Quel momento in cui “un concerto di Springsteen” diventa uno dei più grandi giorni della tua vita

Mi rendo conto sia noioso “un altro post su Springsteen”. Capisco se vi annoia eh, capisco che potreste non leggere ma tant’è: questa è la storia del mio viaggio a Londra, destinazione Hyde Park, Springsteen.
Che non vuol dire che lì sia la sua residenza estiva e io abbia deciso di darmi allo stalkeraggio, parliamo del suo concerto.

Parto da solo. E quando parto da solo non è mai un bene, credo di averlo fatto solo un’altra volta nella vita. Sempre a Londra poi, dove feci 3 giorni di separazione dall’umanità, ma questa è un’altra storia e anche poco interessante. Mi incontro con la famiglia Musumeci/Klein (byron, fratellolaziale e consorte) e la prima sera è destinazione vietnamita.* Conosco, anzi, ho la fortuna di conoscere lì Poptopoi (non lo leggete? Pazzi) e parliamo del più e del meno, per lo più serie tv. Dove vengono demolite tutte le migliori attuali e dove stringendo il giudizio portava a un “eh ma come The Wire e i Soprano nessuno mai” e dagli torto.
La zona è bellissima (una di quelle dove se sei turista non vai mai ed è un po’ come se a Londra non ci fossi mai stato, a conti fatti). Dormo per la prima volta in un block (tipo quelli del film) dove non puoi mettere la bici attaccata alla grata perché altrimenti viene considerata struttura portante, ci sono thugs ovunque incappucciati (e davvero manca solo di sentire strillare five-o five-o) ma è tutto bellissimo, reale, per niente turistico. Come se da una serie ti facessero conoscere i personaggi reali e capissi che c’è una vita, dietro.

Il giorno dopo è di passaggio tra forbidden planet e i fumetti di Before Watchmen di Alan Moore (su cui Irene beccherà una toppa clamorosa su gli anni di riferimento di varie citazioni), un brunch di scrambled eggs da au pain (mai andati? Fatelo) un cookie al dark chocolate. Poi Fopp, dove mi trattengo (so che non ve ne frega) e spendo 5 pound totali per un libro di Charlie Brooker (Black Mirror, lo scrittore della serie) e uno di David Simon (The Corner, lo spunto di The Wire).
L’idea di base che mena rogna sono i 35 giorni di pioggia di Londra, Hyde Park che è un pantano e k way e galosce che vanno a ruba ovunque. Dico io “eee le galosce” e le mie scarpe poi non prenderanno l’aereo di ritorno.
Insomma, ci incamminiamo, Matteo mi parla di quelli che hanno rifiutato di fare il cattivo sul remake di Old Boy, io vedo un cartellone con Rebecca Hall nel nuovo film di Frears e dico una roba senza senso tipo “che finaccia” e arriviamo a Hyde Park.
Ovvero “tutti in galosce”. E per tutti intendo TUTTITUTTI.
In effetti il panorama è un’enorme distesa di fango. Di gente che posa i piedi come su chili e chili di merda e altri che vanno in infradito (che tanto, a un certo punto la distinzione tra te e il suolo sarà comunque indistinguibile).
Io che arriviamo mentre Fogerty canta, col cielo sereno, Who’ll stop the rain non lo prendo come un segnale di buon auspicio.
I classiconi dei Creedence li fa un po’ tutti. Fa anche Pretty Woman, sulla regola madre del “se la gente pensa che Twist and shout è dei Beatles ce provo pure io, hai visto mai”.
Tant’è. Sale pure Springsteen. La cosa bruttissima è che sembra si siano messi d’accordo sulla camicia e fa un po’ ridere. Un brano e Bruce dice “see in a little while”.
Perché il concerto inizierà presto, non per altro, ma perché se suoni 3 ore e devi finire alle 22e30 la matematica non é un’opzione.
Non parte Morricone, non parte na mazza. Arriva solo Bruce. Che inzia a fare il gigione (lui è, un gigione, quando lo fa anche diventa gigione alla enne) sullo sfondo c’è Bittan e a tradimento tira fuori l’harmonica.
Fa la canzone con cui l’ho conosciuto, nella versione con cui l’ho conosciuto 26 anni fa, a Porciano, grazie a una cassetta da 90 fatta da Francesca e Simona che volevano farmi levare la fissa per Madonna con un meglio del triplo live 1985-95 di Springsteen.

Fa Thunder Road, voce e pianoforte.
Io neanche ho il tempo di mettere a piangere connetto tutto a “Roy Orbison singing for the lonely” ma è tutto una lacrima intorno a me mentre io mi dico “machedavero”.
Tutto diventa bellissimo, lo è già, c’è il sole e Thunder Road al tramonto mentre Bruce fa finta di suonare la chitarra su “well I’ve got this guitar and I learned how to make it tough” è la scena più bella dell’universo. Se poi sei in mezzo a gente bellissima lo è anche di più.
C’è poi Badlands e alla snocciolata un po’ tutte le altre che si erano sentite a Firenze. C’è il momento in cui Bruce prende Jake, il nipote della presenza più assente su quel palco e ci si sdraia sugli scalini, a parlare di donne e a quanto è bello e quante ce ne sarebbero da raccontare di quegli anni lì, dice anche “forse tu non eri nato neanche”. Tutti pensiamo che lì vicino fino a poco fa c’era qualcun altro e insomma Hyde Park diventa un boato, un applauso e un groppo in gola grosso così.
C’è il duetto con Fogerty e Tom Morello (mio unico mito chitarristico) che prima non si sente molto, poi va su The Ghost of Tom Joad, momento su cui dico “Stevie secondo me gli chiede scusa ma come se fa a far suonare la chitarra così”.
Sembra presto ma è tardi, mentre passa anche Because the night, e qui scappa un altro “machedavero” stavolta in coro.
Tutto bello, mentre scende anche la pioggia (ma che faaaa), tanto dopo firenze io prendo solo in considerazione l’effetto dello scioglimento dei ghiacci.
Tutto bellissimo e anche di più.
Immaginate cosa diventi nel momento in cui “invito sul palco il mio amico Paul McCartney” tutti rispondiamo “eeehhhhh???” E sale veramente Paul, Bruce dice una roba tipo “insieme facciamo 50 anni” o su per giù, Paul comanda la e-street band e dice 1 2 3 4 e parte I saw her standing there, poi Twist and Shout che non ce ne fregherebbe un cazzo del medley con la bamba ma quella è la canzone che non hai mai sentito nella vita: Paul e Bruce sul palco. Insieme.
Faccio fatica a scriverlo, per davvero.

Poi l’audio viene tolto, non sento neanche la voce di Bruce che saluta dopo avere fatto Goodnight Irene (meno male perché i sali per Irene non li avevamo) e ce ne andiamo.
Imprecando con “police state” “I pay taxes” ma volendo bene al mondo, all’umanità e anche al fango.
I polpacci fanno male per la tensione di stare dritti su qualcosa di instabile. Arriviamo a casa sentendo le radio e mangiando un piatto di pasta con tonno tabasco e non so che altro, ma buonissimo. Siamo stanchi, stanchissimi mentre dico a Bernard che la Roma vuole comprare Jung che è il terzino della sua squadra del cuore, giustamente mi fa il dito medio, ma dice che sono tanti soldi. Irene s’addormenta, Fabrizio continua nel suo mantra di “paese demmerda”.
Io sono sulla poltrona e sono sereno, per la prima volta, dopo tanti mesi.
Le mie scarpe rimangono a Londra, e ci rimane almeno metà del mio cuore.

* a proposito, io sono sicuro che dietro al nostro tavolo ci fosse lei