Guida del Mondiale 2014 – 1^ parte

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Siamo alle porte dell’estate, tutti pronti a spalmarci sulle spiagge con le nostre carnagioni da impiegati del catasto. E l’evento principe di questa prima parte della stagione calda è solo uno: la liaison tra Ilaria D’Amico e Gigi Buffon. Screw the World Cup, a noi interessa solo il gossip. Quindi, prima di planare sulla battigia con la cremina protezione 50, è necessario fare un salto in edicola e acquistare un giornale scandalistico a piacere – Chi sembra essere il più preparato sulla vicenda, grazie Signorini – magari in accoppiata con un blocco enigmistico. Dei Mondiali, lo sapete, ci interessa poco: ne parliamo ora e non ne parliamo più (in quattro parti, due gironi alla volta).

Gruppo A – Brasile, Croazia, Camerun, Messico

Il primo girone è quello della squadra del paese ospitante. In genere è un gruppo leggero, in grado di permetterle il passaggio del turno, magari da capolista. In questo caso, però, non è andata benissimo  ai padroni di casa, nonostante siano considerati i grandi favoriti del torneo. Io, invece, sono un po’ in controtendenza e non credo che questo Brasile sia superiore a tutte le altre squadre. La nazionale di Felipao è sicuramente di grande qualità ma non è un carro armato, nel senso che come peso in campo ha qualcosa in meno di diverse avversarie per la vittoria finale. Manca il portiere, come al solito, e i difetti sono quelli di sempre: baricentro troppo variabile, terzini come ali, attenzione difensiva appena sufficiente. Però c’è il tifo, che vuol dire anche grande pressione. In ogni caso, io rimango dell’idea del rischio di un Maracanazo 2.0 contro un nuovo Uruguay. Il passaggio del turno è chiaramente una formalità. Meno certo è il nome della seconda squadra che supererà il girone, perché Croazia, Messico e Camerun hanno valori non troppo differenti tra loro. Gli unici europei del girone sono un po’ la mina vagante nel torneo, a mio parere. In rosa ci sono tanta qualità e giovani interessanti, che arrivano da una Under 20 che ha fatto paura a molti. Il vecchio ct, Stimac, se n’era andato dopo una sconfitta ininfluente contro la Scozia nell’ultima gara del girone di qualificazione del Mondiale, con la squadra già certa di giocare gli spareggi. La prestazione non gli era piaciuta e lo aveva fatto capire dimettendosi: i balcanici sono uno spettacolo. Ora in sella c’è Kovac – qualcuno lo ricorda al Bayern Monaco – che non ha molta esperienza ma è uscito indenne dai playoff. Si affiderà a un solidissimo 4-1-4-1, imperniato su due giocatori unti dal divino come Modric e Mandzukic. Il Camerun è al record di partecipazioni per un’africana al Mondiale, dove questa volta è arrivata però attraverso gli spareggi. C’è stato un po’ di ricambio generazionale ma l’ossatura è la stessa di quattro anni fa e lo smalto è un po’ venuto via. Eto’o è croce e delizia dei Leoni: prima lascia la nazionale, poi litiga con i tifosi, quindi torna ma se la prende con i compagni che lo coinvolgono poco nelle manovre di gioco. Non penso ci si potrà attendere molto da loro. La quarta del girone è il Messico, che ha faticato come mai per strappare un biglietto per il Brasile. Ha cambiato quattro allenatori in due mesi e giocato lo spareggio contro la nuova Zelanda – dopo aver dominato per anni la zona del Conmebol – lasciando fuori tutte le stelle, da Hernandez a Vela fino a Do Santos. Il nuovo tecnico, Miguel Herrera Aguirre, è un personaggio unico e sono praticamente certo che, tolto il Brasile, sarà l’assoluto protagonista del girone. Passano Brasile e Croazia. (Schachner)

