Gli amaretti col caffè

Forse sarebbe il caso di parlare di Feist. Non in quanto di divinità dell’indie odierno ma in quanto autrice di un disco bello, bellissimo, Metals.
Cos’ha di giusto il terzo disco di Feist: innanzitutto ha l’idea di sparare alto, di continuare a scrivere quelle canzoni che ti grattuggiano il cuore via, come una scorza di limone (senza arrivare al bianco peró sennò viene troppo amaro) e lavorare di fino la favola della canzone pop sognatrice.
Cazzo é la canzone pop sognatrice direte voi (a ragione); é quella canzone che ti porta da una parte all’altra della giornata, della vita e dei rimestamenti dello stomaco ogni volta che spingi play. Quella che ti fa dire “ma perché nella vita non ascolto solo Feist” o giù di lì. Come al solito si potrebbe pensare, invece no, perché Feist affoga (come si fa con gli amaretti nel caffé) le melodie nel più comprensivo e caciarone roots americano, nel gospel, nello stomp, in qualcosa di diverso (per lei).
Non stiamo qui a dire che é materia per grandi, per chi se la sente e sa di farcela altrimenti parleremmo di una pecionata senza senso. Feist si é data tempo e ha parlato una lingua diversa, non diametralmente ma un briciolo, quel poco che ti fa pensare che gli amaretti, se sono affogati bene non ammorbidiscono, non si sfaldano ma quando poi li prendi dentro una fetta di torta ti ricordi che ci avevi messo il caffé.