E già, noi siamo ancora qua (Pearl Jam, vent’anni dopo)

Emiliano Colasanti è sicuramente il miglior scrittore di musica che conosco (diverso per me da giornalista musicale) con lui ho condiviso 4 anni di radio spalla a spalla, siamo diversi, sentiamo musica quasi diversa e molto spesso non la vediamo allo stesso modo, anzi. Ma quando mi ha proposto di andare a vedere PJ20 non ho esistato un secondo, perchè la persona con cui vederlo per me era lui.
PJ20 è il film documentario sulla storia dei Pearl Jam girato da quel fregnaccione di Cameron Crowe, uno che da questa parti a botte di stereo sopra la testa, Free Fallin cantata in macchina, e pugni al cielo si è scavato un buco nel cuore di chi scrive.
I biglietti erano esauriti, poi oggi (ieri ndr) Emiliano mi dice che c’erano tre posti liberi non so come e alla fine siamo riusciti ad andare. Io avevo una camicia a scacchi, e me l’ha comunicato mentre ero in riunione. Siamo andati. Questo è quello che ci siamo detti, prima, durante e soprattutto dopo. Questo post lo leggerete in contemporanea qui, ora e/o su Stereogram

Il film, per chi se lo chiedesse, è bellissimo. Catartico e molto probabilmente unico.

Giorgio: Uscire dal cinema avendo idea di avere visto qualcosa che ti aspettavi succede abbastanza spesso.
Il fatto di uscire da una sala e avere visto vent’anni di vita, ricordi, brividi, sensazioni, un po’ meno. Nel bene e nel male, i Pearl Jam sono per noi (parlo per me ma anche per te) un gruppo generazionale. Forse IL gruppo generazionale. Quello con cui siamo cresciuti e da adolescenti diventati uomini. PJ20 è forse per questo un film soprattutto per quelli come noi. Che avevano la rabbia giovane nel ’92 e che è diventata altro.

Emiliano: Pensavo che questo film mi avrebbe fatto sentire solo un po’ più triste e malinconico, e invece l’unica cosa che sono riuscito a provare durante la visione è stata gioia immensa. Una gioia strana, difficile da definire, figlia del distacco, probabilmente. Il distacco che ti fa guardare con occhi diversi, più leggeri, anche pezzi di vita che ricordavi più pesanti, gravi. È vero quello che dici: i Pearl Jam sono stati un gruppo generazionale, anche se non l’unico. Sicuramente sono stati molto importanti per me, in una maniera che faccio quasi fatica a razionalizzare. Io non riesco più ad ascoltarli nel modo in cui favevo una volta, si sono ancorati a un pezzo della mia vita e in qualche modo sono rimasti lì. Ma ci sono sempre, e non se ne vanno.
In questi giorni ho pensato molto all’invadenza del passato sul nostro presente musicale, per via di Simon Reynolds, e ha ragione lui quando dice che è più bello vivere nel presente. Innamorarsi è meglio che ricordare un amore, eppure col tempo che passa anche certe ex fidanzate che hai odiato profondamente finisci per guardarle con occhi più dolci. I Pearl Jam sono un grande amore che si è trasformato in una grande amicizia, una cosa del genere. Mi ha colpito molto, guardando il film, il ruolo centrale che la morte ha avuto nella loro storia. Sono nati da una morte, quella di Andy Wood, poi c’è stato Cobain e la tragedia di Roskilde. Sono la reazione a un lutto, ma una reazione felice.

G: A me ha stupito (o almeno capire che quella sincerità delle canzoni fosse vera) vedere la commozione, oggi, vent’anni dopo per la morte di Andy Wood, per quella di Cobain e per le piccole cose, come quando Eddie Vedder ricorda l’inizio della sua amicizia con Ament.
Ecco: PJ20 è un po’ la Polaroid di quel cuore di pastafrolla che abbiamo sempre avuto e magari abbiamo fatto finta di avere nascosto da qualche parte. Più in bella vista di quanto pensassimo.