Gruppo D – Italia, Inghilterra, Uruguay, Costa Rica

“Perdere e perderemo”, come diceva il presidente Borlotti. Alla fine è il girone del codice etico (una visione tutta letteraria che Prandelli dà all’espressione “se son forti vale tutto”) contro la tradizione e i calci in bocca. Mettiamo da parte il Costarica, che quasi interpreta il ruolo di vittima sacrificale (e probabilmente sarà la squadra che alla fine ci metterà più in difficoltà di tutte, state a vedere) e andiamo sull’Inghilterra. Per me Hodgson è uno dei selezionatori migliori in circolazione. Roy ceglie sempre i migliori, sa fare squadra, ha uno stile di gioco non troppo snaturante per i suoi e mette su un 4-4-2 che, al tempo, per un pareggio allenando la Svizzera (sempre contro l’Italia) fece innamorare Moratti e gli fece quasi prendere un cartone in faccia da Zanetti, uno che non picchierebbe neanche giocando a Street Fighter. L’Inghilterra ha un organico molto simile a quello italiano, un mix tra giovani ed esperti che hanno almeno un mondiale alle spalle; l’attacco è retto interamente da Rooney e Sturridg; in mezzo al campo sono tanti, tanti, tanti calci, come nella migliore tradizione britannica, con i vari Gerrard e Lampard (ovvero i due Palloni d’oro mai dati più scandalosi della storia). Credo molto nel concetto di collettivo messo su da Hodgson e sarà una rogna giocarci contro (voglio vedere Pirlo quante ne struscia contro quei due, per dire). L’Uruguay è una squadra fortissima, allenata da un grandissimo allenatore come Tabarez (storia bellissima è che un genio ora ottantenne, presidente di una squadra di calcio italiana e passato in giudicato per prostituzione minorile, abbia dato tempo di allenare a uno scalzacani come Seedorf e non ne abbia dato a Tabarez o Terim). Partiamo dall’attacco: Cavani, Suarez, Forlan, Hernandez, roba che glieli dici a Chiellini e Bonucci e cascano dal letto tipo Scoiattolo su “Up”. Ecco, io sul fatto che non prenderemo gol contro di loro ci credo poco. Il centrocampo ovviamente non è allo stesso livello (c’è pur sempre il da me amato Tata Gonzalez, ma esce da una stagione complicata sotto vari punti di vista) e tantomeno la difesa. In porta c’è “E’ tutta colpa del laser” Muslera. Se Tabarez gioca a farne uno in più, ci rovina. Arriviamo a noi, non segnamo da – boh – tipo un anno? Se ho capito come la vede Prandelli, la coppia davanti sarà Balotelli-Cassano (che suona un po’ come “mettiamoci in mano a Cristo”) con Cerci prima alternativa, e per me Immobile e Insigne giocheranno veramente poco (e Insigne, a occhio, per la poca pressione addosso potrebbe essere a mio avviso la variabile incontrollabile); in mezzo Verratti lo considero imprescindibile e il centrocampo non ha senso non sia a tre (con Pirlo e De Rossi, ma se Pirlo faticherà – cosa probabile – forse sarà più utile alla causa un Marchisio); la difesa per me dà più sicurezze in ruoli dove per molti altri è più debole, perché Darmian e De Sciglio ce li hanno in pochi veramente (così bravi in entrambe le fasi), mentre Bonucci e Chiellini li voglio vedere contro l’Uruguay (l’aspetto tanto ‘sta partita, si vede vero?). Insomma il mix è giusto, il problema è la testaggine di cazzo di chi è davanti (molti lo chiamano genio e sregolatezza, io lo chiamo così) ovvero del duo Antonio-Mario (che pare una coppia da film porno o un arrangiamento odierno di Totò e Peppino) che può assicurarti partite eccezionali, come dall’altra parte irretirti con leziosità e personalismi da buttarti nel pozzo di Batman. Io, fossi in Prandelli, formerei mai quella coppia: o uno o l’altro. Al massimo la rischierei col Costarica. Passano Italia e Inghilterra. (GiorgioP)

 

 

