Ritratto dell’artista da donna di mezz’età


Marina Abramovic: The Artist is Present
 [info in italiano qui] è un documentario sulla mirabolante carriera della performance artist Marina Abramovic diretto da Matthew Akers. Il film è incentrato su uno degli ultimi lavori della Abramovic presentato durante una retrospettiva al MOMA di New York nel 2010, un’altra (ennesima) versione della cosa che da almeno una quarantina d’anni è il suo cavallo di battaglia: una performance in cui l’artista e un altro partecipante si siedono l’uno di fronte all’altro all’interno di uno spazio delineato e si guardano in faccia per un po’, in presenza di un pubblico. La performance ha una durata totale di tre mesi, durante i quali Marina sta lì per ore e ore (tutto l’orario di apertura del museo) senza muoversi mai né per andare al cesso (anche se c’è il barbatrucco, grazie al cielo) né per mangiare, bere, sgranchirsi le gambe, fare un cruciverba.

Chiunque può partecipare: questo qui nella foto è quel gran puccettone di James Franco (che fa le faccette persino quando prepara i dolci con Marina), ma potrebbe essere un altro artista o, soprattutto, una persona qualsiasi che compra il biglietto per la performance e sceglie di prendere parte invece che rimanere spettatore. Si siedono e si guardano in faccia. E basta. L’idea è non recitare, non parlare, non muoversi, non fare niente. È lasciare che sia il momento a dettare le condizioni, che si crei un istante di comunicazione pura, trascendentale e presente tra due persone, e tra loro e il pubblico che li osserva.

Questa cosa diventa a volte intensissima: il film mostra gente che durante quei pochi minuti eterni in cui si trova al cospetto dello sguardo di Marina ride nervosamente o sorride beata, crolla, si denuda (letteralmente) e viene portata via. La stragrande maggioranza delle persone piange. Non disperatamente o per tristezza. Piange davanti a una qualche rivelazione che per me sarebbe impossibile raggiungere in queste condizioni, ma che di base capisco. Piange perché l’esperienza del presente più puro è una cosa che mette in ginocchio l’ego più smisurato, che ti riduce a gomitolo di pelle ossa muscoli nervi cellule e pura emozione. (Se ci pensi bene si vive quasi sempre al passato o al futuro; vivere al presente è un po’ spiazzante e accade quasi solo in condizioni un po’ estreme tipo un attacco di panico, o facendo paracadutismo, o a un concerto di Springsteen.)

Io la performance art la odio. Lo sa bene Mattia, il vero connoisseur dell’arte contemporanea qui all’Osteria JunkiePop, che mi ha portata a vedere la retrospettiva sul Metodo Abramovic al PAC di Milano e si è sorbito un pippone infinito sul fatto che nella performance amo la narrativa e la finzione, e quindi come non amo la fiction di David Foster Wallace odio la performance art. Per forza la odio: ho un passato come regista teatrale, e per quanto il teatro e la performance art si dividano la custodia della parola “performance” come due genitori separati, in mezzo a loro c’è un abisso teorico insormontabile. Come dice Marina nel film:

nella performance art prendo un coltello, mi taglio e sanguino per davvero. Nel teatro la lama del coltello è finta e il sangue è ketchup.

(Qui sta a te decidere cosa preferisci vedere, con tutte le implicazioni morali, estetiche e artistiche del caso. Non necessariamente una di queste forme è a priori meglio dell’altra, ma se una fa per te probabilmente l’altra non ti prende.)

A dispetto dei miei gusti, Marina Abramovic è già un buon candidato per il titolo di Film del 2012, perché non è un film sulla performance art, ma uno stupendo ritratto dell’artista da donna di mezz’età. Se c’è un problema nel film (oltre all’inutile e invadente musica di sottofondo – che poi è sempre la mia croce, soprattutto nei documentari) è la posizione di esaltazione totale della donna-artista vs. una certa mancanza di posizione critica del film sia verso l’arte che ella pratica, che verso gli invasati che ne fanno un culto. Perché Marina Abramovic come donna ne esce talmente bene che chiunque capisca che i documentari non sono più “veri” di un qualsiasi film narrativo si rende conto che è il personaggio femminile meglio riuscito al cinema da parecchi anni a questa parte.