E: Credo sia sempre per via di quelle perdite che hanno segnato la loro storia umana e di gruppo. La chiara consapevolezza degli equilibri precari che tengono in vita certe cose, le band, il successo, le amicizie, unita al terrore di dover affrontare di nuovo certi lutti. A me ha colpito molto Gossard nel commento alle folli scalate di Vedder durante i concerti, e ancora di più lo sguardo di Ament che suona il basso fissando il soffitto a cui Eddie Vedder si è appeso, la paura che tutto potesse finire da un momento all’altro. E invece resistono. Magari un po’ acciaccati, ma resistono.

G: Che poi, voglio dire, basta vedere le immagini per non farli sembrare lo stesso gruppo di vent’anni fa. Un punto chiaro c’é stato, nella loro vita, in cui si é deciso di non diventare uno stereotipo rock alla Stones. Anche loro hanno avuto tragedie simili, ma hanno deciso di esorcizzarle col carrozzone.
I PJ ora sono un gruppo che se ha bisogno prende 4 sedie e fa 3 pezzi da seduto.
L’unica domanda che ho da vent’anni al riguardo è: ma Vedder ha uno stock di magliette marroni?

E: Io conosco un tizio che ha solo camicie nere. Tutte uguali. E no, non è fascista e non è neanche Johnny Cash, anche se forse vorrebbe esserlo.
Mi ricordo quando sono andato a vederli a Verona, era il tour di “Binaural” e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ormai non saltano più sul palco, non sono più come prima” ed è stata una sensazione positiva. Sono cresciuti con noi in qualche modo, anche se forse a un certo punto si sono fermati. Io sono un grande fan della fase centrale della loro carriera, di “Vitalogy” e “No Code”, quella in cui, almeno a giudicare dal film, Vedder ha strappato lo scettro del comando a Stone Gossard, prima di passare alla democrazia degli ultimi tre dischi, in cui tutti scrivono tutto.
Sento la mancanza di un loro vero e proprio album della maturità, anche se probabilmente l’hanno già fatto e ormai pretendo troppo. Ma Mike McCready? Ci sono delle volte in cui il suo modo di suonare mi manda il sangue alla testa, quel modo di fare gli assoli di chitarra, altre in cui lo adoro e basta. E non so spiegarmi il perché.

G: Mike McCready è a occhio il rocker vero del gruppo. Quello che ragiona sull’attimo rock del live e delle canzoni. E che lo rende vivo.
Io ci ho messo 20 anni a capire che sul primo disco (anzi forse fino a “No code”) c’era quella logica delle dueling guitars figlia degli anni ’70.
Forse qualcuno lì in mezzo è un fricchettone (vero Stone? Vero Jeff?), McCready è uno che, come dice Cornell, rende possibili e non noiose canzoni di 11 minuti con 7 di assoli.
E le chitarre dei PJ, soprattutto nel film, sembrano così lontane, ma in fondo così tanto vicine.
I PJ sono un gruppo di amici, veri. Parlo di loro 4. Ché per me la storia del batterista è quella più bella. Ma è quella anche di un pezzo di gruppo che racconta una storia a sé.
Il cuore del gruppo, come dicono loro. Loro 4 sono l’intestino nella buona e nella cattiva sorte. E questo si sente. E si vede.