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This land is my land

Prendiamo un uomo e una donna trentenni con due fisse precise: P.J.Harvey e Bruce Springsteen rispettivamente. Bruce Springsteen e P.J. Harvey non si sono mai incontrati, e i nostri stanno a millecinquecento kilometri di distanza. Ascoltano due dischi, Nebraska (1982) e Let England Shake (2011) che parlano, suonano, rimbombano, raccontando la storia della loro genesi. I due si scrivono e immaginano che cosa sia passato per la testa a quegli altri due quando hanno scritto e suonato queste robe. L’Inghilterra, l’America, le rette parallele, i binari del treno. Non è vero che non s’incontrano mai, dipende solo dall’immaginazione. [La voce di PJ è interpretata da GiorgioP; quella di Bruce da Byron. Per eventuali lamentele verso il delirio che segue si prega la clientela di rivolgersi all’uomo che gestisce questo blog, è tutta colpa sua. In caso di emergenza chiamate il CIM. Grazie.]

Ho visto Full Metal Jacket, These Boots Are Made For Walking dava l’idea dell’esercito, delle orme e delle nuvole di terra che alzano le bombe – voglio la mia Boots, voglio i miei stivali.

Ho letto Born on 4th July, e mi fa schifo sapere che sono nato in questi stati uniti. Ho visto il mio paese svuotato, ragazzi perduti nel diluvio in mezzo a fango, sangue, petrolio. Mio padre mi diceva sempre che l’esercito mi avrebbe messo a posto, che quei capelloni da metallaro prima o poi me li avrebbero tagliati, che a fare il militare sarei diventato un uomo.

E’ come sentirsi sola con qualcuno se pensi alla guerra. La guerra da bambina ti insegnano che è una roba da uomini. Le eroine non te le fanno vedere mai.

Alla visita mi hanno scartato. Troppo magro, troppo strano. Signore, grazie, se esisti, la mia preghiera è un ringraziamento ogni giorno. Anche mio padre a suo modo prega e ringrazia.

E la guerra non ha bisogno di eroi, la guerra é sbagliata e le morti sempre ingiuste. Lo ripeterò fino alla fine del disco, quello che non ho visto ma che sento.

Quando chiudo gli occhi sogno il numero 9 1/2 – la casa di mio padre, le finestre come fari nella notte quando suono la chitarra sul tetto, gli alberi, il tanfo di caffè che ti tormenta nelle notti insonni, la fabbrica che se lo mangia un po’ alla volta giorno per giorno, la sua promessa che quando vince la lotteria ci compriamo una macchina nuova, il nome paradossale Freehold. Free. Hold. Come fai a essere libero quando c’è qualcosa che ti aggrappa, dentro e fuori?

Io qui di punti di partenza non ne ho solo quello che vedo, da tre anni. E non mi piace, non lo condivido. Non mi ci trovo. Non mi ci trovo non nel senso di donna, come senso di emancipazione da qualcosa. Non mi ci trovo come essere umano.

Metto in moto. Parto da solo, vado via per un po’.

Il dolore è un rito privato, da cantare da sola o con gli amici. Non è necessario che ci sia qualcun altro. Ho voglia di cantare per me, e di nascondermi. Non ho bisogno di copertine con la mia faccia per la prima volta.

Ho scoperto che se provi a scappare da un posto pieno di perdenti, quel che trovi in fondo alla strada, uscito dal paese, è una grande oscurità. Da lì la città si vede molto bene. Le luci industriali, la puzza di catrame, il caldo dei fumi tossici, il rumore dei ruscelli inquinati. C’è una collina, ci salgo a piedi con tutto quel che ho. Che è poco: una chitarra, la voce che ho nei polmoni, e una grande rabbia.

Bella quella chitarra di Joe Strummer, bello quel levare. Bello quel pensare che ogni canzone che ho voglia di scrivere nasce seduta ma ho voglia di finirla in piedi, a sputarla contro tutti. Battendo i piedi, chiudendo i pugni. Rimanendo scalza.

