I can tell by the weight of your words, that this is NOT over.

Jacob Bannon è quell’uomo che alle prime volte con cui si ha a che fare con lui e i suoi lavori lo si inquadra con un certo filtro: ugola d’adamantio come gli artigli di Wolverine, senza paura e pronto a tirare uno sganassone ad un tipo qualsiasi che sale sul palco durante un concerto. Una specie di macchina da guerra super tatuato. Chi l’ha appunto visto dal vivo (mettimoci dentro anche i live reperibili in rete) sa che vederlo fermo un solo momento è praticamente improbabile, e vederlo seduto a bocca chiusa, con la sola eco diagetica della sua voce a far da contachilometri a questi dodici minuti in cui tutto d’un fiato (sembra quasi un minutaggio fatto apposta, ad hoc sulle misure del personaggio in questione) si racconta, parla degli inizi, della passione che mette in quello che fa, dei dubbi e delle sue paure, sembra davvero un miracolo, quasi una cosa inusuale e sbagliata. Ma lui è lì su uno sgabello, fra un mezzo sorriso e un lo sguardo fisso in camera che ti dice ‘Sì, è andata proprio così, ma mi fa paura questo, faccio tutte queste cose ma sono terrorizzato dal doppio di quelle e da tutti gli effetti vari che possono portare. Però non mi ferma nemmeno l’apocalisse’. Volergli bene è forse d’obbligo, mi sa.

(Su Noisey c’è anche un’intervista, eventualmente.)