Artcore: 2006 – Douglas Gordon & Philippe Parreno

Pare moda negli ultimi anni che artisti si mettano a fare lungometraggi: questo fenomeno finora ha prodotto roba del tutto trascurabile, in certi casi opere  se non altro coerenti alla poetica ma che mal si adattano al formato-film (Pepperminta di Pipilotti Rist), in altri, esperimenti di cinema artistico “commercializzabile” mal riusciti (Donne senza uomini di Shirin Neshat), che se a una cosa servono, è quella di rendere evidente la differenza fra opere d’arte e prodotti artializzati.

Tutto questo non è per, come speravate, parlarvi di Shame, omonimi di Steve McQueen e della fava di Fassbender, che non ho ancora visto, film e fava, ma per continuare la mia introduzione all’arte contemporaneissima con una delle migliori opere realizzate negli ultimi vent’anni. Vi è andata male.

Invisible Fassbender's cock

2006: Douglas Gordon & Philippe Parreno, Zidane, A 21st Century Portrait (video, 91′)

Zidane è il risultato della mente di due degli artisti più significativi  ella nostra epoca, Douglas Gordon, scozzese, e Philippe Parreno, franco-algerino. Ci siamo? Gordon e Parreno. Memorizzate per benino questi due nomi, ché se significativi lo sono davvero li vedrete sui libri di storia dell’arte dei vostri figli. (Tutto questo ovviamente in un’utopica visione del mondo dove nelle scuole Storia dell’arte NON sarà sostituita con Speculazione finanziaria).

Zidane, A 21st Century Portrait però non è SOLO un “ritratto del 21esimo secolo”, ma un ritratto di tre dimensioni: lo spazio, il tempo (sulla loro simultaneità) e l’identità.

Formalmente il film è un montaggio di sequenze con unico protagonista Zizou ripreso non-stop da 17 telecamere per tutti i 90’ di durata della partita Real Madrid – Villareal del 21 Aprile 2005. Le telecamere non lo mollano un secondo,  rendendo impercepibile lo schema globale dell’azione sul campo, ma sensibilizzando la percezione di ogni piccolo spostamento, parola (ed emozione) di Zidane.

Il lavoro, valutato con i criteri applicabili ad un film tradizionale ha chiaramente poco senso d’esserci, anche se volutamente commercializzato come tale dagli artisti che lo hanno presentato a Venezia nel 2006; l’opera si muove però in tutt’altro senso: riesce a collocarsi come un capolavoro nella poetica di entrambi gli artisti, proponendosi come una narrazione alternativa di micro-eventi simultaneamente atemporali e strettamente legati al (loro) tempo.

È a tutti gli effetti uno spostamento. Secondo il teorico Nicholas Bourriad, scopo dell’artista dagli anni ’90 si è fatto quello della costruzione di narrazioni alternative che divergano dalle narrazioni precostruite che determinano la vita di tutti. Lo spostamento si configura proprio in questa linea teorica, e si ha quando l’artista “sposta l’attenzione” dello spettatore in modo meronimico/olonimico (chiaro che ho dovuto googlarle), dal tutto alla sua parte e viceversa.

Pippone a parte, l’apporto concettuale di Gordon al film è questo: lo spostamento che effettua dalla concezione sportiva dell’insieme di gioco al singolo individuo partecipante, avendo come risultato una visione che offre possibilità di una percezione totalmente differente da quella classica della partita di calcio soprattutto in termini di tempo, come aveva già fatto tredici anni prima con 24 Hour Psycho, di cui parlerò prima o poi.

Parreno aggiunge ulteriori livelli di lettura contribuendo con discorsi sulla relatività e la simultaneità dell’identità: Zidane è mito e persona, unico e universale, ed entrambi.

I sottotitoli che appaiono in sovrimpressione durante la partita vogliono il calciatore come soggetto della prima persona singolare, ma in realtà pare siano stati scritti dagli artisti e Zidane in collaborazione (immaginatevi una tavola rotonda con Zizou in imbarazzo); tra i testi riflessioni sul tempo, sullo spazio e sull’identità che vanno a complicare il discorso sull’identità stesso: come spettatori non potremo mai sapere dove finisce la biografia e dove comincia la fiction.

Formalmente il film è una bomba: le sequenze sono bellissime, montate e girate da gente con una certa esperienza nel cinema (il direttore della fotografia fidato di Fincher e altri tecnici, gente che ha lavorato con Scorsese e Almodovar), accreditato come noise engineer c’è il Dio Irlandese del Rumore Kevin Shields che gestisce tre fonti di suono: quello del pubblico, quello dei giocatori e la colonna sonora, composta appositamente nientepopodimeno che dai Mogwai. Ma che cazzo di aria respirano in Scozia?

Dopo 90’ precisi di eyegasm, eargasm e mindgasm non mi era del tutto chiaro chi stesse vincendo o cosa di preciso avesse fatto Zidane in tutto quel tempo, ma nel frattempo avevo riconsiderato totalmente il concetto di tempo, di me stesso come persona e del mio stare nel mondo, o qualcosa del genere. Fai te.

SPOILERONE

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