La chitarra – me lo ha rivelato Woody Guthrie – è uno strumento per ammazzare i fascisti. La rabbia serve come benzina per la voce. Ma se urli con un barbarico yawp non ti sta a sentire nessuno. Il rombo del motore è troppo forte. Se sussurri invece tutti si fermano ad ascoltare che cosa dice il matto col tamburino di latta. Leggo Foglie d’erba, proseguo verso il West.

Ogni tanto penso che mi piacerebbe essere uno sciamano, e incontrare un William Blake come su un film di Jarmusch.

Continuo ad andare, passo oltre all’oscurità. Arrivo a una casa in mezzo a un bosco. Accendo il registratore e comincio a parlare. Ho letto questa storia di due ragazzi che sono scappati tra le praterie e le montagne delle terre più cattive e con un fucile hanno fatto fuori tutto quel che gli passava davanti. C’era anche un film, se non ricordo male, ma ormai sono passati anni e la rabbia giovane non mi sembra più avere tanto senso. La voce, la benzina, quelle sì. E adesso dove vado?

Una chiesa, non devo chiedere perdono io ma parlo di morte e di morti la chiesa è il posto giusto. In una chiesa la mia voce sbatte sui muri ma non voglio che il disco sbatta da qualche parte ma che accompagni qualcuno da qualche parte, magari a sentire quello che dico.

Vado nelle terre più cattive a vedere cosa ci trovo. Esco dalla New Jersey Turnpike. La guerra pensi sempre che sia fuori, lontano, e invece è qui, dentro di te. America. Passo Atlantic City, attraverso il confine di stato. Frontier is a state of mind, i confini sono uno stato mentale. A Philadelphia c’è un diner in fiamme, dicono che è stata la mala. Quattro accordi. Senti qui.

C’è quel giro di quattro accordi, e quel testo che parlava di un pollo e di Philadelphia come punto di partenza. Per arrivare ad Atlantic City. Questa è casa mia e questa sono io. Non ho bisogno di muovermi dal Dorset per capire che tutto questo è sbagliato. Terribilmente sbagliato.

Siamo pieni di debiti. Col padre, con la banca, con la legge, col governo, con l’America. Un paese in guerra, sempre. Un paese in conquista, sempre. Johnny prende in mano una pistola e si ribella, Mary Lou lo amava fino alla morte. Il debito rimane impagabile. Scappiamo. Scappiamo perché nessuno che abbia un briciolo di onestà può pagare. Scappiamo dallo state trooper, scappiamo dal fratello che è entrato nella guardia di confine, scappiamo dalla guerra, scappiamo dalla morte. Metti su un po’ di trucco e le calze a rete, e vedrai che tutto quel che muore alla fine ritorna.

A volte penso che la voce di un uomo vicino renda chiaro il concetto di preghiera. A volte vedo i miei uomini intorno come fucili piantati contro il nazismo delle ideologie. Quelle ideologie che a chiamarle tali si fa un torto, perchè profondamente violente, sbagliate. Ricche solo di prevaricazione. Che il mio paese abbia cavalcato tutto questo mi dilania. Mi distrugge.

Signor poliziotto, la prego lei ha moglie e figli, io neanche quelli. Signor deejay, la prego, ascolti la mia ultima preghiera. Signor rock’n’roll ti prego liberami dal nulla. Signore ti prego non so come e non so perché ma da qualche parte mi è rimasta un ragione per credere.

Il fatto è che non ci sono motivi per essere ottimisti e cantarlo in maniera ottimista a volte aumenta l’ironia del caso. Penso a tutto questo come a un funeral jazz. Come quelli di New Orleans, mi viene da piangere ma mi viene da ballare, da strillare e battere le mani. Mi sento il mio Big Chief.

Spengo il registratore. Quattro tracce. C’è poco da aggiungere. Non importa che tu veda la mia faccia, questo è un disco da ascoltare al buio. Ti parlo dritto nelle orecchie. Guarda questo paese desolato. Questa terra è la mia terra, questa terra è la tua terra.