Il cinema in genere ha paura delle donne. Pensaci bene: quanti personaggi femminili ti vengono in mente che siano rappresentati come donne
a) forti e determinate ma non a discapito della femminilità né del senso dell’umorismo;
b) in controllo della propria vita ma capaci di lasciar spazio ai sentimenti;
c) capaci di gestire una posizione professionale e finanziaria di grosso rilievo;
d) in possesso di sessualità ma non soggiogate al tanto mitizzato quanto reale (per non dire spietato e inesorabile) sguardo maschile?
(Se hai pensato “ehi, Lara Croft!” puoi puoi chiudere questa finestra e tornare nel paese dei procioni.)

Quello che al cinema fa più paura delle donne è il corpo. Perché il corpo delle donne è una cosa abbastanza complessa, in continua evoluzione e in contraddizione con se stesso. Non è una cosa che dove la metti sta, che fa come le dici, che si possa rappresentare facilmente per com’è davvero. Raramente il cinema sa gestire un personaggio come Marina Abramovic, una donna che usa il corpo tanto come strumento di sfida e seduzione quanto come un’arma da guerra, e lo riconosce come una cosa estremamente vulnerabile eppure resistentissima. Figurati per giunta una donna matura, non tradizionalmente bella, che non ha nessuna remora a spogliarsi completamente in pubblico, squarciarsi la pancia (la pancia che secondo i canoni patriarcali è il sanctum della maternità), sdraiarsi in mezzo al fuoco, o appendersi crocefissa ignuda a mo’ di quattro di spade, né, soprattutto, nessun problema con l’essere single, non madre, famosa, ricca, persino un’icona della moda. (Se hai pensato “ah, proprio come Madonna e Lady Gaga”, il paese dei procioni è sempre da quella parte.)

La parte per me davvero straordinaria del film è la sequenza in cui Marina ritrova l’ex marito Ulay, altro mostro sacro della performance art, quello col quale fece la rivoluzione da giovane. Per dire, uno dei lavori di Marina e Ulay è Lovers (1988), nel quale i due camminano separatamente dai due estremi della Muraglia Cinese per incontrarsi a metà dopo duemila km a testa, e tre mesi di viaggio e di separazione. Il motivo del viaggio è incontrarsi per lasciarsi definitivamente. È una cosa teatralissima, ma il dolore di quell’incontro, i tre mesi di viaggio e di separazione, il percorso per arrivare a trovarsi e poi questo cataclisma sono cose che neanche lo sceneggiatore più perfetto saprebbe scrivere. È anche una cosa abbastanza pornografica da guardare, l’oscena autopsia di una storia d’amore consumata attraverso la sublimazione dell’arte e dei corpi, che, davanti ai tuoi occhi, muore.

Perché in effetti Marina nel film dice che pensava che quando si sono lasciati sarebbe morta, perché si muore sempre un po’ quando un vero amore si estingue, ma anche perché dice candidamente che non riusciva a pensare che sarebbe sopravvissuta senza quell’uomo col quale viveva una simbiosi artistica, emotiva e sessuale talmente forte che tutte queste componenti le sembravano inseparabili. Morta la coppia Marina-Ulay sarebbe morto tutto. E invece. Non solo da queste dolorose ceneri nasce la fenice di Marina Abramovic multimiliardaria superstar dell’arte contemporanea, ma anche la donna che sopravvive alla morte per amore e di quella sopravvivenza ne fa un’arte, un po’ come Frida Kahlo. (L’altra grande balla che ti racconta il cinema è che il motivo di esistere di una donna sia trovarsi un uomo. Se adesso dici “maccome, e allora Thelma e Louise?!” vengo a cercarti nel paese dei procioni e ti percuoto con violenza. Che se ci pensi sarebbe un’ottima performance piece.)