E: Che poi Matt Cameron in quella band c’è sempre stato, era nel primo demo, la cassetta spedita a San Diego. Ormai è il batterista più longevo della storia dei Pearl Jam. Sono cinque in tutto e per tutto, anche se io non riesco ancora ad abituarmici (nei Soundgarden mi piaceva tantissimo).
Io ho sempre avuto un debole per Jack Irons, un batterista punk, minimale, dentro un gruppo massimalista in tutto. Mi piaceva il suo modo “secco” di suonare, quasi alla Ringo Star. Non ho mai capito, invece, la passione che tutti hanno per Abruzzese. Ma a te non ha impressionato la scena del concerto, forse a Philadelphia, non ricordo, dove Vedder impazzisce con la security e di colpo cambia il suo modo di stare sul palco? È come se in quel momento avesse deciso di farsi carico di responsabilità che pensava di non dovere avere. Tutto quello che è arrivato dopo, il rapporto controverso che ha con la sua fama, credo parta proprio da lì. Poi vabbè, tutti si stracceranno le vesti per il lento ballato con Cobain (in sottofondo c’era Clapton che suonava Tears in Heaven) ed è bellissimo quello che dice Stone Gossard: “Le sue critiche ci hanno reso quelli che siamo”. Chissà se è stato lo stesso anche per Blur e Oasis, Beatles e Stones, Negramaro e Modà…

G: No in effetti anche loro lo dicono (e riportano anche l’idea di Joey Ramone) che Seattle era una famiglia e perdendo qualcuno perdevi qualcuno che conoscevi comunque bene e che era parte fisica della scena, un pezzo importante. Kurt, Andy e Staley. I primi due vengono chiamati per nome, sempre, mai per cognome.
Sul fatto del batterista è vero, alla resa dei conti Irons è quello che sta sul disco (anche “No code”) che preferisco. Abruzzese era uno da prima fase dei PJ, era uno con quella rabbia giovane di cui parlavo prima. Forse con loro sarebbero stati peggio. Forse l’avrebbero cambiato.
Cameron l’ho sempre reputato troppo riccardone (ndr: precisetti) per quello che hanno fatto i PJ. Senti Alive oggi dal vivo e la senti pulita.
A proposito, il Kennedysmo di Crowe mai poteva essere più alto che in questo film.

E: Crowe potrebbe superarsi solo girando un documentario sulla carriera di Veltroni. Credo fosse Johnny il Ramone stupito per i rapporti tra Soundgarden e Pearl Jam: “Noi a New York gli altri gruppi li odiavamo!”
Gli Alice in Chains però nel film non ci sono quasi mai, mi ha un po’ stupito questa scelta. Invece, molto bella l’immagine di Cornell che sprona Eddie Vedder e ne intuisce il potenziale prima dello stesso Vedder e di tutti gli altri. Ne esce benissimo Cornell, pensa che mi stava sul cazzo anche quando mi stava simpatico.
Mentre forse il Pearl Jam che preferisco è Gossard, me ne rendo conto da quante volte l’ho nominato. Fantastico lo spezzone in cui Cameron Crowe gli chiede di mostrare delle memorabilia e lui in casa ha solo una tazza sporca, qualche dvd, i dischi che ha recuperato da un amico per ripassare le canzoni e un Grammy buttato in cantina a prendere la polvere, tanto: “C’è Jeff Ament che conserva tutto, mi basta mantenere un buon rapporto con lui e potere andare a casa sua per avere accesso all’archivio dei Pearl Jam”. Lo capisco, Gossard, meglio vivere così che affondare sempre nel proprio passato, anche se il passato è presente. Pensa che io un po’ mi sento in colpa a stare ancora qui a parlare dei Pearl Jam, ma hai ragione tu: non sono rimasti prigionieri di loro stessi, sono cresciuti sotto gli occhi di tutti. Sono diventati vecchi con noi. Siamo vecchi?

G: Uh, se lo siamo. Anche se forse la pelle d’oca che ho avuto per tre quarti di film (e forse anche tu) dice il contrario.

E: Non so se chiamarla pelle d’oca. Non so come chiamarla.
Per tutto il film ho pensato a una porta che si chiude. Al capitolo finale. Una cosa del tipo: “Ciao Pearl Jam, è stato bello fare tutta questa strada insieme, ma forse è arrivato il momento di dividerci per davvero.”
Ma tanto lo so che annunceranno un nuovo tour e staremo di nuovo lì sotto, a cantare e urlare. Siamo fatti così, non ci possiamo fare niente.

