Il nuovo film del ragno è un po’ così (ci sono gli spoiler)

Il chiacchieratissimo reboot di Spider-man è arrivato. Non sapevo cosa fare, se andarlo a vedere il mercoledì sera fresco di uscita nei cinema italici o se aspettare il giovedì, per far credere a me stesso che, sebbene le aspettative e le poche critiche lette sulla internet, il ritorno del ragno sul grande schermo non fosse una cosa incredibile a cui sarei dovuto arrivare subito. Non ci sono riuscito e mi son detto ‘andiamo, farà cagare ma è pur sempre il ragno’.

Il nome dietro alla macchina da presa lo si sapeva già da tempo ma i dubbi sono stati taciuti fino alle primissime anteprime. La scelta azzardata che avevo annusato dalle prime news si è ben rivelata tale appena uscito dalla sala. Il perchè? Ce ne sarebbero un po’ da spiegare, come ad esempio cosa spinga la Marvel – salvo pochi titoli e non c’è bisogno che debba dire quali – ad avere un gran talento nel dirigere primi tempi discreti/quasi interessanti/che creano delle buone vicende e pochissime volte dei secondi in cui si arrivi difficilmente ad un concreto soddisfabile. Oppure basterebbe dire che in un film dell’Uomo Ragno ci possono essere tantissime modifiche a confronto con il fumetto (o in questo caso con la trilogia di Raimi) ma devono esserci due cose fondamentali, a prescindere: l’omicidio di Zio Ben (check, anche se in una salsa tutta sua, ma diam pure la colpa all’influenza Ultimate e la voglia di fare una cosa diversa al primo titolo dei tre degli anni precedenti) e una frase, o meglio, quella frase. In questo non c’è, mi pare di non averla sentita ma sono quasi sicuro di no perchè dopo un po’ ho sentito un macchinario della catena saltare e ho fatto attenzione alla cosa. Una proprietà strettamente necessaria che rende Parker consapevole di uno sbaglio e un’altra che lo collega ad un sistema di valorizzazione caratteristico del personaggio. Non può esserci un Uomo Ragno senza la frase dei grandi poteri e delle grandi responsabilità così come non può esserci un Batman senza l’omicidio dei genitori. Parker dopo la morte di Ben agisce un po’ per vendetta e anche la prima lavata di capo che questi che gli dà non sembra tangere più di tanto. Ma è giovane (oddio, non così tanto Garfield), spericolato (skate?) e innamorato della Emma Stone.

La storia è quella che si presagiva potesse diventare con Webb ai comandi: verso un certo punto della pellicola si trasforma in una commedia romantica frettolosa, che non sa di nulla e si concentra su due frasi e su un guardarsi negli occhi artificiale che c’era pure in (500) Days Of Summer. Le pupillone di Emma Stone (su di lei non ho nulla di male da dire, mettiamolo subito chiaro e tondo) e quella faccia da schiaffi di Garfield, i sorrisi, la frasettina, un po’ di sangue ed un Lizard che pare debba pagare i diritti alla Midway per la somiglianza con Reptile di Mortal Kombat (unmasked dico, quello dei titoli più recenti della saga o, per chi ha memoria del brutto, dell’episodio quattro). Ma onestamente, dopo QUEL bacio sotto la pioggia, che ne batte altri 100 più forzati e romantici (e soprattutto non dentro ad un action movie), che carte aveva intenzione di giocare Webb per cercare di superarlo? Peter poi perde la testa e dopo almeno 50 minuti buoni di proiezione si toglie la maschera con una facilità assurda, ma non voglio dire di più. Viene anche nominato Norman Osborne, viene specificato che le sue condizioni di salute siano non delle migliori e viene intuito che, se la pellicola farà dollaroni, ci sarà quasi sicuramente un seguito con il Goblin a condurre la vicenda su binari più simili a quelli del fumetto (a rigor di spoiler, sempre che di spoiler si possa parlare, è lui a causare la morte di Gwen Stacy in una delle scene più intense della storia dei comics).

Descritto così potrebbe sembrare una merda colossale e forse non è nemmeno così lontano dall’esserlo, però è un parere ancora a caldo, che comunque non andrà a modificare l’assenza di fattori importanti come quelli qua scritti e nemmeno cambiare la mia opinione riguardo ad una trama fatta su un po’ a caso che non parla al pubblico di supereroi e nemmeno di questa grande storia d’amore fra i due ragazzi.