Prima della separazione Marina viveva con Ulay in un furgone, perché fare i performance artist negli anni ’70 voleva dire fare la fame e vivere davvero in un underground che il fottuto hipster medio del secolo XXI non può neanche immaginare. Ulay guidava il furgone, Marina non sapeva guidare. Dopo tutto questo tempo senza vedersi, Marina e Ulay si rincontrano nel 2010 con la scusa della performance al MOMA, ripresi dalle telecamere del film.  E allora cosa fa il film? Ti fa vedere la reunion non come l’incontro di due grandi genii predestinati, o la Carrambata del come eravamo. No. Ti fa vedere che Marina ha imparato a guidare. E lei porta Ulay a casa sua e Ulay l’aiuta a parcheggiare il suo SUV nel garage, come una qualsiasi coppia di umarell nostrani. Poi si fanno una pasta con le zucchine e chiacchierano con la serenità e l’intensità degli ex amanti che sanno che saranno sempre parte integrante gli uni degli altri, e che con questa consapevolezza procedono per le loro strade.

Nel momento in cui successivamente Ulay si presenta alla performance e si siede di fronte a Marina, sorridendo, incapace di concentrarsi, ecco che lei rivela come sa applicare tutte le regole del suo metodo sia all’arte che alla vita. I due piangono, sorridono, ridono, e poi lei spezza l’incantesimo della performance e gli allunga le braccia, le loro mani si toccano. È lei che gli dice ora puoi andare, e lui va. È un lasciarsi più maturo e meno drammatico, un lasciarsi da persone di mezz’età, un lasciarsi da partner equi e consapevoli, un uomo e una donna completi.

Marina Abramovic The Artist is Present è quindi un film su un personaggio visto in un momento presente in tanti sensi – una persona che c’è, e che si trova qui ora; un personaggio ben consolidato nel quale l’identità di donna è interamente donna e quella di artista interamente artista. Chiunque abbia provato a essere una o entrambe le cose – donna e artista – sa quanti compromessi siano necessari non dico per riuscirci, ma persino per provarci. La forza del film sta nel mostrare questo processo di bilanciamento tra donna e artista con grande chiarezza. Io la performance art non la reggo; se a te piace probabilmente troverai nel film molti altri spunti interessanti che io non colgo. Ma questo è un film che parla di una donna vera, e che la tratta con serietà, rispetto, (magari anche troppa) ammirazione. In pratica è un documentario su una specie che al cinema appare pressoché estinta, e a me, in quanto donna che lavora nel cinema, donna che una volta aveva le mani in pasta nel teatro, o in quanto donna e basta, basta e avanza.

Shoot like a man

Tre cose che avrete sentito dire in questi giorni:

Kathryn Bigelow è l’ex moglie di James Cameron.
Kathryn Bigelow è il regista più macho di Hollywood.
Kathryn Bigelow è la prima donna a vincere un Oscar per la regia.

Sono sopravvisuta a un matrimonio con Barbablù

Niente panico: questo post (obiettivamente adulatorio e congratulatorio) su Kathryn Bigelow non vi tedierà ulteriormente ripetendo queste cose.

In primo luogo perché per me James Cameron è sempre stato una specie di Barbablù, un pazzo posseduto da varie manie distruttive, e se è vera la storia della crew di The Abyss che, dopo mesi di fatiche, soprusi dittatoriali, e incidenti sul set durante la lavorazione del film, alla festa per l’ultimo ciak preparò le magliette per tutti con scritto I survived a James Cameron movie, allora a Kathryn Bigelow (che con lui ha condiviso non solo il set ma anche il letto) dovrebbero fare un abitino di seta con la stessa frase ricamata in filo d’oro. James Cameron quindi lo lasciamo a raccogliere le Puffbacche nel suo bel mondo blu insieme alla sua (preoccupantemente magra) terza moglie. (Se poi volete ridere, qui Nanni Cobretti tira fuori gli scheletri dall’armadio di casa Cameron.)