Oh, America. Oh, England.

Bruce SpringsteenAtlantic City (Video)
PJ Harvey –  The Last Living Rose (Video)

Better loud than too late: Pearl Jam live in Hyde Park 25.06.10

Hard Rock Calling 2010 – London, Hyde Park (photo by Karen Loria)

Quasi sei mesi fa la mia amica Rachele e io abbiamo comprato i biglietti per vedere i Pearl Jam a Londra. Se conoscete Rachele sapete che cinque settimane fa un vecchio novantunenne che guidava un’auto (io lo immagino, non so perché, con le fattezze del nonno di un mio compagno di classe delle medie, che veniva chiamato Il Nonnone Masotti; l’auto nella mia mente è una 127 verde pisello) l’ha investita mentre faceva un giro sulla sua bicicletta da corsa a mezzogiorno di una domenica su una strada piatta, liscia e dritta. Dopo dieci giorni di ospedale e parecchi altri di convalescenza per una frattura è stato confermato il fatto logico che Rachele a Londra a vedere i PJ non sarebbe potuta venire.

Io aspettavo questo concerto dal giorno che il mio amico Dido mi fece una cassetta TDK nera e azzura con un lato A:
Daughter
Alive
Black
Jeremy
Red Mosquito
Corduroy
Rearviewmirror
Blood
Porch
Spin the Black Circle

E un lato B:
Oceans
Hail, Hail
Why Go
Animal
Nothingman
Better Man
Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town
Off He Goes
Indifference
Around the Bend

Non sto ad elencare i motivi per cui non ero ancora riuscita ad andare a un concerto dei Pearl Jam pur amandoli e seguendoli da tanto (ma sappiate che io, che venero Springsteen con tutta la mia anima da quando sono nata, l’ho visto per la prima volta dal vivo solo alla tenera età di venticinque anni – comunque non preoccupatevi che sto recuperando). Fatto sta che mi sono ritrovata il giorno prima del mio primo concerto dei PJ da sola con un biglietto in più che ho cercato di sbolognare a prezzi stracciati – ho provato con GiorgioP, con Tob Waylan, con chiunque, ma niente da fare. L’unico che sarebbe venuto (e che aveva già il biglietto) era Nanni Cobretti, che però era in missione per conto del demonio e avrebbe ritardato, arrivando forse a concerto iniziato. Il demonio ha orari di ufficio piuttosto lunghi.

Alla fine il biglietto è stato venduto a un ragazzo disoccupato che non conosco, che ha visto il mio annuncio di vendita su Scarlet Mist e mi ha chiesto se per caso avrei potuto venderglielo a £5 in meno del prezzo che avevo stabilito perché c’era un’emergenza: il suo migliore amico, grande fan dei Pearl Jam, era stato lasciato dalla fidanzata e non ce l’avrebbe fatta ad andare da solo, ma lui prende il sussidio di disoccupazione e i soldi arrivano una volta a settimana e al prezzo intero non ci sarebbe arrivato. Io ho fatto gli Scout, la cosa della buona azione quotidiana mi è rimasta impressa: scambio di biglietti e contanti dentro alla stazione di King’s Cross, pacca sulle spalle, una persona felice in più nel mondo, good karma, etc.

Quando uno aspetta a lungo le cose che vuole viene condizionato a pensare che esista il momento giusto per fare le cose, e che necessariamente quello che accade possa avvenire solo in quel momento e in nessun altro. Non è questione di zen, è questione che l’attesa stessa comincia a cristallizzarsi e ad assumere un significato. Negli anni che ho aspettato di vedere i Pearl Jam ho cambiato paese e lingua, fatto sette traslochi, mi sono innamorata e disinnamorata e poi innamorata di nuovo, mi sono laureata due volte (quasi tre) e sposata, ho guardato Bruce Springsteen dritto negli occhi, ho perso quattro persone care, ho visto il cuore della mia migliore amica spezzarsi sulle note di Rearviewmirror. Finisce che ogni volta che stai per comprare un biglietto succede qualcosa, e allora niente, pensi che non è il momento, pace.