Better loud than too late: Pearl Jam live in Hyde Park 25.06.10

Hard Rock Calling 2010 – London, Hyde Park (photo by Karen Loria)

Quasi sei mesi fa la mia amica Rachele e io abbiamo comprato i biglietti per vedere i Pearl Jam a Londra. Se conoscete Rachele sapete che cinque settimane fa un vecchio novantunenne che guidava un’auto (io lo immagino, non so perché, con le fattezze del nonno di un mio compagno di classe delle medie, che veniva chiamato Il Nonnone Masotti; l’auto nella mia mente è una 127 verde pisello) l’ha investita mentre faceva un giro sulla sua bicicletta da corsa a mezzogiorno di una domenica su una strada piatta, liscia e dritta. Dopo dieci giorni di ospedale e parecchi altri di convalescenza per una frattura è stato confermato il fatto logico che Rachele a Londra a vedere i PJ non sarebbe potuta venire.

Io aspettavo questo concerto dal giorno che il mio amico Dido mi fece una cassetta TDK nera e azzura con un lato A:
Daughter
Alive
Black
Jeremy
Red Mosquito
Corduroy
Rearviewmirror
Blood
Porch
Spin the Black Circle

E un lato B:
Oceans
Hail, Hail
Why Go
Animal
Nothingman
Better Man
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Off He Goes
Indifference
Around the Bend

Non sto ad elencare i motivi per cui non ero ancora riuscita ad andare a un concerto dei Pearl Jam pur amandoli e seguendoli da tanto (ma sappiate che io, che venero Springsteen con tutta la mia anima da quando sono nata, l’ho visto per la prima volta dal vivo solo alla tenera età di venticinque anni – comunque non preoccupatevi che sto recuperando). Fatto sta che mi sono ritrovata il giorno prima del mio primo concerto dei PJ da sola con un biglietto in più che ho cercato di sbolognare a prezzi stracciati – ho provato con GiorgioP, con Tob Waylan, con chiunque, ma niente da fare. L’unico che sarebbe venuto (e che aveva già il biglietto) era Nanni Cobretti, che però era in missione per conto del demonio e avrebbe ritardato, arrivando forse a concerto iniziato. Il demonio ha orari di ufficio piuttosto lunghi.

Alla fine il biglietto è stato venduto a un ragazzo disoccupato che non conosco, che ha visto il mio annuncio di vendita su Scarlet Mist e mi ha chiesto se per caso avrei potuto venderglielo a £5 in meno del prezzo che avevo stabilito perché c’era un’emergenza: il suo migliore amico, grande fan dei Pearl Jam, era stato lasciato dalla fidanzata e non ce l’avrebbe fatta ad andare da solo, ma lui prende il sussidio di disoccupazione e i soldi arrivano una volta a settimana e al prezzo intero non ci sarebbe arrivato. Io ho fatto gli Scout, la cosa della buona azione quotidiana mi è rimasta impressa: scambio di biglietti e contanti dentro alla stazione di King’s Cross, pacca sulle spalle, una persona felice in più nel mondo, good karma, etc.

Quando uno aspetta a lungo le cose che vuole viene condizionato a pensare che esista il momento giusto per fare le cose, e che necessariamente quello che accade possa avvenire solo in quel momento e in nessun altro. Non è questione di zen, è questione che l’attesa stessa comincia a cristallizzarsi e ad assumere un significato. Negli anni che ho aspettato di vedere i Pearl Jam ho cambiato paese e lingua, fatto sette traslochi, mi sono innamorata e disinnamorata e poi innamorata di nuovo, mi sono laureata due volte (quasi tre) e sposata, ho guardato Bruce Springsteen dritto negli occhi, ho perso quattro persone care, ho visto il cuore della mia migliore amica spezzarsi sulle note di Rearviewmirror. Finisce che ogni volta che stai per comprare un biglietto succede qualcosa, e allora niente, pensi che non è il momento, pace.