Parliamo quindi di Kathryn Bigelow, che fa film da maschiacci e vince ambitissimi premi. Qui a casa mia abbiamo festeggiato alla grande per questa vittoria meritatissima, non tanto per un discorso di cromosomi XX, quote rosa, mimose dell’8 Marzo, liberté egalité, hey-sister-soul-sister, anche se questa è un po’ la vittoria di tutte noi bambine che preferivano giocare con Goldrake e i Lego piuttosto che con la Barbie. (Io e mio fratello facevamo un gioco bellissimo con le Barbie che mi regalava mio nonno: le attaccavamo al pavimento del corridoio col biadesivo e poi facevamo le gare con le macchinine telecomandate in giro per casa per vedere chi arrivava primo a investirle sul rettilineo. Fuck yeah.)

Ma parliamo di cinema. Posto che la regia è un lavoro di merda (fidatevi, parlo anche per esperienza), una Kathryn Bigelow che dice: “I suppose I like to think of myself as a film-maker, rather than a female film-maker” è un gran bel segno. Una volta dettosi che comunque la parità (non l’uguaglianza) tra i sessi si otterrà quando non si dovrà specificare il sesso/l’orientamento sessuale/la razza/la religione/il cereale da colazione preferito di autori/registi/cantanti/artisti per descriverne l’opera o celebrarne il successo, facciamo un paio di considerazioni.

As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster.

As far back as I can remember, I always wanted to be a gangster.

Esistono due tipi di registi: quelli capaci e quelli incapaci. L’essere maschio o femmina nell’equazione non c’entra. Per esempio Jane Campion – tradizionalmente additata come regista femminista – è una regista capace quanto il maschilissimo Martin Scorsese. Dipende un po’ dai gusti personali se uno preferisce andare a vedere Lezioni di Piano o Quei Bravi Ragazzi, ma non venitemi a dire che Bright Star è un film palloso perché è diretto male, o che L’Età dell’Innocenza è uno Scorsese da femmine perché non si spara e nessuno dice ‘cazzo’. (Che poi a guardarci bene Lezioni di Piano e Quei Bravi Ragazzi hanno lo stesso tema e cioè lo studio della crescita di un individuo in gruppi sociali con regole rigide e complesse, quasi fossero lo stesso film.)

In entrambe le categorie (capaci e incapaci), è possibile individuare due tipologie operative:

Das ist ein Bingo!

la prima è quella dei registi che mettono tutto al servizio della realizzazione della loro visione (tipo Hitchcock, Herzog, Welles – tre dei miei registi preferiti – e anche Cameron. Ah, no, avevo detto che non ne parlavo, ok); la seconda è quella dei registi che giocano in squadra, e che per portare alla luce una storia si basano sulla collaborazione di un team fidato, selezionato e guidato a seconda del progetto (i fratelli Coen, Fellini, Spike Lee, persino Quentin Tarantino).

Aggiungiamo un’ovvia postilla che non sempre sono i registi capaci a vincere i premi: Alejandro González “Morte-del-Cinema” Iñárritu vince un sacco di premi ma io lo metterei alla gogna, mentre Michael Haneke, che ha fatto la regia più bella, austera e intelligente del mondo per Das weiße Band agli Oscar quest’anno non se l’è cagato nessuno – probabilmente perché avevano già premiato un Austriaco, se ne premiavano due quelli si montavano la testa e invadevano la Polonia. (Sopra, un’immagine di un premiato Austriaco – perchè è troppo figo.)

Kathryn Bigelow è quindi sì una donna, ma soprattutto è una regista capace, e una regista collaborativa. A prendere l’Oscar per Best Film per Hurt Locker c’erano sul palco sette persone: un produttore, uno scrittore/produttore/compagno della regista, la regista, quattro attori. Ma non solo. Kathryn Bigelow è una rarità, perché nel mezzo del panorama post-moderno del cinema di inizio secolo è un(/a/’) auteur nel senso classico: i suoi film hanno temi ricorrenti (l’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, e lo studio dei gender roles di uomini e donne d’azione) e uno stile inconfondibile (veloce ed esplosivo, pieno di suoni e di colori forti).

