuola all’Istituto di Medicina Legale di Bologna per salutare Senna per l’ultima volta. C’erano centinaia di persone a riempire via Irnerio, bandiere brasiliane e italiane, fiori, lacrime e anche musica. I fotografi erano totalmente impreparati – nel 1994, prima della morte di Lady Diana, non credo che si aspettassero di trovare tanta gente che con la Formula 1 aveva poco a che fare, che voleva solo esternare una tristezza collettiva, disumana, immensa. Uno scroscio di applausi, una doccia freddissima, un brivido giù per la schiena. Poi sui motorini abbiamo seguito il corteo funebre fino all’aeroporto, fino a dove fu possibile. All’aeroporto erano stati avvisati delle folle in arrivo e c’erano un sacco di vigili urbani. Ci fecero la multa perché eravamo in due su un F10. Io dissi: “mi scusi signor vigile, ma lei proprio non può capire.” Avrei preferito una multa per eccesso di velocità, sarebbe stata più appropriata.

Non so come mai la morte di Senna mi colpì tanto. Seguivo la Formula 1 quanto la può seguire una bambina che fa come le dice papà, e papà tifava Ferrari. Le McLaren di Senna e Prost erano il nemico; al limite si simpatizzava per Piquet perché era un signore, ma bisognava tifare per Alboreto, Berger e Mansell perché viva la scuderia italiana.

Ma prima che si abbassassero le luci in sala avrei giurato di conoscerla o di almeno di ricordarla davvero bene questa storia: Senna irresponsabile, Senna sfacciato, Senna sprezzante del pericolo, Senna vendicativo. Il mio scrittore preferito lo dice che sempre che non ci si deve fidare della memoria, che “la memoria è un mostro,” e infatti ecco la sorpresa: nel film ho rivisto non solo uno che era totalmente devoto all’adrenalina, alla velocità e alla vittoria a costo di qualsiasi cosa, ma uno che vedeva la purezza della competizione, in un mondo in cui sta tutto in un gioco falsato dalla politica, dai soldi e dalla tecnologia. Uno di quegli eroi tragici guidati da un segno divino, da un destino contemporaneamente crudele e perfetto, al quale credono e si affidano.

Dopo il 1994 la Formula 1 non è più stata la stessa cosa, e io mi sono stufata di gare lunghissime senza sorpassi, senza rischio, senza Senna. Senna correva in un periodo in cui il pilota faceva ancora la differenza – e le immagini degli ultimi giri a Interlagos nel 1991, la sua prima vittoria in casa, lo dimostrano. Col box del cambio rotto, Senna finì la gara in sesta senza stallare, controllando con le braccia e i piedi la bestia di metallo inferocita che sembrava non volersi fermare mai, figurati rallentare per imboccare le curve. Quando taglia il traguardo per l’ultima volta, Asif Kapadia stacca il suono e ti mette dritto nella macchina con Ayrton: senti le sue urla incredule, urla come un matto, e poi, esausto dall’impresa, si ferma e sviene.

Il punto in cui ho iniziato a piangere è la scena che segue, quando Ayrton si riprende e viene portato al podio per festeggiare le vittoria. Ha degli spasmi muscolari fortissimi e le spalle così contratte che non riesce a muoversi; è in preda al dolore, cerca di non esagerare, ma ringhia “don’t touch me” a chiunque gli si avvicini. Chiama suo padre, gli fa, “vieni qui, toccami molto gentilmente.” Il padre abbraccia il suo bambino, lo accarezza per non fargli male, gli dà un bacio sulla guancia. C’è tutt’una roba sull’essere uomini lì, in quel gesto, che mi fa invidiare i legami tra padri e figli; non lo capirò mai del tutto, ma è profondamente commovente. Più tardi rivedo quello stesso gesto, quando al funerale il padre appoggia una mano delicata sulla bandiera verde-giallo-blu che avvolge la cassa del figlio. Nel quarto d’ora a piedi dal cinema a casa continua battermi fortissimo il cuore.


Senna è uscito da poco nei cinema inglesi, ma è già acquistabile in DVD e blu-ray con sottotitoli italiani. (Occhio: la versione blu-ray ha un sacco di contenuti aggiuntivi e dura 2h 40′ – quella che ho visto io e di cui parlo qui è la versione per thatrical release che dura 106′.) Su Little White Lies c’è una bella intervista al regista.

Non c’entra niente, ma questo è il post numero 1400 di JunkiePop. Applausi a GiorgioP che ci ha portati qui – è un gran bel posto – e applausi a voi che leggete i nostri sproloqui – è davvero un piacere.