E poi io sono un atomo di idrogeno. Da sola non ho senso. Non so esattamente di cosa ho paura, ma se mi lasciate da sola scappo. Quindi mi ha preso lo sconforto: al concerto non ci volevo andare perché non aveva senso vedere i Pearl Jam dopo tanto tempo da sola quando significano tanto per me e per tante altre mie persone care; potevo comunque aspettare le condizioni giuste e perfette, la compagnia di gente che capisce che cosa significa e a che cosa serve un’esperienza del genere. Lasciamo anche perdere che prima dei PJ ci sarebbero stati Gomez, Wolfmother, Ben Harper, e quei piccoli figli bastardi di Springsteen che sono i Gaslight Anthem. Da sola no.

Invece non lo so, sarà stato il maneggiare ripetutamente per settimane quel biglietto colorato e vedere il nome della mia città adottiva sotto a quello del mio gruppo preferito, tutto così vicino e comodo, oppure il peso della responsabilità, di quelli che sarebbero venuti ma non potevano per qualsiasi motivo – da quel ragazzo che ballava “Rearviewmirror” al quale la mia migliore amica fa ascoltare tutti gli anni le sue canzoni preferite nel giorno dell’anniversario alla Certosa di Bologna, a Rachele a casa delusa e incazzata, Mattia che ha perso l’aereo e Dido in bolletta – ma alla fine, con la mente vuota da giorni di lavoro e studio pesantissimi e il cuore mezzo spento, sono andata.

L’estate Inglese è una cosa un po’ particolare. Si dice che il re d’Inghilterra Charles II descrivesse l’estate Inglese come “three days of sunshine and a thunderstorm”. Non gli posso dare torto. Ma forse lui che è cresciuto in esilio in Francia, e che è passato rapidamente dal sorseggiare Côtes du Rhône in Provenza alla birra annacquata dei tristi pub di Salisbury, aveva i suoi buoni motivi per lagnarsi del pessimo clima Britannico.

Però in effetti, quando è estate qui, è un’estate incredibile: non fa mai troppo caldo, ma i fiori esplodono di profumi e colori, le giornate non sembrano finire mai perché c’è luce fino alle undici di sera, e gli Inglesi sfoggiano questa passione sfrenata per il picnic all’aria aperta tirando fuori ceste da professionisti, calici da champagne in plastica e fragole perfette, come se si fossero preparati tutto l’anno per questo momento. (In genere poi piove, specie se vai a Wimbledon.)

Eddie Vedder se non avesse fatto il cantante rock avrebbe dovuto fare lo sciamano, quello che si cala un po’ di peyote, canta e balla, e fa cambiare il tempo. Dopo due settimane di freddo da notti col piumone e pioggia miserabile, il giorno del concerto dei Pearl Jam ecco 26°C, sole, venticello leggero, e neanche una nuvola. Un giorno perfetto per un concerto a Hyde Park.

Il problema per quelli come me che soffrono pesantemente di febbre da fieno è che una giornata del genere è letale, specialmente se è improvvisa: sei stata bene fino ad ora con solo le medicine omeopatiche e il collirio ogni tanto, non ti porti neanche gli antistaminici in borsa ché tanto non servono. E invece trac: dopo quaranta minuti di un Ben Harper scarso come non mai, retorico e antipatico, cominciano gli sternuti dilanianti, gli occhi gonfi e lacrimanti e l’imminente attacco di respiro asmatico causato dall’allergia alle graminacee. Eccolo qui il segno divino che è meglio se vado a casa, che è stata un’idea pessima e basta.