Metafore del Capitalismo Reaganiano

Kathryn Bigelow è anche una pittrice, un’artista concettuale, e una laureata in teoria e critica del cinema, preparata con tutti gli strumenti semiotici-costruttivisti-Lacaniani che piacciono tanto a noi Dottorini, perché ci permettono di gudagnarci la pagnotta scrivendo articoli dal titolo “Point Break come metafora del Capitalismo Reaganiano”, mentre la faccetta insipida di Keanu Reeves ci ricorda che alla fine è tutta una scusa per immaginarsi a fare i surfisti rapinatori nelle spiagge della Baja California, o un anche che è un bel regalo da parte del cinema poter rivedere Patrick Swayze biondo, bello, e di gentile aspetto, che va a incontrare la morte non in un letto di ospedale, ma tra le onde di un pomeriggio da leoni.

A Kathryn Bigelow sono anche tanto grata per aver dato a uno dei miei attori feticcio la possibilità di fare un ruolo diverso dal Nazista dagli occhi di ghiaccio/il paziente Inglese-Ungherese dal cuore di ghiaccio/il Russo dalla mente di ghiaccio/altre nazionalità assortite+organi in ghiaccio a scelta. Grazie, Kathryn Bigelow, per Lenny Nero, lo spacciatore di droghe virtuali di Strange Days. Grazie, Kathryn Bigelow, per Ralph Fiennes cyberpunk con i capelli lunghi, le basette sfilate e la barba incolta, per i pantaloni in pelle e il cappotto a tre quarti, per le camicie in seta a fantasia floreale e le deliranti cravatte, e per aver creduto che il nostro caro Rafie quando ha messo sul CV che era capace di fare l’accento Californiano fosse capace veramente. I miei quindici anni sono stati un momento meraviglioso.

Hai mai geccato?

Hai mai geccato? Hai mai filo-viaggiato?

Strange Days se non l’avete visto non sapete che vi perdete. E’ il film di science-fiction più umano che abbia mai visto, parla di mal d’amore e di dipendenza dalla memoria, di come a volte si viva in mezzo a milioni di persone completamente soli senza accorgersi degli altri, e del fatto che la tecnologia sta continuando a progredire ma gli esseri umani no. (Nanni Moretti se l’è presa a morte, ma per me non l’ha capito, e poi Strange Days ha sofferto brutalmente i danni del doppiaggio Italiano. Voi vedetelo coi sottotitoli.)

Se questo non vi basta vi posso indirizzare a una brillante analisi della sequenza di apertura del film – anche per darvi una dimostrazione delle qualità tecniche del cinema di Kathryn Bigelow: piani-sequenza come se piovesse, editing combinato di film e video, camera a spalla, eat your heart out Zack Snyder. Se ancora non siete convinti aggiungo un’Angela Bassett stracatagnocca che fa la personal bodyguard e pesta la gente, e anche una Juliette Lewis in gran forma che canta cover di P.J.Harvey con addosso ben poco (che poi se vogliamo dirla tutta forse Juliette Lewis aveva pensato al personaggio come a una Courtney Love del periodo migliore, ma per come sta messa ora sembra una cattiveria ricordarla com’era. Inserire qui la battuta “Guàrdate com’eri, guàrdate come sei: me pari tu’ zio!”*).

Altre cose di Kathryn Bigelow che vi potrebbero piacere: Near Dark è sempre un gran bel Western/Vampire movie mash-up ante-litteram, per la serie: con tutta sta new wave di vampiri all’acqua di rose fa solo bene rivisitare certe scene di crimini anni ’80. Blue Steel anche andrebbe recuperato: non me lo ricordo bene, ma è un bel poliziesco anche se un po’ datato, con una Jamie Lee Curtis vintage che spacca, altroché.