E poi io sono un atomo di idrogeno. Da sola non ho senso. Non so esattamente di cosa ho paura, ma se mi lasciate da sola scappo. Quindi mi ha preso lo sconforto: al concerto non ci volevo andare perché non aveva senso vedere i Pearl Jam dopo tanto tempo da sola quando significano tanto per me e per tante altre mie persone care; potevo comunque aspettare le condizioni giuste e perfette, la compagnia di gente che capisce che cosa significa e a che cosa serve un’esperienza del genere. Lasciamo anche perdere che prima dei PJ ci sarebbero stati Gomez, Wolfmother, Ben Harper, e quei piccoli figli bastardi di Springsteen che sono i Gaslight Anthem. Da sola no.

Invece non lo so, sarà stato il maneggiare ripetutamente per settimane quel biglietto colorato e vedere il nome della mia città adottiva sotto a quello del mio gruppo preferito, tutto così vicino e comodo, oppure il peso della responsabilità, di quelli che sarebbero venuti ma non potevano per qualsiasi motivo – da quel ragazzo che ballava “Rearviewmirror” al quale la mia migliore amica fa ascoltare tutti gli anni le sue canzoni preferite nel giorno dell’anniversario alla Certosa di Bologna, a Rachele a casa delusa e incazzata, Mattia che ha perso l’aereo e Dido in bolletta – ma alla fine, con la mente vuota da giorni di lavoro e studio pesantissimi e il cuore mezzo spento, sono andata.

L’estate Inglese è una cosa un po’ particolare. Si dice che il re d’Inghilterra Charles II descrivesse l’estate Inglese come “three days of sunshine and a thunderstorm”. Non gli posso dare torto. Ma forse lui che è cresciuto in esilio in Francia, e che è passato rapidamente dal sorseggiare Côtes du Rhône in Provenza alla birra annacquata dei tristi pub di Salisbury, aveva i suoi buoni motivi per lagnarsi del pessimo clima Britannico.

Però in effetti, quando è estate qui, è un’estate incredibile: non fa mai troppo caldo, ma i fiori esplodono di profumi e colori, le giornate non sembrano finire mai perché c’è luce fino alle undici di sera, e gli Inglesi sfoggiano questa passione sfrenata per il picnic all’aria aperta tirando fuori ceste da professionisti, calici da champagne in plastica e fragole perfette, come se si fossero preparati tutto l’anno per questo momento. (In genere poi piove, specie se vai a Wimbledon.)

Eddie Vedder se non avesse fatto il cantante rock avrebbe dovuto fare lo sciamano, quello che si cala un po’ di peyote, canta e balla, e fa cambiare il tempo. Dopo due settimane di freddo da notti col piumone e pioggia miserabile, il giorno del concerto dei Pearl Jam ecco 26°C, sole, venticello leggero, e neanche una nuvola. Un giorno perfetto per un concerto a Hyde Park.

Il problema per quelli come me che soffrono pesantemente di febbre da fieno è che una giornata del genere è letale, specialmente se è improvvisa: sei stata bene fino ad ora con solo le medicine omeopatiche e il collirio ogni tanto, non ti porti neanche gli antistaminici in borsa ché tanto non servono. E invece trac: dopo quaranta minuti di un Ben Harper scarso come non mai, retorico e antipatico, cominciano gli sternuti dilanianti, gli occhi gonfi e lacrimanti e l’imminente attacco di respiro asmatico causato dall’allergia alle graminacee. Eccolo qui il segno divino che è meglio se vado a casa, che è stata un’idea pessima e basta.