Invece Ben Harper chiama Eddie Vedder sul palco, e aspetto, qualche minuto e qualche sternuto in più, almeno lo sento, è lì, lo vedo. Suonano – ma che davéro?! – “Under Pressure” dei Queen. E’ tutto bellissimo, persino Ben Harper, ma gli occhi continuano a lacrimare e io mi soffio il naso in continuazione e c’è gente intorno che crede che sia molto commossa. Chiamo Rachele e le faccio sentire la voce di Eddie, ci ho provato ma adesso via di corsa ché sto morendo. Però Eddie, Eddie, come faccio ad andare via senza sentire le tue canzoni, la tua voce? Piango dentro e fuori, più o meno indistintamente.

Quando Eddie saluta ed esce mi volto e di fianco a me c’è un paramedico in pausa caffè. Nota che sono visibilmente sull’orlo del collasso e mi chiede se sto bene. Gli chiedo se hanno per caso in ambulanza degli antistaminici e mi dice no “però puoi provare alla farmacia del concerto”. Perché, ladies and gentlemen, dei festival di musica Inglesi non ci sono solo gli stand del merchandising, gli zozzoni che vendono fish and chips, e i cessi chimici. C’è anche la farmacia. Che vende: assorbenti, deodoranti, disinfettante, ice-packs, cerotti, ibuprofene, antistaminici, preservativi, e la pillola del giorno dopo (c’è una scritta che dice “because accidents can happen.” Non aggiungo commenti). Ma vedete il discorso dello sciamano, che è anche un guaritore? Anche se poi la cosa che mi ha salvato la vita è stata una dose di Clarityn (che non fa molto rock’n’roll, ma sempre sia lodato), senza Eddie io andavo a casa. Mi autoconvinco che il paramedico me lo abbia mandato lui.

Che poi comunque se Eddie Vedder non avesse fatto il cantante rock avrebbe anche potuto fare il predicatore, perché è uno che fa il suo lavoro con una serietà e una convinzione tale che davvero ti fa credere nel potere di questa forza che chiamiamo musica come a una preghiera. Arriva con una bottiglia di vino, la maglietta dei Devo e la camicia di Bruce Springsteen sulla copertina di “The River”, e saluta tutti, e continua a ripetere di divertirsi e pogare ma anche “take care of your neighbour.” Ha sempre un fare molto grunge ma è maturato tanto, è posato e sa come e dove scaricare energia senza far male a nessuno. L’albatross della tragedia di Roskilde se lo porta al collo come il vecchio marinaio. Lo vedi che è un sopravvissuto, e che ha capito cose che Kurt Cobain non ha potuto, ma forse comunque non avrebbe mai. Io sono di parte, ma a me pare che il corso di Springsteen ‘Ageing Gracefully for Rockstars’ stia dando i suoi buoni frutti coi Pearl Jam. Alla fine Eddie non ce lo vedresti male in una stanza con Obama a parlare di cose più o meno serie. Stone Gossard magari un po’ meno, e Mike McCready se non fossi sposata ve lo direi dove lo vedrei molto meglio.

E quindi eccoci, improvvisamente tutto cambia: arriva Nanni Cobretti giusto in tempo per l’attacco di “Given to Fly”, e poi why go home? chiede Eddie e io rispondo, indeed, the waiting drove me mad you’re finally here and I’m a mess. I pezzi di “Backspacer” dal vivo prendono fuoco, I just want to scream hellooooo – my god it’s been so long, never dreamed you’d return e via così, cose antiche, cose nuove, una dedica a Joe Strummer, persino “State of Love and Trust”. Quando ritornano dal primo break noi siamo lontanissimi ma Eddie dice let’s just breathe e mi sembra che stia parlando direttamente a me, che ho i cinque sensi tutti ovattati dall’antistaminico ma respiro, seguo, canto, alzo le braccia al cielo come farfalle e vedo una luna tonda, bassa e gialla che si nasconde tra le nuvole e il cielo nero sempre più scuro, ma non piove, non pioverà, almeno fino alle ultime note della mia canzone preferita con le sue parole misteriose. And I don’t know if it’s a box or a bag ma sono proprio contenta di esserci stata.

Hard Rock Calling 2010 - London, Hyde Park (photo by Karen Loria)