Mancarone Sam Raimi.

be kind (don’t) rewind: W.E.

[ATTENZIONE: se per qualche ragione a me oscura aveste intenzione di vedere il film senza spoiler, non andate avanti a leggere. E non dite che non ve l’avevo detto.]

Cara Madonna,
nel profondo del mio cuore, sono sempre stata convinta che il tuo primo film fosse orrendo perché tuo marito Guy Ritchie, bastardo geloso del tuo talento, avesse volontariamente boicottato il progetto.
Adesso avete divorziato e W.E. non ha niente a che fare con lui: non hai più scuse, Madge. Scusa la brutalità, ma sei una regista/scrittrice di merda.

facciamo dei bambini, dài!

Metà del film è ambientata ai giorni nostri: Abbie Cornish veste i panni di Wally, una donna con un matrimonio infelice e una ossessione al limite del patologico per Wallis Simpson. Il limite del patologico viene superato quando inizia ad immaginarsi Wallis e conversa amabilmente con lei sulla panchina del parco.
Tale creatura psicolabile passa tutti i giorni, ma dico tutti, alla mostra di oggetti appartenuti a Wallis da Sotheby’s. Ci sta talmente tanto tempo che la guardia di sicurezza si invaghisce di lei.
Quando il marito (giustamente stremato) la molla, lei si mette senza alcuna titubanza con la guardia – embè, il suo nome inizia con la E, poi possono fare W.E. pure loro! – e dopo averci scopato tipo due volte, rimane anche incinta. Immagina che contento lui.

L’altra metà, mescolata senza praticamente nessun legame alla storia della pazza Wally, è la Vita Di Santa Wallis. Una donna senza macchia, con una vita terribile, che poi finisce a sposare un principe che sembra Ken e soffrire ancora, ancora e ancora.
Madonna, io so che tu senti di avere il potere di fare quello che vuoi, dallo sgambettare con addosso un body al correggere i grandi errori della storia: nazisti Wallis e Edward VIII? Ma quando mai! Loro Hitler l’avevano incontrato solo per caso.

w.e. recensione

Ken ne dimostra almeno dieci di meno.

La loro è la più grande storia d’amore di tutti i tempi, la più grande storia d’amore di tutti i tempi, la più grande storia d’amore di tutti i tempi. Quante volte l’hai ripetuto, in quella sceneggiatura, che la loro è la più grande storia d’amore di tutti i tempi?

Lo so, non ho colto il senso superiore della tua opera magna. Forse sono io ad essere troppo inetta per capire la tua arte.
In compenso, sono sicura che il tuo letto sia stato vuoto, mentre giravi W.E. : per me è sempre una gioia vedere Abbie Cornish smutandata, ma le scene al limite del softcore non mentono e ti fanno sembrare una cinquantenne pruriginosa, Madge.
Erano fuori tema, così come quando facevi il giro attorno alle vetrine dei gioielli dodici volte, effetto televendita del canale regionale: se hai una narrazione già frammentata in due storie ed in più non sai dove stai andando a parare con la tua regia, non inserire altri elementi di confusione, che poi lo spettatore si annoia.

Il tuo film faceva venire le convulsioni, Madonna: la signora ultraottantenne seduta di fronte a me era così oltraggiata che si è alzata ed è andata via, invece di assopirsi sulla poltroncina.

Un ultimo appunto: “directed by Kermit The Frog” suonerebbe più autorevole di “directed by Madonna”. Visto che hai un nome intero, la prossima volta – perché sappiamo entrambe che ce ne sarà una – usalo. E non mettere una tua canzone nei titoli di coda.

Baci, abbracci, un set di guanti appartenuti a Wallis Simpson.

P.S: hai consigliato tu ad Andrea Riseborough di farsi bionda? Spero di no, perché potrei venire sotto casa tua con un mazzo di ortensie avvelenato.

we were hipsters when hipsters didn't even exist yet

 

Emme, alias Marta, nata nella nebbia veneta e attualmente persa nella nebbia britannica. Sta per laurearsi in giornalismo e nel frattempo si occupa di Soft Revolution e Ingresso Ridotto. Millanta competenza cinematografica ma non guarda i film di paura, si dedica al culto della barba, ogni tanto mostra sprazzi di serietà e/o intelligenza. Twittatrice bilingue.