Invece Ben Harper chiama Eddie Vedder sul palco, e aspetto, qualche minuto e qualche sternuto in più, almeno lo sento, è lì, lo vedo. Suonano – ma che davéro?! – “Under Pressure” dei Queen. E’ tutto bellissimo, persino Ben Harper, ma gli occhi continuano a lacrimare e io mi soffio il naso in continuazione e c’è gente intorno che crede che sia molto commossa. Chiamo Rachele e le faccio sentire la voce di Eddie, ci ho provato ma adesso via di corsa ché sto morendo. Però Eddie, Eddie, come faccio ad andare via senza sentire le tue canzoni, la tua voce? Piango dentro e fuori, più o meno indistintamente.

Quando Eddie saluta ed esce mi volto e di fianco a me c’è un paramedico in pausa caffè. Nota che sono visibilmente sull’orlo del collasso e mi chiede se sto bene. Gli chiedo se hanno per caso in ambulanza degli antistaminici e mi dice no “però puoi provare alla farmacia del concerto”. Perché, ladies and gentlemen, dei festival di musica Inglesi non ci sono solo gli stand del merchandising, gli zozzoni che vendono fish and chips, e i cessi chimici. C’è anche la farmacia. Che vende: assorbenti, deodoranti, disinfettante, ice-packs, cerotti, ibuprofene, antistaminici, preservativi, e la pillola del giorno dopo (c’è una scritta che dice “because accidents can happen.” Non aggiungo commenti). Ma vedete il discorso dello sciamano, che è anche un guaritore? Anche se poi la cosa che mi ha salvato la vita è stata una dose di Clarityn (che non fa molto rock’n’roll, ma sempre sia lodato), senza Eddie io andavo a casa. Mi autoconvinco che il paramedico me lo abbia mandato lui.

Che poi comunque se Eddie Vedder non avesse fatto il cantante rock avrebbe anche potuto fare il predicatore, perché è uno che fa il suo lavoro con una serietà e una convinzione tale che davvero ti fa credere nel potere di questa forza che chiamiamo musica come a una preghiera. Arriva con una bottiglia di vino, la maglietta dei Devo e la camicia di Bruce Springsteen sulla copertina di “The River”, e saluta tutti, e continua a ripetere di divertirsi e pogare ma anche “take care of your neighbour.” Ha sempre un fare molto grunge ma è maturato tanto, è posato e sa come e dove scaricare energia senza far male a nessuno. L’albatross della tragedia di Roskilde se lo porta al collo come il vecchio marinaio. Lo vedi che è un sopravvissuto, e che ha capito cose che Kurt Cobain non ha potuto, ma forse comunque non avrebbe mai. Io sono di parte, ma a me pare che il corso di Springsteen ‘Ageing Gracefully for Rockstars’ stia dando i suoi buoni frutti coi Pearl Jam. Alla fine Eddie non ce lo vedresti male in una stanza con Obama a parlare di cose più o meno serie. Stone Gossard magari un po’ meno, e Mike McCready se non fossi sposata ve lo direi dove lo vedrei molto meglio.

E quindi eccoci, improvvisamente tutto cambia: arriva Nanni Cobretti giusto in tempo per l’attacco di “Given to Fly”, e poi why go home? chiede Eddie e io rispondo, indeed, the waiting drove me mad you’re finally here and I’m a mess. I pezzi di “Backspacer” dal vivo prendono fuoco, I just want to scream hellooooo – my god it’s been so long, never dreamed you’d return e via così, cose antiche, cose nuove, una dedica a Joe Strummer, persino “State of Love and Trust”. Quando ritornano dal primo break noi siamo lontanissimi ma Eddie dice let’s just breathe e mi sembra che stia parlando direttamente a me, che ho i cinque sensi tutti ovattati dall’antistaminico ma respiro, seguo, canto, alzo le braccia al cielo come farfalle e vedo una luna tonda, bassa e gialla che si nasconde tra le nuvole e il cielo nero sempre più scuro, ma non piove, non pioverà, almeno fino alle ultime note della mia canzone preferita con le sue parole misteriose. And I don’t know if it’s a box or a bag ma sono proprio contenta di esserci stata.

Hard Rock Calling 2010 - London, Hyde Park (photo by Karen Loria)