Ban the bomb, Tovarisch

K-19: The Widowmaker per me è un film sottovalutato: c’è grande maestria nella rappresentazione realistica dell’eponimo sottomarino Sovietico, e una certa follia claustrofobica nell’uso della macchina da presa che ricorda un po’ James Cameron. Che più o meno moriranno tutti si sa già dall’inizio (d’altronde la combinazione Guerra Fredda +politiche del Soviet+sottomarino+armi nucleari ha raramente un lieto fine), e Harrison Ford e Liam Neeson hanno due accenti che più che da Minsk sembrano provenire con la Transiberiana direttamente dai peggiori bar de L’Havana, con coincidenza a Cork e circumnavigando Melbourne, ma il cast di supporto fa un lavoro meraviglioso – e non lo dico solo perché ci sono il piccolo Peter Saarsgard e anche un altro dei miei attori preferiti (ma tutte le sue battute sono state tagliate in montaggio, sigh). Bellissima la scena della partita di calcio sul ghiaccio, con i primi piani dell’equipaggio – una vera e propria band of brothers – che coglie in pieno lo spirito della storia e l’assurdità della morte inutile al servizio dell’ideologia.

War is a drug

Di The Hurt Locker potrei dire tanto. La cosa più importante è che è un gran bel film, piccolo, gestito alla perfezione, con un passo furioso e tesissimo. Non è, a differenza di tante cose che si leggono, un film sulla guerra in Iraq. Continuo a ripetere questa cosa come una specie di Cassandra autistica, ma se ci pensate in luce del discorso “Kathryn Bigelow è un(/a/’) auteur“, anche Hurt Locker è un film “sull’adrenalina, le compulsioni autodistruttive, il ruolo dell’action man”, etc. (D’altronde è un film che offre la sua chiave di lettura nel prologo scritto in bianco su nero ‘war is a drug’.) Delle motivazioni politiche e storiche della guerra, del confronto con la popolazione Irachena e delle difficoltà degli invasi, e anche delle polemiche e dell’indignazione (più che sensate) a riguardo, The Hurt Locker non si cura, ma prende il punto di vista del soldato buttato in mezzo a questo macello, che in qualche modo deve farci i conti.

Anthony Mackie in The Hurt Locker

Dulce et decorum est pro patria mori

E se interpreto il film correttamente, nessuno ne esce indenne, e nessuno ne esce un eroe. Gli uomini di questo film sono tutti reduci e tutti malfunzionanti. Chi scrive che la guerra di Hurt Locker non è abbastanza realistica e che i dettagli sono scorretti non ha capito che non è necessariamente né il desiderio né il compito del cinema di fare da reporter delle ingiustizie. Chi scrive che Hurt Locker celebra il soldato semplice e l’artificiere guerrafondaio, l’imperialismo Americano, il testosterone e l’eroismo, secondo me ha visto metà del film che ho visto io; forse è uscito a comprare i popcorn durante la scena in cui tutte queste idee vengono sciolte da una doccia fredda, e fatte scivolare attraverso un’armatura da artificiere dentro una fogna ormai ripiena di sabbia, sangue, lacrime, e “vecchie bugie: dulce et decorum est pro patria mori“. Non lo dico io, lo diceva citando le odi di Orazio il poeta di guerra Wilfred Owen, morto in battaglia a venticinque anni nel Novembre del 1918, una settimana prima della fine della Grande Guerra – la fine di una guerra non arriva mai abbastanza presto. (Veniticinque anni è due anni di più dell’età media della squadra artificieri dell’esercito Inglese in Iraq.) Non è un caso che il titolo The Hurt Locker (che vuol dire letteralmente “armadietto del dolore”, ma è un’espressione che significa il ritrovarsi confinati in uno stato di sofferenza estrema, o feriti dopo un’esplosione), venga da un’altra poesia scritta da un soldato, che dice che “non c’è rimasto niente tranne il dolore.”

Quindi in sostanza per ricapitolare: Kathryn Bigelow non è solo la ex moglie di James Cameron, il regista più macho di Hollywood, o la prima donna a vincere un Oscar per la regia. Kathryn Bigelow è una professionista del cinema che fa dei film bellissimi, intensi, cazzuti, tecnicamente complessi ed eseguiti con destrezza; ricchi di idee e di temi interessanti; conditi con esplosioni, sparatorie, inseguimenti, musica, sottomarini, vampiri, spacciatori, soldati e surfisti. Se vince un premio grosso siamo tutti contenti, no?