Flying High, Looking Down

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Qualche giorno fa la Deep Elm ha messo in free download/offerta libera l’intero catalogo, cosa che in altre parole (le mie) ha significato recuperare per l’ennesima volta i primi 8-9 volumi degli Emo Diaries. Non li ho pagati e mi sono sentito in colpa. Mai successo. Scarico da una vita, come chiunque, una discreta mole di dischi all’anno, ma vai a capire il perché questa volta mi sia venuto un po’ di dispiacere. Non ho potuto fare altrimenti, cioè, avrei potuto cercarli su altri siti scariconi, ma non ho potuto fare altrimenti inteso come scaricarli gratuitamente da lì, perché ho prosciugato la prepagata la sera di San Valentino per un autoregalo, poco prima di andare al concerto degli OvO a Ferrara. Mi sono sentito come la prima volta che ho preso l’autobus senza pagare (non sono così ribelle, vorrei ma ho paurissima del karma negativo indotto dall’infrangere le piccole cose, tipo che ho portato 10€ di ricarica del cellulare appena mi sono accorto che la tipa della tabaccheria me ne ha fatte due), probabilmente una mattina un cui pioveva forte e i ferraresi avevano perso, al solito, le skills automobilistiche che la patente dovrebbe confermare.

Ogni tanto mi manca Ferrara e ogni volta la cosa mi sorprende. Me lo sono detto tornando dal concerto degli OvO, me lo sono detto quando ho parcheggiato sotto il mio vecchio appartamento per andare in via Ippodromo per il corteo per Aldrovandi e me lo sto dicendo ora ripensando alla dj con la maglia dei Melvins che metteva i dischi fra un gruppo e l’altro e ai fumogeni colorati delle ultime file del corteo. Non sono mai stato un gran amante di Ferrara, però ci sono piccole cose che mi mancano di quanto stavo là, tipo scegliere da quale pizzeria d’asporto ordinare (cosa che la triste provincia non mi permette), fumare in bagno abbracciato al termosifone caldo e scegliere con cura i dischi da mettere sull’iPod considerando le attese per l’autobus, la durata dei treni da prendere, le destinazioni varie e gli eventuali spostamenti non pianificati. Magari non è propriamente nostalgia per la città, ma solo coincidenza che certe cose che ricorrevano le facessi là, oppure non lo so. Mi sorprende ogni volta che mi ritrovo a fare questo ragionamento.

Lo scegliere i dischi per i mezzi pubblici, comunque, mi manca davvero tanto, non tanto quanto fare compilation per qualcuno (cliché, non cliché, sticazzi), ma ci va abbastanza vicino. Se dovessi prendere l’autobus quotidianamente ora farei meno fatica, ho un iPod più capiente di quello che usavo ai tempi per mettere gli Emo Diaries, i Cursive, i Get Up Kids o i Jack’s Broken Heart, ma probabilmente il riempirlo costituirebbe comunque ancora un’operazione cognitiva faticosa e piacevole.

I Jack’s Broken Heart, sconosciutissimi praticamente a tutti, sono il primissimo nome che mi è venuto in mente al primo ascolto dei Low Standards, High Five, gruppo nuovissimo torinese del giro di quei bravi ragazzi di Flying Kids Records, probabilmente più per una questione mia costruita su ricordi e sulla sopracitata Ferrara piuttosto che ad altro – nulla togliendo comunque ad una similitudine di suono e stile fra i due gruppi, sia chiaro. Senza esagerare con i paragoni, che comunque andrebbero a tirare in ballo nomi dalle ondate meno hardcore delle varie stagioni dell’emo, i regaz sabaudi dalla loro sala prove con il calendario ancora fermo al 1998 hanno tirato fuori, praticamente dal nulla, un ep di quattro canzoni di emo con l’orecchio puntato a quello dei bei tempi passati che andava negli Emo Diaries, con un risultato che non stonerebbe dentro ad un sampler Vagrant del 2003. Revolushhhh è pieno di involontari riferimenti ai cd passati dai loro stereo e perfetto quella storia lì dei lettori mp3 e delle fermate dell’autobus. Gli elementi ci sono tutti, il ‘mood tristone’ che fa balotta con qualche virata un po’ più aggressiva pure. Suonano molto giovanili, e giuro che ho provato a mettere sul piano razionale cosa intendessi per ‘giovanile’, ma l’unica cosa che ne è uscita è che forse, per colpa di questo tipo di suono, non ho mai fatto la pace con quell’indole da ventenne pieno di carica ed energia che porta a voler suonare come i Mineral e i Texas Is The Reason. Ben venga, allora. Ben vengano pure tempi futuri non troppo lontani in cui potrò di nuovo considerare i dischi come metro di misura per le distanze e come culla dei mezzi di trasporto. Ben venga pure la nostalgia, se accompagnate da bei dischi ed ep come questo. Ne voglio ancora.